Ho aperto il comodino anni Sessanta, che assomiglia a una piccola cassaforte, e ho preso il quaderno con i girasoli. Tra tutti, è quello dedicato a te. L’ho scelto apposta con una copertina che riproduce un dettaglio dei Girasoli di Van Gogh. Ti sono sempre piaciuti, mamma. E adesso che ci penso non te ne ho ancora portati al cimitero. È proprio la loro stagione.
Ebbene, sul diario a te dedicato ho preso nota che oggi, 5 luglio, a più di un anno dalla tua morte, ce l’ho fatta a buttare tutti i tuoi farmaci. Aprivo le scatole e le buttavo nella carta, le medicine in una borsa apposita.
Sono riuscita a evitare il pianto a dirotto, il mal di pancia si è presentato improvviso ma in forma leggera, dunque sopportabile, come se anche il corpo sapesse che era arrivato il momento. E ogni medicinale ha creato nella mia mente una serie di ricordi che, come fotografie, sono finite in un album che vorrei evitare di aprire.
So che qualcosa mi apparirà di nuovo, ma ormai hai preso posto nel mio cuore solo come la donna che mi ha messa al mondo e che ora sta in compagnia di altri ai quali ho voluto bene; e altri ancora che non ho mai conosciuto. Dicevo: ti vorrò pensare non più come la persona fragile e sofferente degli ultimi mesi nei quali mi sono presa cura di te.
Voglio invece pensarti e ricordarti così, senza più medicine, ma con quello sguardo ravvicinato, commovente e profondo che ci siamo scambiate qualche giorno prima che tu te ne andassi via per sempre. Le parole del mio amore e del commiato le ho pronunciate chiare, forti e affettuose nel tuo orecchio destro.
Non potevi più rispondermi con la voce ma fissavo i tuoi occhi pieni di lacrime. E so che mi hai capita.