Intervista a Giovanni Garufi Bozza

giovanni garufi bozzaIn questa intervista a Giovanni Garufi Bozza, psicologo, scrittore e autore di un racconto nell’antologia collettiva Crisalide, si cita l’estate del 2012, quando preparammo i racconti poi pubblicati. A distanza di un anno vi suggerisco quindi il nostro libro di racconti per le vostre letture estive. Visitate la pagina linkata, avrete ben il 15% di sconto!

Nel frattempo leggete tutta l’intervista con attenzione perché, oltre a conoscere meglio questo autore, non mancano gli spunti per intavolare scambi di opinioni su molti argomenti che ci riguardano, sia come autori che come lettori.  Attendo i vostri commenti!

Riprendendo la massima di Confucio che apre il tuo racconto La filosofia dell’ottimismo ti chiedo: come si riconosce un maestro?

Ottima domanda, credo che il modo migliore sia nell’essere umili. Quella di Confucio era in realtà una massima di umiltà: riconoscere che non si è mai raggiunta la vetta, che si ha sempre da imparare se ci si predispone con l’animo giusto verso l’altro. Nel mio racconto, il maestro è un semplice venditore di rose, di origini albanesi: la classica persona che tendiamo a evitare, specie quando si è in dolce compagnia. L’umiltà del protagonista, lo predispone all’ascolto, e in un pomeriggio apprende più di quanto non abbia mai fatto in tutta la sua vita. Il punto è proprio questo: senza umiltà e senza ascolto, non potremo mai riconoscere il maestro. Confucio parla di una persona su tre: una media altissima, se ci si pensa! Un terzo del pianeta ha qualcosa da insegnarci. Quanto apprendimento ci lasciamo sfuggire, per la mancanza di umiltà e di ascolto? A partire da questi due talenti, avremo la possibilità di trovare quell’unico maestro su tre, magari arrivando a riformulare la massima confuciana: su tre persone che mi passano accanto, tutte saranno i miei maestri, perché per le differenze di vita, di esperienza di competenza, ciascuno di loro mi potrà insegnare qualcosa, persino se porta solo la sua sofferenza.

Essere psicologo aiuta la tua scrittura?

Sì, come essere scrittore, o aspirante tale, aiuta ad essere psicologo. La psicologia dà il suo contributo nel definire i caratteri dei personaggi, a creare dei messaggi positivi e di riflessione tra le righe. Ma è vero anche il contrario: la scrittura aiuta a viaggiare per il mondo con la fantasia, a porsi domande, a immaginare caratteri, personalità e situazioni, arricchendo il proprio bagaglio di conoscenza “psi”.

Questa crisi sta annientando un po’ tutto e tutti: la filosofia dell’ottimismo ci salverà?

La filosofia dell’ottimismo riprende gli insegnamenti della Psicologia della Salute, tra cui la trasformazione del limite in risorsa e la rivalutazione delle parole che hanno una connotazione negativa, al fine di scoprire quanto possano essere strumenti di aiuto. In tal senso, reputo la filosofia dell’ottimismo alias Psicologia della Salute, un ottimo aiuto: se riusciremo a indossare le lenti giuste per guardare il mondo, riscopriremo la crisi, l’errore e lo sgomento come risorse. Riusciremo persino a compiacerci della nostra stupidità in certe situazioni: lo stupore è il padre di ogni crescita.

Perché hai deciso di partecipare alla pubblicazione di Crisalide?

Ho avuto questa proposta da Alessandro Vizzino, nella calda estate di luglio 2012. Me ne ha parlato con grande entusiasmo e mi crisalide-raccoltaha chiesto di partecipare. Gli autori che mi ha citato erano tutti di un certo peso, con già altre pubblicazioni alle spalle. La richiesta mi ha inizialmente messo in crisi, perché non avevo idea di cosa scrivere. E per l’appunto è stata questa crisi a farmi cimentare nell’impresa, l’ho presa come sfida per superare i miei limiti e le mie remore.

Lo rifaresti?

