Sonetto di Capodanno

Solo per oggi continuo sul tema del tempo e, non contenta, giro ancor più il dito nella piaga. Ma poi dai prossimi articoli cambierò registro, anche perché nella quotidianità tempus-fugitdell’anno si attivano altri temi e pensieri.

Godetevi questo sonetto del maggior poeta spagnolo, eguagliabile al nostro Dante per liricità, e unico nel suo genere per la vena satirica che lo contraddistingue in alcune sue poesie.

Va riletto Quevedo di questi tempi, e sarà una mia lettura del 2014, per il senso della corruzione morale che accompagnava anche il suo tempo.

Tutto questo sonetto è costruito su un crescendo di versi desolati che riflettono sulla brevità. Un monito e uno sprone per non lasciarci andare, ma mettere a frutto al meglio il nostro tempo.

RAPPRESENTA LA BREVITÀ DI QUANTO SI VIVE

Ehi della vita! Nessuno mi risponde?

Qui del passato, che ho vissuto:

la fortuna il mio tempo ha morsicato,

l’ore la mia stoltezza le nasconde.

 

Senza poter saper come né donde

la salute e l’età sono fuggite!

Fugge la vita, vissuto è il presente,

né v’è calamità che non mi sfiori.

 

Ieri è passato, Domani non è giunto,

l’Oggi sen va senza fermarsi un punto;

sono un fu, un sarà ed un è stanco.

 

Nell’Oggi, nel Doman, in Ieri unisco

fasce e sudario e così rimango

presente successione di defunto.

 

(Francisco Gomez de Quevedo y Villegas, Traduzione di G. Bellini)

 

 

Buon anno!

Quest’anno per i miei auguri ho volutamente scelto una poesia di Giorgio Caproni, perché con questo poeta siamo sempre in viaggio, a ragionare di vita e di morte e sul cammino e il senso dell’esistere. È noto che la sua arte è fare il vuoto intorno ai nudi oggetti della nuda vita. La vita dell’hic et nunc è sbriciolata, svuotata e resa larvale da un sovramondo platonico. 

È importante, in un momento storico così denso e pesante come il nostro, fare l’esercizio interiore di questo poeta, far diventare il  sovra-sensibile più concreto del sensibile, trasformarlo in un reale pensabile e dicibile. Dare importanza alle nostre parole in un tempo in cui si sprecano e delle quali ci si abbuffa per colmare, mai come ora, un così sovrabbondante vuoto. Caproni ricorre alle frasi sempre più spezzate, minimi segmenti, zig-zag beffardamente arguti nel mostrare che il nulla è sovrano, scarnifica l’essere e anzi si diverte perfino a farlo essere.

L’anno sta per terminare anche se non termina nulla: lo sappiamo bene che il tempo è una nostra invenzione-convenzione. Comunque sia, accentando questo giorno come momento di passaggio, riflettiamo sulla nostra quotidiana lotta con l’oltre, in questa poesia arriva a mortificare la vita per poter vivificare la morte, gioca sui contrari, li accoppia e li scavalca.

IMG_9846E come noi in questo giorno di transito verso un tempo solo apparentemente nuovo e diverso, ecco che per lui il tema del viaggio e del congedo viene fulminato dal paradosso della simultaneità che annulla tempi e luoghi distinti, e realizza intellettualmente la più abile vittoria della lirica sulla narrativa, cioè nel quotidiano, della spiritualità sulla realtà, della speranza sulla disperazione.

Speranza, disperazione, movimento perpetuo nel tempo e nello spazio di questo nostro mondo: attualità, in una parola.

Ma il poeta ci insegna che il dove e il quando sono privi di corpo e di senso e non fanno più né storia né geografia e tutto è qui; l’essenza della vita condensata in frasi nominali il cui solo dinamismo è un’esplosione che ci azzera di certezze e risposte pronte all’uso. Esattamente come nella vita.   

1.

Son già dove?

Già quando?…

(Chiedo.

Non è che mi stia allarmando.)

2.

Son già oltre la morte.

Oltre l’oltre.

Già oltre

(in queste mie estreme ore corte)

L’oltre dell’oltremorte…

3.

Io, già all’infinito distante.

Qui, in questo mio preciso istante.

Dove, morto ormai il bettoliere,

aspetto – “come se”. Nulla fosse – il solito

(già dileguato) bicchiere…

4.

(Io già al di là d’ogni attesa…

Già scavalcata ogni resa…)

 

(Giorgio Caproni – “Quattro appunti”, in Res amissa, Garzanti, 1991)

 

La febbre e il tempo

Ringrazio la febbre a 39. Anche se ha sconvolto tutti i miei piani e mi ha cambiato la vita, il Natale e non solo.

Non mi è successo spesso di sentirmi così nella mia vita. Per la precisione questa era la terza volta in cinquantadue anni. All’inizio mi sono arrabbiata e risentita poi, forse anche per le forze esigue, ho deciso di fare buon viso a cattivo gioco e, come dice la mia amica editor Paola, ho cercato di prendere “il buono che c’è”.

