Roma, Antico Caffè Greco

Questo pomeriggio, sorseggiando un tè mentre leggevo un libro, ho ripensato al mio ultimo viaggio a Roma. Era aprile ed entrai in questo storico caffè letterario con molta 3f6291764bcbc2f22b1bf10dbe02e0f8emozione.

Avevo appena visitato la casa del poeta John Keats, a me caro e del quale conservo il ricordo della sua casa londinese a Hampstead. Ho ripensato a quell’epoca in cui gli scrittori, i poeti e gli artisti in generale erano soliti incontrarsi in un caffè e trascorrere insieme del tempo. Discutere e condividere pensieri e parole sull’arte propria e altrui.

Condividere. Parola molto attuale. Il pensiero corre giocoforza ai blog, ai social network e ai forum. Condividere. Così semplice e così immediato nel villaggio globale. Ma, spesso mi chiedo, dov’è finita la profondità, la qualità del messaggio? Il poter guardare in faccia le persone con le quali si condivide e si discorre. Scambiarsi un libro, leggere un proprio componimento. Avere dal vivo un riscontro immediato.

Ci sono momenti in cui vorrei tornare alla lentezza di quei tempi e alla loro autenticità.

L’isola

31jbWm5HriL__SY300_L’isola della quale si parla in questo romanzo io l’ho visitata quest’anno a giugno. Si chiama Spinalonga e la scrittrice inglese Victoria Hislop vi ha ambientato il suo romanzo da esordiente che porta il titolo omonimo: The Island.

Un buon esordio visto che è stato il numero 1 nelle classifiche inglesi per otto settimane consecutive, con una vendita pari a un milione di copie nel Regno Unito; a seguire la traduzione in più di venti lingue e uno sceneggiato televisivo. Una scrittrice che, da una fredda, umida e ventosa isola del Nord Europa, decide di trasferirsi poi a Creta, isola maggiore nei pressi di Spinalonga. Ammetto di non essere stata a conoscenza di questo romanzo fino a quest’estate quando, la mia guida Ekaterini Tsagaraki, lo ha suggerito alla fine della nostra visita a Spinalonga.

Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, questa isoletta nel mezzo del Mediterraneo è stata colonizzata all’epoca delle Repubbliche Marinare, tanto che a tutt’oggi vi campeggia all’ingresso il Leone di San Marco. Lì era il soggiorno obbligato di persone con la lebbra, e questo si ritrova nella storia narrata ne L’isola di Victoria Hislop, scrittrice che in merito ci regala pagine altamente toccanti. Va segnalato che, il fatto di aver visitato Spinalonga, ha cambiato molto nella mia personale lettura di questo romanzo perché, sebbene le descrizioni siano rese magistralmente, se hai visto con i tuoi occhi dei luoghi così suggestivi e antichi, ti sembra effettivamente di vivere quanto viene descritto nel libro.

La narrazione inizia in medias res ai nostri giorni (il romanzo è del 2005) e procede a ritroso nel tempo fino a quando la protagonista, Alexis Fielding, un’archeologa venticinquenne, giunge nell’isoletta di Spinalonga sulle tracce della sua famiglia e in particolare della storia della sua bisnonna Eleni. Quando ho preso a prestito in biblioteca questo volume di 457 pagine non sapevo cosa vi avrei trovato. È stato piacevole immergersi nella lettura di questa storia perché mi ha fatto un po’ rivivere la vacanza. Ma non solo. Credevo fosse una storia d’amore mozzafiato, per com’è stato l’esordio, ed invece vi ho trovato un insieme di incontri, tra presente e passato, che costringono la protagonista a capire meglio la storia della sua famiglia e le sue radici, così da trovare delle risposte anche per la sua vita personale. Come sapete non trovate spoiler nelle mie recensioni ma, a onor del vero, voglio sottolineare che il finale è stato per me un anticlimax. Un nodo narrativo fondamentale nell’equilibrio della trama liquidato in un paio di paginette. A parte ciò, è stata una piacevole lettura questo romanzo di Victoria Hislop, della quale trovate anche altri titoli in italiano, stupendamente tradotti da Luisa Savaral.

Ho scoperto in un’intervista che io e Victoria abbiamo un punto in comune: l’amore e la stima per le sorelle Brontë e Shakespeare. Per tutte queste ragioni, ho deciso che leggerò qualcos’altro. Ma sarà in lingua originale.

We’ll miss you, Doris.

Immaginìfica e potente.

Grazie per le tue parole illuminanti e forti che hanno avuto, ma ancora hanno e sempre avranno, il potere di scandagliare le nostre paure, ingiustizie e pusillanimità.