Personalmente sì, ma prima vaglierei meglio i partecipanti. Sono convinto che pubblicare qualcosa sia come mettere al mondo un bambino: dopo averlo partorito, devi farlo crescere. Ho messo tutto il mio impegno per promuoverlo, ma lo stesso non ho visto fare da altri autori, salvo le eccezioni ovviamente, come te e pochi altri. L’entusiasmo iniziale e il coordinamento che ha preceduto la pubblicazione, si sono dissolti non appena il testo era pronto per essere diffuso. Non serve a nulla avere un titolo in più, se poi non si diffonde. E visto il numero e il livello degli autori, molto si poteva fare e non è stato fatto. Lo dico con un po’ di rammarico, perché è andato contro quello che volevamo trasmettere al pubblico: cooperando si batte la crisi. Continuo a credere che sia così, ma aggiungerei un piccolo emendamento: se cooperano tutti.

Come sei arrivato alla scrittura e cosa rappresenta nella tua vita?

Ho iniziato a scrivere già da piccolo, inventando storie più o meno lunghe, che puntualmente finivano nel dimenticatoio. Finché non ho trovato quella storia che mi ha preso totalmente, quella che ho amato pensare e scrivere dall’inizio alla fine. È stato il punto di partenza per fare della scrittura una parte essenziale della mia vita. Io scrivo in ogni occasione: sul blog, o quando viaggio, o quando ho il famoso momento di ispirazione. Non manco mai di avere appresso penna e quaderno, per segnare pensieri, emozioni, o pezzi di storia. Rappresenta un lato essenziale: prendere carta e penna coincide con l’iniziare a viaggiare con la fantasia, creare situazioni, emozioni, caratteri e comportamenti. Sei in un luogo, apparentemente fermo a tracciare linee su un foglio, ma in realtà sei in tutti i mondi possibili. Ed esplori la vita, l’uomo, e te stesso, da tutte le angolazioni possibili.

Cosa hai pubblicato e perché?

selvaggiaHo pubblicato, oltre al racconto su Crisalide, il romanzo che ti ho citato nella risposta precedente, Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità. L’ho pubblicato per condividere una storia che mi ha appassionato fin dalle prime righe, un caso di doppia personalità, dove il protagonista maschile, Daniel, si ritroverà a cercare un senso a una ragazza che gli si palesa davanti talvolta nei panni dark di Selvaggia, talvolta in quelli color pastello di Martina. Esuberante e libertina in un modo, chiusa e paralizzata verso le relazioni sociali nell’altro. Una continua lotta tra follia e razionalità, che lascio scoprire al lettore.

Mi chiedi il perché lo abbia pubblicato… per cos’altro, se non per condividere una bella storia che ho amato e respirato fin dalle prime righe? La mission di uno scrittore è coinvolgere un lettore, farlo riflettere, farlo emozionare. Ecco, credo e spero che nel mio romanzo ci siano questi ingredienti, essenziali per una buona lettura. Le altre pubblicazioni che ho, invece, sono di carattere scientifico e divulgativo. Ho pubblicato nel 2010 su una rivista inglese, Carnival, un articolo in lingua su la legge Basaglia e l’integrazione del malato mentale e negli atti di un convegno di pedagogia, un articolo sull’insegnamento del colloquio di ricerca con i bambini, nel 2011. Queste due ultime pubblicazioni, sono gratuitamente disponibili nel mio blog, alla voce “Psicologia della salute”.

Cosa pensi dell’editoria italiana?

Ritengo che sia un momento di profonda crisi per l’editoria. Si pubblica più di quanto si legga. A fronte di questa situazione, abbiamo case editrici che chiudono, altre che vivono o sopravvivono, grazie ai contributi degli autori e non con la diffusione di testi di qualità. Le grandi case editrici si sono rese quasi irraggiungibili per gli emergenti, ripiegando sui nomi di peso (che non sempre coincidono con il talento narrativo, vedi gli attori che si improvvisano scrittori, grazie ai ghost-writers). Poi ci sono le piccole case editrici, che credono nel loro lavoro, e sgomitano assieme ai loro autori per promuoversi e sopravvivere alla crisi. Sembra una lotta tra poveri, in cui a trionfare è la crisi stessa, e talvolta il dubbio narcisismo dei singoli.

È difficile essere scrittori nella nostra epoca e nel nostro paese?