È stata un’esperienza forzata di riposo fisico e mentale, di digiuno comunicativo e soprattutto tecnologico. Sebbene io non sia iperconnessa, ho sentito molto la differenza e ho meditato molto, nell’appartato silenzio sudaticcio della mia febbre, sul senso e lo spessore del tempo in questa epoca. Starsene nella solitudine del letto mentre tutti festeggiavano è già una maniera particolare di percepire la realtà, la festa e il senso dei nostri costumi e comportamenti. E poi il distacco da notizie in tempo reale, video, telefonate, messaggi e quant’altro. Per svogliatezza e mancanza di forze fisiche e mentali.

In questa specie di caldo limbo rappresentato dal mio letto, pensavo a tutto quello che avevo pianificato di fare e che, inesorabilmente, veniva procrastinato. Alcune cose per l’ennesima volta. Subito dopo però mi sono soffermata su come facciamo ultimamente le cose; su cosa mi mancava e cosa, invece, vivevo come una salutare disintossicazione. In certe condizioni non vuoi parlare, non vuoi navigare, non vuoi sentire cellulari suonare o semplicemente bippare ad ogni sms ricevuto o per qualsivoglia altra notifica. Vorresti forse provare a vedere cosa succede là fuori, nella virtuale rete sociale, ma i tuoi occhi faticano a capire quello che stai leggendo.

Insomma io ero, per usare una parola che ormai fa parte del nostro quotidiano, in piena crisi. Sì, crisi. E ho realizzato che non c’è nulla di meglio di una profonda crisi per capire che cosa sia realmente importante per noi e la nostra vita. In modo semplice, su base quotidiana. Lasciando subito da parte i doveri (ognuno ha i propri e tipicamente riguardano la sfera famigliare e lavorativa) aggiungiamo le nostre esigenze primarie, fisiche, mentali, igieniche, e così via. Ecco che rimangono gli affetti e gli interessi: le cose importanti per davvero. Nel mio caso in primis la scrittura e la lettura con i dovuti contorni, annessi e connessi. Fatta questa operazione, nella nostra vita dovrebbe rimanere il superfluo o quasi; non come oggetto da possedere o meno, ma come attività. Cosa rimane? Dovrebbe rimanere qualcosa di ludico, di intrattenimento. E io credo che dovrebbe avere la parte marginale del tempo a nostra disposizione: ma è veramente così?

È inevitabile pensare in questo momento alla tecnologia: croce e delizia della nostra epoca. Alzi la mano chi ha passato il giorno di Natale senza telefonino acceso, pensando solo al lato spirituale della festa (perché, ha un lato spirituale?) e vivendola nel presente con chi più ama. E ancor meglio: chi ha pregato? chi ha veramente espresso dal profondo ciò che sentiva in questa festa con parole ponderate e scelte con attenzione? Chi ha scritto un biglietto cartaceo, diverso dal solito prestampato o addirittura una o più lettere di Natale? Chi una pagina di diario a fine giornata? Chi ha letto o ascoltato una poesia? Chi ha vinto la tentazione di estrarre il telefonino per riprendere un figlio o un nipote che recita una poesia ma si è solo soffermato ad ascoltare, ammirare. Interiorizzando.

Cosa sto cercando di dirvi? Che questo distacco forzato dalla realtà mi ha fatto capire la febbre e il tempoquanto sia cambiato il senso del tempo e della realtà e quanto la nostra comunicazione, apparentemente migliorata nei mezzi, stia soffrendo nella sostanza. Amo scrivere e conosco l’importanza del tempo narrativo e di quello reale. Di un arco temporale più vasto che è la nostra vita e il momento presente. Ora, immedesimatevi in quanto vi sto dicendo e prendete il vostro momento presente, dilatandolo virtualmente a livello planetario. Fate questo quotidianamente senza riflettere e poi ditemi come vi sentite interiormente. Viaggiatori di un tempo senza inizio né fine in un mondo senza confini. È naturale per noi?

Io in questi giorni appena passati stavo veramente male, la febbre si faceva sentire, faticavo a parlare, la tosse mi dava solo qualche momento di tregua. E lì ho avuto chiaro che le parole hanno un corpo, quindi un peso e uno spessore. Un significato, un profumo, un valore. Comunicare veramente costa fatica. Io credo che la facilità dei nostri mezzi di comunicazione odierni, ha inevitabilmente depauperato la capacità comunicativa vera e profonda. L’unica che conta. E ve lo dico con tranquillità perché so quanto sia gravoso scrivere, nel corpo e nella mente. E chi lo ha provato sa bene che cosa intendo dire.

Chissà, forse sono qui sola ad esternare deliri post-febbrili nella piovosa Brianza…

La notte di San Silvestro

al di là
Andare oltre

Se riuscissimo a capire un poco

Anche solo

Nel pensiero più profondo              

Senza indugi nel cuore

Il senso del tempo

La pulsazione che sfugge

Veloce all’orecchio, e che un botto non è

E se imparassimo a camminare

Seri ma sereni

Tra la folla dei giorni

Riusciremmo a capire il presente, qui e

Ora, semplicemente eternità, nell’eternità.