The Words

The WordsLe parole, solo quelle, alla fine contano solo quelle. E la coscienza di chi scrive, che cosa scrive, perché scrive, perciò sono “Le Parole”. The Words. Con la lettera maiuscola. Finisce il film con un domanda: – Non lo sai che le parole rovinano tutto?

La seconda questione che si pone nella storia rappresentata: What’s life, what’s fiction? Where does life end and fiction starts? Il confine sottile tra realtà e narrativa. Un lungo racconto incentrato sulla scrittura e sulla difficoltà dello scrittore di far emergere la propria voce, di farsi spazio nel variegato e complesso mondo editoriale, ovunque ci si trovi sulla terra.

Quando di notte tutti dormono, lo scrittore si mette al lavoro. Non è detto che sia esattamente nel cuore della notte, ma certamente lo scrivere è come il seme che sta sepolto sotto terra, magari sotto una coltre di neve, e poi un bel giorno il testo scritto emerge come esile piantina e si affaccia sulla terra, nella speranza di venir notato, prima o poi, per la sua unicità, originalità e freschezza. C’era un’altra poetessa, portava il nome di Alda Merini, la quale sosteneva che anche “i poeti lavorano di notte”. Non è il mio caso, nel senso che non è mai a notte fonda che le mie parole prendono corpo, ma quasi sempre è molto prima dell’alba che l’ispirazione è più intensa e chiara, viaggia veloce e il silenzio tombale aiuta a esprimere queste parole nuove, che vedranno la luce mentre il sole si appresta a sorgere di lì a poco.

Un film che non è un capolavoro, ma che può essere molto utile per chi scrive, per chi lo vorrebbe fare e forse, per via indiretta, anche per i lettori che possono avvicinarsi un po’ di più al mondo dello scrivere con tutti i suoi travagli e le sue difficoltà. Io non credo davvero di poter mai fare ciò che il protagonista sceglie di fare in questo film; se lo vedrete vi chiederete anche voi quanto sia facile barare, potendo e volendo. E come poi assumersi le responsabilità di questo gesto e affrontare tutte le relative conseguenze. Linkato alla locandina poco sopra è il trailer in italiano.

Ho promesso a me stessa che non avrei scritto esattamente una critica del film, e ancor meno avrei fatto anticipazioni importanti sulla trama; se lo vedrete capirete il perché. Ma una considerazione è indispensabile e certa: quando una storia è scritta con l’anima e con il cuore, in qualsiasi epoca e chiunque sia l’autore, è universale e senza tempo.

In questo senso mi sovvengono le parole di Katherine Mansfield, una maestra del racconto, (leggete l’articolo che ho linkato!) che pensava e scriveva così:

 

Un’opera letteraria senza emozione è un’opera morta; diventa un documento invece di una rivelazione.

Senza entrare nei dettagli, è quello che succede in questo film. Vedetelo e ritroverete tutte le difficoltà dello scrivere. Difficoltà? Perché, scrivere è difficile?

Non credo esista al mondo via più impervia di questa. Devi amare profondamente la scrittura,  altrimenti non ce la puoi fare. Oppure fai l’imbrattacarte, ma è un’altra cosa.

La custode di mia sorella

Anche se stai per morire, puoi uscire per ventiquattrore dall’ospedale e trascorrere una giornata al mare con la tua famiglia ed essere pronta alla partenza definitiva. Godere della bellezza del mondo sapendo che tutto verrà lasciato per una vita migliore.

 

A volte si feriscono le persone che si hanno al proprio fianco anche se non le si abbandona. E vedere la sofferenza che distrugge lentamente un corpo e un’interiorità ci ricorda che quella terrena non è la nostra condizione perfetta. Quasi perfetto invece è l’amore umano che ci regala l’elevazione dello spirito, se sinceramente nasce da questo moto interiore che ci conduce verso il trascendente. E puoi essere ad un passo dal cielo e puoi ancor meglio amare. Anche con il corpo in disfacimento e la malattia che ti distrugge dal di dentro. Ma non è lei la padrona, diciamoci la verità. Scegliamo noi alla fine quando e come andare, anche se dispiaciuti di lasciare persone, cose e la Vita, preziosa.

 

Ma è solo un’illusione. Il nostro vero mondo è altrove in una perfetta condizione di beatitudine infinita.

 

Il favolso mondo di Amélie

Solo questo pomeriggio sono riuscita a vederlo, in santa pace, spaparanzata nella mia poltrona.

La frase che mi ha colpito di più è quella del pittore che, come ogni anno, è intento a dipingere La colazione dei canottieri di Renoir. All’incirca così: dopo tutti questi anni, la figura che non riesco mai a rendere bene è questa donna che beve. Sta esattamente al centro della scena e ma allo stesso tempo ne resta fuori.

Come dire, noi siamo al centro della nostra vita ma ci piace restarne fuori. È proprio la figura tenera e autorevole del pittore, non a caso “l’uomo di vetro” a ricordarci le nostre fragilità. Ed è proprio lui a ricordare più tardi ad Amélie che tutta la sua generosità e il suo prodigarsi per salvare la vita degli altri non salverà se stessa, se non si deciderà ad assumersi le sue responsabilità.

Quanto di noi c’è in questo personaggio?

È certamente un film ispirato e penetrante, è una poesia unica, dalle immagini agli sguardi degli attori, dalle storie rappresentate tanto paradossali e uniche quanto realistiche e condivisibili.

E il parallelo poetico che mi sovviene è una lirica della mia amata Alda Merini, dal titolo

Ascolta , il passo breve delle cose (dalla raccolta La volpe e il sipario, 1997) e recita così:

Ascolta, il passo breve delle cose

― assai più breve delle tue finestre ―

quel respiro che esce dal tuo sguardo

chiama un nome immediato: la tua donna.

È fatta di ombre e ciclamini,

ti chiede il tuo mistero

e tu non lo sai dare.