La mia cattedrale di fuoco

E’ importante per chi traduce e per chi scrive, ma anche per qualsiasi artista, io credo, leggere e cogliere i molti spunti di riflessione contenuti in questo articolo di Michael Cunningham.

Tradurre coinvolgendo tutti i cinque sensi. Entrare in contatto con il nostro sentire più profondo tramutandolo in arte.
A me è servito molto, e così spero anche per voi.

Buona lettura.

Dopo quasi trent’anni passati a scrivere narrativa, sono arrivato a capire che la traduzione non è semplicemente un lavoro assegnato a un traduttore, ma una lunga, complessa e anche profonda serie di trasformazioni che coinvolgono anche scrittore e lettore. La “traduzione”, essendo un atto umano, è, come tanti altri atti umani, un affare molto più complicato di quanto inizialmente possa apparire.
Lasciate che vi esponga un esempio dei dilemmi del traduttore.
Prendiamo quella che è probabilmente la frase più famosa della letteratura americana: «Call me Ishmael». È la frase di apertura del Moby Dick di Herman Melville. In America, anche chi non ha una profonda cultura riconosce questa frase.
Dunque. «Call me Ishmael». Tre semplici parole. Che c’è di difficile?
Tanto per cominciare, esse possiedono la più fondamentale e più evanescente delle qualità della scrittura: l’autorità. In quanto scrittori, noi dobbiamo, fin dalla prima frase, parlare con autorità ai nostri lettori.
L'”Autorità” è una qualità piuttosto misteriosa, ed è quasi impossibile analizzarla per scoprirne i componenti. Il primo compito del traduttore, quindi, è quello di ripristinare una certa energia che non può praticamente essere descritta o spiegata. Il traduttore è chiamato dunque a eseguire una magia.
Ma, sebbene le parole «Call me Ishmael» abbiano forza e sicurezza, forza e sicurezza da sole non bastano. Idiota, leggi questo, ha ugualmente forza e sicurezza, ma è meno probabile che queste parole raggiungano l’effetto desiderato. Cos’altro possiedono le parole di Melville che la frase Idiota, leggi questo non possiede?
Possiedono musicalità. Ed ecco il punto in cui il lavoro del traduttore diventa ancora più difficile.
La lingua della narrativa è composta in parti uguali di significato e musica. Le frasi dovrebbero avere ritmo e cadenza, dovrebbero coinvolgere e deliziare l’orecchio interiore. Idealmente, una frase letta ad alta voce, in una lingua sconosciuta, dovrebbe possedere comunque una qualità sonora, anche se chi la ascolta non ha idea del significato di ciò che gli viene raccontato.
Proviamo a dimenticare che le parole «Call me Ishmael» abbiano un significato, e soffermiamoci su come suonano.

