Io e Virginia Woolf

Ricorrendo domani il compleanno di Virginia Woolf, mi piace postare un articolo per ricordarla. E voglio per prima cosa collocarla in un punto preciso della mia vita, epoca della foto che mi ritrae in compagnia di un’altra estimatrice della scrittrice sicuramente molto seguita negli anni ’80.

In questa foto non sto sfogliando un libro suo, ma era l’epoca in cui lessi molti suoi libri per riprenderli poi in lingua originale a Londra qualche anno dopo. I libri a me più cari della scrittrice sono Una stanza tutta per me così come Il diario di una scrittrice. Sono testi senza tempo perché sempre sono rintracciabili le dinamiche della scrittura per una donna. Ribadisco: per una donna. Cambiano i contesti, ma pare che queste restino invariate nel tempo. E’ certo ben nota per il suo femminismo,  ma il suo è più esplicito nei saggi e nel diario, dove si esprime come preoccupazione per gli effetti psicologici provocati dalle strutture sociali, con un’interiorizzazione della autorità patriarcale che sussiste anche quando tale autorità reale è indebolita. E’ particolarmente sensibile agli oscuri tabù ed ai fantasmi affettivi, come quello che immagina dietro di sé scrivendo la sua prima recensione, che le consiglia di non essere severa giudicando un libro scritto da un uomo.

A quel punto la Woolf cessò di essere nella mia mente un’impersonale creatrice di raffinate opere di narrativa, e divenne una figura più ampia e interessante: praticante di un’arte che cela l’arte, scrittrice elegante, senza dubbio, ma che, ciò che più importa, era in grado di scrivere con passionalità riuscendo a non farsi sopraffare da essa ed anzi a volte cercando di nasconderla. Anche se i suoi romanzi possono funzionare da soli, la loro piena risonanza interiore emerge quando sono  visti in un contesto più ampio, quello della sua esperienza e delle sue idee. Il talento di Virginia si irradia da un nucleo centrale fatto di forza e di vulnerabilità, di autoconsapevolezza e risentimento, di fascino e di rabbia, e si esprime in forme così varie che considerarla grande solo come autrice di romanzi non è abbastanza; e perciò, volendo significare l’ampiezza di respiro della sua opera (e in seguito della mia ammirazione), la definisco una donna di lettere.

Certo, la sua biografia è un’allegoria di come non vivere: periodicamente impazziva ed alla fine si annegò. Ma il fatto che Van Gogh si tagliò un orecchio o che la Woolf si gettò nell’Ouse, anche se elementi innegabili del dramma, non ne sono il dato più determinante, nella misura in cui non lo è il fatto che Amleto muoia in un duello alla fine del dramma di Shakespeare. In effetti la grande tentazione della nostra epoca è prendere il suicidio come prova del genio e esaltare come “più creativi” gli scrittori più nevrotici. Io invece penso sia una disgrazia in più di un senso il fatto che alcune tra le più grandi scrittrici di questo secolo ― si pensi alla Plath e alla Sexton, oltre che alla Woolf ― si siano uccise. Propenderei a riflettere meno sulla disperazione e più sul recupero di una storia letteraria femminile.

Nonostante i suoi limiti dovuti alla malattia, fu una scrittrice molto produttiva. Era come tutti, ma diversa da tutti. Una donna che anelava alla normalità pur combattendola nelle sue iniquità. Una donna di lettere dall’animo sensibilissimo e dalla perspicacia e acutezza di pensiero, Adeline Virginia Stephen in Woolf, il cui primo ricordo fu un vestito della madre. Dalle biografie ne esce una donna che spendeva tutte le sue energie ad occuparsi degli altri, possedeva d’istinto l’arte alla dolcezza, sapeva intuire anche senza parole quando il suo aiuto era necessario, e non c’è da stupirsi che tutti s’innamorassero di lei. Poliedrica dunque, e questa consapevolezza esce bene nel suo romanzo più ambizioso, The Waves dove mira a ritrarre sei individui come aspetti di un unico essere. La ricerca della continuità è insomma il suo marchio di fabbrica come scrittrice.