Lo straniero. Abitare la propria assenza

Chi è davvero lo straniero?

È la domanda che mi ha accompagnata da ieri pomeriggio dopo aver assistito, insieme alla mia amica Carole, alla proiezione del film Lo straniero, diretto da François Ozon e tratto dall’omonimo romanzo di Albert Camus, nell’ambito del Cineforum del giovedì al Cineteatro Nuovo di Arcore.

Meursault è un trentenne che attraversa la propria esistenza con un’indifferenza quasi assoluta. Vive, lavora, intreccia relazioni, ma sembra incapace di partecipare emotivamente a ciò che gli accade. Persino durante il funerale della madre conserva un distacco incomprensibile, un’assenza di dolore che finirà per pesare sul giudizio degli altri. Dopo aver affrontato tre lutti ravvicinati, questo atteggiamento mi ha davvero colpita.

Anche l’amore di Marie, che potrebbe rappresentare un varco nella sua solitudine interiore, non riesce a fiorire. Meursault non lo respinge, ma neppure gli va incontro. Lo lascia accadere, come tutto il resto.

Il bianco e nero puro della fotografia traduce visivamente questa estraneità. La luce e le ombre disegnano un mondo nitido, quasi spietato, nel quale il protagonista sembra muoversi senza appartenervi davvero.

Si lascia coinvolgere nei loschi affari del vicino di casa Raymond, senza interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni, fino alla tragedia sulla spiaggia.

Il sole è implacabile, la luce accecante. Eppure, quella luminosità non mi è sembrata sufficiente a spiegare il gesto dell’uomo che impugna la pistola. Dietro l’omicidio intravedo qualcosa di più profondo: una frattura interiore, una crisi d’identità che trova nella violenza la sua manifestazione più tragica.

Condannato a morte, Meursault attende il patibolo. La barba lunga e il volto trasformato sembrano restituire un uomo diverso, ma il cambiamento, almeno ai miei occhi, è soltanto esteriore. Respinge il cappellano che vorrebbe offrirgli una consolazione religiosa e rimane estraneo a una fede nella quale non si riconosce.

Nel sogno che precede la fine, la madre ritorna accanto al patibolo. La donna per la quale non aveva saputo piangere riappare proprio quando la sua stessa esistenza sta per concludersi. Forse una consapevolezza affiora, ma non necessariamente un pentimento.

Meursault è straniero alla società che lo giudica, alle persone che lo amano, all’uomo che ha ucciso. Ma soprattutto è straniero alla propria vita, che ha attraversato senza riuscire veramente ad abitarla.

Eppure il film non si conclude con lui.

Nell’ultima scena, la sorella di Moussa, il giovane assassinato, piange davanti alla tomba del fratello, restituendogli un’identità.

Ho pensato allora a due funerali, a due modi opposti di confrontarsi con la morte: da una parte l’assenza di lacrime di Meursault per sua madre, dall’altra il pianto della sorella per Moussa.

Due modi opposti di stare davanti alla morte. Due modi di abitare, o non abitare, la propria umanità.

E forse è proprio in quell’ultima immagine che la domanda iniziale trova una risposta inattesa.

Perché nessuna vita dovrebbe diventare straniera allo sguardo degli altri.

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FIUME LENTO

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