Ascoltate i suoni vocalici: ah, ii, una i più morbida, aa. Quattro suoni, differenti uno dall’altro, ciascuno una nota morbida, rassicurante. Ascoltate anche come la frase sia tenuta insieme dalle consonanti. Apriamo con la c dura, battiamo sulla l alla fine di call, e poi, in un atto di deliziosa simmetria, battiamo sulla seconda l alla fine di Ishmael. Call me Arthur o Call me Bob andrebbero bene, ma per ragioni musicali non ci procurano la stessa soddisfazione.
Il lavoro del traduttore consiste nel riprodurre tanto la forza quanto la musica.
Chiamami Ismaele.
Sebbene diversa dall’inglese, abbiamo una nuova progressione, ugualmente piacevole, di suoni vocalici – ia, a, i, ae – e quelle tre m, ben distanziate.
Bene quindi. Se state traducendo Moby Dick, vi siete lasciati alle spalle una frase, e ve ne rimangono circa un milione.
Io incoraggio i miei traduttori a prendersi tutte le licenze di cui sentano il bisogno. Preferirei che le mie frasi brillassero in una forma alterata piuttosto che vederle giacere lì come blocchi di cemento nelle loro versioni letterali. Io scelgo di fidarmi dei miei traduttori.
Questo non è in effetti il gesto eroico che potrebbe sembrare, poiché ho imparato, dal lavoro con i traduttori nel corso degli anni, che il romanzo originale è, in un certo senso, esso stesso una traduzione. Naturalmente non è una traduzione in un’altra lingua, ma è una traduzione dalle immagini che l’autore ha in testa a ciò che è effettivamente capace di mettere giù su carta.
Eccovi un segreto. Molti romanzieri, se vengono incalzati e se sono onesti, devono ammettere che il libro finito è una traduzione piuttosto rozza del libro che volevano scrivere. È una delle qualità strazianti dello scrivere narrativa. Per mesi o anni ve ne siete andati in giro con l’idea di un romanzo nella vostra testa, e nella vostra testa è straordinario, brillantemente comico, disperatamente tragico, racchiude tutto quello che sapete e tutto quello che potete immaginare sulla vita umana sul pianeta terra. È grandioso e misterioso e solenne. È una cattedrale di fuoco.
Anche se il libro in questione viene fuori abbastanza bene, non è mai il libro che avevate sperato di scrivere. È più piccolo del libro che avevate sperato di scrivere. È un oggetto, una raccolta di frasi, e non assomiglia neanche lontanamente a una cattedrale di fuoco. Non contiene né tutto quello che sapete, né tutto quello che immaginate. Potete anche avere pensato, in momenti di grandezza particolarmente delirante, che avreste potuto rendere conto di tutta l’esperienza umana, e non potete fare a meno di notare che il risultato finale non contiene niente che riguardi la guerra in Crimea, il Grande Spostamento Vocalico, o la navigazione interstellare. È solo questo. Questo libro. E contiene solo ciò che contiene.
Sembra, in breve, una traduzione piuttosto insulsa di una mitica grande opera.
Il traduttore, quindi, sta solo spostando il libro di un altro passo nel continuum delle traduzioni. Il traduttore sta traducendo una traduzione.
Sono capace, e solo a malapena, di sopravvivere alle fitte di delusione che mi assalgono quando finisco un romanzo solo perché non ho, e non ho mai avuto, una concezione dei miei libri come testi sacri. Un romanzo, qualsiasi romanzo, se vale qualcosa, è non solo una traduzione leggermente deludente delle più grandiose intenzioni del romanziere, ma è anche né più né meno di un diario dell’esperienza che il romanziere ha affrontato mentre imparava, scrivendo, come si scrive un romanzo. I romanzieri dovrebbero essere eccessivamente ambiziosi. Dovrebbero sempre sentire che stanno facendo qualcosa di troppo grande per loro, come se non sapessero esattamente cosa stiano affrontando. È così che il romanzo si guadagna la sua vita. Un romanzo scritto da qualcuno che si auto-proclama “esperto” – un romanzo che non è stato percepito, nel corso della scrittura, almeno saltuariamente, come un fallimento – può essere ben fatto, e può anche essere un “buon” romanzo, ma probabilmente non sarà profondo. È probabile che somigli a un carillon svizzero, nel quale una piccola ballerina salta fuori e danza Per Elisa, piuttosto che alla furiosa, scomposta, misteriosa creatura che un romanzo dovrebbe essere.
L’esempio migliore che io conosca di questo stato necessario di semi-competenza non viene dalla letteratura ma dalla pittura. Monet, che ha creato quegli spettacolari dipinti di stagni pieni di ninfee quando era già molto in là con gli anni, stava cercando – senza riuscirci – di dipingere il movimento delle canne sotto la superficie dell’acqua quando morì. Spirò cercando di far sì che quelle canne dipinte ondeggiassero correttamente. Morì, di fatto, mentre ancora cercava di imparare a dipingere, mentre ancora si affaticava per un effetto che gli sfuggiva. Ed è questo, a mio parere, che avviene per un artista di qualsiasi tipo.
Se, come scrittori, considerate di essere e rimanere per tutta la vita uno studente che impara a scrivere, è praticamente impossibile pensare a qualunque libro abbiate scritto come definitivo. Un romanzo, qualsiasi romanzo, può solo essere il migliore romanzo che siete stati capaci di scrivere in quel momento della vostra vita, e anche se è venuto abbastanza bene, lo avreste scritto diversamente cinque anni più tardi. Io, personalmente penso che scriverei diversamente la maggior parte dei miei libri solo sei mesi più tardi, e tutto quello che posso fare è trattenermi dal correre di libreria in libreria a cancellare certe frasi di cui mi sono già pentito.
Non sto cercando di sembrare stupidamente modesto. Nessun romanziere è modesto. Pensate a quello che un romanziere dice in definitiva al mondo tutto: smettete di fare quello che state facendo e leggete questo. Non mangiate, non fate sesso, non chiamate un amico, e, per amor del cielo, non leggete nient’altro. Leggete questo, invece. Un romanziere – qualunque romanziere che io ammiri – si muove in un equilibrio spericolato fra la tracotanza e la negazione di sé. Devi avere abbastanza fiducia in te stesso da scrivere quello che stai scrivendo, e da credere che valga la carta su cui è stampato. E nello stesso tempo devi sottometterti alle tue storie, ai tuoi personaggi, alla tua arte. Sono sicuro che noi tutti abbiamo letto libri il cui primo fine è quello di mostrare l’abilità dello scrittore; di asserire una volta e per tutte che lo scrittore in questione è più brillante e pieno di talento di quanto osassimo immaginare. Non so come la pensiate, ma trovo questo genere di esperienza di lettura piuttosto vuota.
In ogni caso, noi cerchiamo sempre cattedrali di fuoco, e parte dell’eccitazione nel leggere un grande libro sta nella promessa di un nuovo libro che ancora non abbiamo incontrato, un libro che possa toccarci ancora più profondamente, che possa farci innalzare ancora più in alto. Una delle consolazioni dello scrivere libri sta nella convinzione apparentemente invincibile che il prossimo libro sarà migliore, sarà più grande e coraggioso, e più esaustivo e fedele alle vite che viviamo. Rimaniamo in uno stato di speranza continua, amiamo la bellezza e la verità che vengono a trovarci, e facciamo del nostro meglio per mettere a tacere dubbi e delusioni. È questa la nostra particolarità. Questa la nostra gloria. Siamo alla ricerca di qualcosa, e non veniamo scoraggiati dal sospetto collettivo che la perfezione che cerchiamo nell’arte abbia le stesse possibilità del santo Graal di venire trovata. Questa è una delle ragioni per cui noi, e intendo noi esseri umani, siamo non solo creatori, traduttori e consumatori di letteratura, ma della letteratura siamo anche i soggetti.
(traduzione di Ivan Cotroneo)