Difficile…? Se lo ritenessimo difficile ammetteremmo che non c’è più la fantasia per scrivere belle storie! A giudicare da quanti libri escono quotidianamente, direi che forse è più difficile essere lettori che scrittori! Battute a parte, un secolo di storia italiana è bastato per capovolgere la situazione. Agli albori del 900 l’analfabetismo imperava in Italia. I pochi che scrivevano, diventavano famosi in primis perché erano validi e, per l’appunto, pochi. Essere autori coincideva con il far parte di una élite. Oggi la situazione ha raggiunto un paradosso drammatico: un discreto numero di persone leggono, moltissimi scrivono. E per diventare affermati si fa a gara a fare a gomitate, quasi fosse una sfida tutti contro tutti. Si considera la propria opera come eccelsa, trascurando quella altrui. Senza contare che la carta vincente, probabilmente, è il mettersi in relazione sia con i lettori che con i colleghi scrittori, e considerarsi, prima che narratori delle proprie storie, lettori accaniti delle narrazioni altrui. Poi, avvantaggerebbe molto un ritorno della meritocrazia. Internet dà a tutti la possibilità di pubblicare, ma quanti romanzi veramente valgono? Questa esplosione di scrittori ha portato i lettori a diffidare delle auto-pubblicazioni, a preferire i romanzi di nomi noti, o di case editrici famose, che sembrano avere il bollino doc su quanto pubblicano. La democratizzazione della pubblicazione ha senza dubbio il merito di aver concesso la possibilità a tutti di condividere i propri scritti, ma un pizzico di meritocrazia incrementerebbe la qualità dei testi, e forse l’umiltà di tanti nostri colleghi, a vantaggio dei lettori.

Immagina di vivere in un luogo ameno e isolato dal mondo dove puoi portare solo quattro libri (non tuoi): cosa scegli?

Un romanzo storico di Bernard Cornwell, autore che adoro (non dico il titolo, lì mi basta pescare a caso nella sua bibliografia, per sapere che, come pesco, pesco bene).

“Una manciata di fango”, di Corrado Augias, libro che rileggerei più che volentieri.

E due testi emergenti: “E’ così Fragile”, di Stefania Sabattini, e il romanzo che sto leggendo adesso, stranamente un fantasy (che personalmente non amo come genere), che mi sta letteralmente conquistando: “I tre druidi”, di Stefano Tomei.

Sottolineo, però, che questa è una bruttissima domanda per un amante della lettura come me… mi stai chiedendo, tra le righe, di rinunciare a tantissimi altri libri di autori passati e presenti, famosi o non famosi, che ho letto o che vorrei leggere… praticamente mi fai rinunciare all’infinito!

Permettimi poi un sorriso amaro per la specificazione tra parantesi che hai scritto (non tuoi), sottolinea il discorso che facevo prima sul narcisismo. Mi sembra di capire anche tu ritenga che ci sarebbe qualcuno con un ego così esagerato, da citare quattro sue opere! Si sa, oggi fioccano i Tommasi di Lampedusa, i Leopardi e gli Svevo, così come gli Augias e i Camilleri, per citarne due contemporanei. Che amarezza..!

Sei pronto, come scrittore, per un’editoria unicamente digitale?

Personalmente lo sarei, se non fosse per la convinzione che sia il pubblico italiano a non esserlo. L’Italia non è un paese giovane, ammettiamolo, e il livello di informatizzazione delle persone è ancora lontano dagli standard europei. E non si possono trascurare questi dati, dal momento che spiegano il motivo per cui l’e-book è ancora poco diffuso rispetto ad altri paesi. Spesso giustifichiamo la cosa dicendo che siamo un paese ancora attaccato alla carta stampata, un paese di nostalgici. In parte è vero, sicuramente, io stesso amo sfogliare i libri, ci sono cresciuto! Ma credo che questo sentimento sia presente nella stessa misura anche negli altri Paesi. Ammettiamo invece che siamo attualmente formati male su due materie: l’informatica e l’inglese, e finché non si inizierà a investire sulla scuola dell’obbligo, non potremo pretendere che l’editoria unicamente digitale prenda piede. Non a caso fioccano corsi privati che formano all’uso del PC e all’inglese: ci siamo mai chiesti perché negli altri paesi non ci sono, o sono rari? Perché è l’istruzione pubblica a formare sufficientemente le persone, che per forza di cose parlano l’inglese (e altre lingue) in modo decisamente migliore rispetto al nostro, e sono pronti all’e-book. Eppure avrebbe i suoi vantaggi: costa molto meno, è maggiormente diffondibile. Io sono pronto… ma i lettori?  

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