Grazie per aver cantato, e a tratti urlato, il mondo bistrattato e variegato dell’universo femminile. doris_lessing

Grazie per il piccolo gioiello dal titolo Il quinto figlio: libro necessario sempre e che ti cambia per sempre, una storia morale e vera nella sua cruda umanità.

Grazie a te l’erba sta cantando sempre, James Somers tiene traccia nei suoi diari di pensieri e fatti che ci interpellano ancora, e Martha Quest rappresenta a tutt’oggi il senso di tutti i matrimoni (perbene) di questo mondo.

Grazie della tua grazia e della tua forza espressiva e lirica al contempo. Grazie della tua scrittura estremamente onesta, intelligente, seria e assolutamente devota alla verità.

Grazie per avermi tenuto compagnia, emozionato ed estasiato, nei miei giorni di studio londinesi.

Sempre appassionata e persuasiva, mi mancherai, piccola grande Doris.

Alice Munro

È lei la tredicesima scrittrice che ha ricevuto il Nobel per la letteratura, della quale mi ricordavo di avere un paio di libri che mi avevano colpito non poco. Ho dovuto cercare tra le doppie file della mia libreria e poi li ho ritrovati con piacere, e per farvi capire perché, parto subito in medias res condividendo con voi il paragrafo che segue:

I giovani mariti erano severi, in quei giorni. Pochissimo tempo prima, erano stati corteggiatori, personaggi quasi comici, titubanti e devastati dalla smania di sesso. Ora però, a letto caldo, si erano fatti risoluti e critici. Uscivano di casa ogni mattina, ben rasati, il giovane collo strizzato dal nodo della cravatta, ricomparivano la sera, pronti a dispensare occhiate di sufficienza alla cena e a spalancare il giornale, facendone una barriera contro il caos della cucina, i piccoli malesseri, le emozioni, i neonati. Quante cose avevano dovuto imparare, in poco tempo. Come lavorarsi il capo, e come dominare la moglie. Come mostrarsi autorevoli in materia di ipoteche, beni immobili, cura del prato, impianto fognario, politica, come pure riguardo al lavoro destinato a mantenere la famiglia per il successivo quarto di secolo. Solo alle donne dunque era concesso scivolare — durante le ore del giorno e sempre tenendo conto delle strepitose responsabilità scaricate sulle loro spalle dalla presenza dei bambini — in una sorta di seconda adolescenza. Una leggerezza dell’anima quando i mariti se ne andavano. Sognate ribellioni, raduni sovversivi, accessi di ilarità che riportavano ai tempi del liceo, muffe che fiorivano sui muri a spese dei mariti, nelle ore in cui loro erano fuori.

Questa è la cifra di Alice Munro, scrittrice canadese premio Nobel per la letteratura di quest’anno. Il racconto in questione è Quello che si ricorda. Lo trovate a pagina 216 di Nemico, amico, amante… nell’edizione tascabile edita da Einaudi nel 2003. Ho scelto questo racconto perché era quello che mi aveva colpito di più e che rende l’idea della capacità narrativa di Alice Munro.

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Una scrittrice che capisco quando dichiara di aver scritto racconti anche per praticità, dato che con tre figlie non è facile conciliare scrittura e famiglia. Condivido con lei anche la sua segretezza assoluta dei testi fino a quando non si è deciso interiormente di presentarli al mondo. Amo di lei la capacità di entrare nella psicologia dei personaggi e di costruirci attorno un contesto quasi disturbante, talmente è incisivo in alcuni passaggi fino all’estremo; operazione necessaria per portarci al dunque senza che neppure ce ne accorgiamo. Le sue parole incidono la realtà e restano nel cuore e nella mente del lettore, non è un caso che sia stata paragonata a Cechov della cui maestria non si può discutere.

Data l’età non ha potuto presenziare al conferimento del Nobel ma con voce commossa e umile ha dichiarato che era del tutto inaspettato e ha pensato a tutte le persone care, vive e scomparse, che sono o sarebbero state felici.

alice-munro-REG-INNELL-TORONTO-STAR-FILE-PHOTO-550x407Io personalmente attendo con trepidazione l’uscita prevista per il 22 ottobre per i tipi di Einaudi della sua prima raccolta di racconti, editata in Canada nel 1968 quanto aveva trentasette anni. È stata tradotta sempre da Susanna Basso, la sua traduttrice ufficiale, e in italiano porta il titolo Danza delle ombre felici.

E poi forse qualche nuovo libro. Poco prima dell’assegnazione del Nobel ha dichiarato che non avrebbe più scritto, forse anche per il lutto della morte del secondo marito Gerald Fremlin avvenuta solo qualche mese fa; sembra che adesso ci stia ripensando, e speriamo con esito positivo. Sarebbe un’opera della maturità che non potrà che stupirci favorevolmente, ma soprattutto arricchirci interiormente e letterariamente.