Lectio al von Rezzori

Michael Cunningham è nato in Ohio e vive a New York. Si è imposto nel 1998 con il romanzo Le ore (Bompiani) che ha vinto il Premio Pulitzer, il Pen/Faulkner Award e il Grinzane Cavour 2000. Da Le ore è stato tratto il film interpretato da Meryl Streep, Nicole Kidman e Julianne Moore. Il suo nuovo romanzo, By Nightfall uscirà in ottobre da Farrar Strass & Giroux e da Bompiani con il titolo Al limite della notte.
Michael Cunningham sarà a Firenze per il Premio Vallombrosa Gregor von Rezzori (16-18 giugno): a Palazzo Medici Riccardi, giovedì 17 alle ore 18, terrà la Lectio magistralis «Il Lettore, lo Scrittore, il Traduttore», di cui anticipiamo la parte iniziale. L’incontro sarà preceduto dalla presentazione del volume L’attesa è magnifica di Gregor van Rezzori (Guanda). I finalisti del Premio sono Héctor Abad, Jean Echenoz, Perceval Everett, Nam Le e Maurizia Balmelli (per la traduzione).

 

Per riflettere insieme sulla poesia e sull’editoria

Posto con un copia e incolla diretto la lettera di questo editore albanese che ha anche pubblicato poeti italiani esordienti. Se vogliamo, una scelta coraggiosa. Ma non è questo l’oggetto del contendere, bensì la lettera che segue dovrebbe farci riflettere sullo stato della poesia, dell’editoria, ma soprattutto della lettura nel nostro paese.

Meno televisione, più poesia! Che sia la chiave per migliorare il mondo?

Ecco la lettera e anche il link diretto al sito dell’editore

Casa Editrice
ALBALIBRI

 Gentile signora, gentile signore,

viste le gravi crisi in cui viviamo, crisi economica e cronica crisi della lettura, che in Italia dura da molti decenni, abbiamo deciso di prenderci un momento di pausa.

Una casa editrice come la nostra, che non fa pagare gli autori per pubblicare i loro lavori e riceve tante proposte di pubblicazione, ma pochissime richieste di libri da leggere, per quanto di qualità e interesse i titoli in catalogo, non può continuare ad esistere. Ecco perché ci prendiamo una pausa di riflessione.

Forse ci butteremo a capofitto nella vendita di tappeti, che possono andare molto meglio in una stagione di solitudine come questa.
O forse ci sposteremo verso altre lingue e paesi, dove non necessariamente tutti sono poeti.

Probabilmente sbaglio a scrivere in questo modo a qualcuno che solo chiede di pubblicare il suo libro… La mia disperazione non è certo per un mancato guadagno, ma per la totale mancanza d’interesse del pubblico italiano verso la cultura e la poesia in particolare.

Provate a guardare nelle librerie sugli scaffali riservati alla poesia: sicuramente avrete più libri di poesia voi in casa vostra … eppure in molti scrivono versi! Non saranno le librerie a essere poco interessate ai libri di poesia, di sicuro mancano i lettori!

Allora darei un consiglio: stampate da voi i vostri libri dal primo stampatore che trovate, non vi affidate a piccoli editori disonesti che vi chiedono soldi per pubblicare, andate in giro voi stessi a divulgare il vostro libro, con presentazioni e letture, per strada se necessario…
Diffidate dei premi a pagamento. E soprattutto leggete, leggete, leggete poesia, sempre, comunque. Giudicate della qualità di un’opera affidandovi ai vostri criteri di valutazione, diffidando della critica ufficiale e anche della pubblicità in tv e sui giornali.
Scusate se ho deluso le vostre attese.

Cordiali saluti

l’Editore Albalibri
Çlirim Muça


Lettera aperta agli autori esordienti a cura di Eliana Corrado

Posto qui un articolo del 2008 a cura della redazione di Scrittura & Scritture. Anch’io nel medesimo anno andai al Salone del Libro di Torino per la presentazione di Kairos, e mi capitò di assistere ad una scena più o meno simile.
Sono impazzita? No, non sto parteggiando per gli editori, è un invito a riflettere e un monito per noi tutti autori esordienti. Sono convinta che se anche noi cambiamo atteggiamento, il mondo editoriale cambierà.
Buona lettura.
 
Lettera aperta agli autori esordienti
Siamo di recente rientrate dal Pisa Book Festival e appena aperta la porta della redazione spiccano in bella mostra sul tavolo i manoscritti che in nostra assenza sono giunti e che, “gentilmente” i nostri collaboratori maschietti (Andrea e Alessandro) ci hanno fatto trovare con su un bel post-it che diceva: Meno male che noi ci occupiamo solo della parte grafica. Buona lettura.
Saranno stati una decina: e pensare che siamo state fuori solo 4 giorni… di cui un week-end… fate un po’ voi la media…
Sono tutti testi di autori esordienti (per intenderci scrittori che non hanno mai pubblicato nulla o che hanno al loro attivo una o due pubblicazioni che però non li ha resi i Paolo Giordano di turno…)
Chi ci conosce sa che Scrittura & Scritture è una casa editrice che INVESTE anche sugli esordienti, nel senso che, e questo è meglio ribadirlo, non chiediamo soldi agli autori per pubblicare i libri, né imponiamo acquisti massicci di libri…ovvero siamo Editori e non Stampatori.
Ma ultimamente cominciamo a porci delle domande…
Perchè una casa editrice dovrebbe investire su autori esordienti quando gli autori esordienti che si propongono a noi non sono poi disposti a investire il loro denaro nell’acquistare un libro di un esordiente (un loro pari, quindi) e spendere poi il loro tempo a leggerlo?
Quanti di questi autori esordienti che inondano coi loro testi le redazioni delle case editrici, sebbene invitati, sono poi fisicamente presenti tra il pubblico (sempre scarso) delle presentazioni di libri di autori esordienti?
Quando inviano il loro bel manoscritto alle case editrici, pensano a tutte queste cose? Pensano al fatto che se loro per primi non si interessano ai libri e alle iniziative dei loro “colleghi” perchè qualcuno dovrebbe poi interessarsi al loro libro?
Se loro non sono disposti a spendere pochi euro per comprare il libro di un autore esordiente perchè mai qualcun altro dovrebbe tirar fuori dal portafoglio una carta da dieci euro (giusto per mantenersi bassi coi prezzi) per comprare il loro libro?
Per non parlare poi del totale disinteressamento verso i libri della casa editrice stessa a cui pure hanno inviato il manoscritto, magari avendo preso l’indirizzo dalle Pagine Gialle o dal web, ma di cui non conoscono minimamente il tipo di libro che fanno, e non parlo del genere trattato, ma dell’estetica del volume, della qualità grafica e tipografica, la stessa qualità, cura ed estetica che un giorno, forse, magari, potrebbe essere riservata ai loro testi.
 
Quante volte alle fiere, non ultima proprio quella di Pisa, qualcuno si avvicina allo stand e senza neanche guardare i libri, ci chiede “Pubblicate esordienti?” e alla risposta “Sì” chiedono “allora mi dà un indirizzo dove spedire?” E noi li guardiamo basiti e vorremmo urlare: Ma guarda almeno il catalogo, dai almeno un’occhiata ai libri, sfogliane qualcuno, leggine qualche pagina, e in ultima analisi compralo, ma non limitarti a prenderti l’indirizzo della casa editrice e basta!!!”
Scommettiamo che se in quel momento sul nostro tavolo, anziché libri ci fossero noccioline, ci verrebbe lo stesso domandato: accettate manoscritti di esordienti?
E vogliamo parlare delle presentazioni? Mai nessun aspirante autore si è degnato di esserci, di fare domande, di respirare l’aria di qualcosa che, chissà, un giorno potrebbe vederlo protagonista.
Be’ certo, qualcuno c’è, ma giusto il tempo per chiedere all’editore: “Pubblicate esordienti? Allora mi date l’indirizzo dove spedire il manoscritto?” per poi sgusciare fuori dalla libreria o dalla sala come se essere presente lì fosse qualcosa di cui vergognarsi… di quelle cose che è meglio non raccontare in giro se no o si viene emarginati o derisi.
 
Perciò mi chiedo (a dire il vero ce lo chiediamo un po’ tutti in questi giorni in redazione) se un autore esordiente al momento di spedire il suo manoscritto non si chiede una sola delle cose che ho detto sopra… che cosa si chiede? O forse dovrei dire: si chiede qualcosa prima di lasciare il plico nelle mani dell’impiegato delle poste? E se non si chiede nulla allora forse è meglio che ci pensa su prima di spendere soldi per inviare manoscritti, perchè l’autore esordiente in realtà aspira solo alla autocelebrazione, e magari si appagherà del solo fatto di vedere il suo libro nelle case dei suoi amici (che ha costretto a comprarlo)…e all’editore che ci ha investito i suoi soldi per quella pubblicazione non resta che l’amaro risveglio da un sogno chiamato SCRITTORE.
 
Ma noi di Scrittura & Scritture, che abbiamo già pubblicato esordienti, alcuni dei quali ci hanno dato grandi soddisfazioni (di vendite, di critiche positive, di riconoscimenti ai premi), nonostante tutto, continueremo a leggere i manoscritti degli esordienti, perchè siamo certi che tra loro c’è chi quelle domande se le è fatte, chi nello scrivere pensa ad un lettore che lo leggerà (e non che scrive per se stesso), chi è lettore prima ancora che autore, chi ha davvero la stoffa dello scrittore, ed è giusto che noi, che facciamo le editrici per passione e per scelta (e non perchè abbiamo “ereditato” l’azienda di famiglia) confezioniamo con quella stoffa il giusto abito e lavoriamo affinché quell’abito sfili sulle più importanti passerelle dell’editoria.
 
Eliana Corrado