La notte e le parole

Lo scrittore e il poeta scrivono nel buio. Non necessariamente il buio notturno ma anche e soprattutto il buio interiore.

Scriviamo nel buio anche quando ci troviamo in piena luce, come di giorno o come in uno stato d’animo gioioso e felice. Questo accade perché l’atto dello scrivere presuppone un’interiorizzazione tale da costringere l’autore a calarsi nel buio creativo, necessario per escludere tutto il resto e poter così dare, il più limpidamente possibile, voce a ciò che gli occhi del cuore suggeriscono alle mente.

Cosa ne pensate?

Si scrive con la pancia

Decido che voglio scrivere qualcosa e, in qualche modo non ho, o comunque non mi pongo, molte regole per questo. Di sicuro però voglio vedere sviluppata la mia idea di romanzo sulla carta in modo molto semplice: una cartella e non di più; poi scrivo e basta e non mi corrispondono i consigli delle scuole creative, perlopiù americane, che suggeriscono di fare una scheda per ogni scena e poi disporre la sequenza. Faccio prima a scrivere direttamente, è così semplice: c’è già tutto in testa e basta davvero solo tirarlo fuori. Certo, così il successivo lavoro di revisione sarà molto più duro, ma intanto c’è del materiale palpitante, sebbene grezzo, su cui lavorare.

Non so voi, ma ci sono un po’ di cose che mi ritrovo a fare nei giorni o settimane che precedono l’approfondimento del testo che andrò a scrivere; come mantenermi focalizzata su questo obiettivo giorno e notte, pur svolgendo con assoluta concentrazione i compiti e doveri inevitabili e le incombenze quotidiane. Durante questo tempo, cerco principalmente di mettere a fuoco esattamente che tipo di storia voglio scrivere. Dunque appunti, un taccuino sempre appresso, idee da raccogliere, illuminazioni improvvise da appuntare all’istante nero su bianco. Ma se ci penso seriamente, nel fare questo, e soprattutto nella successiva fase della scrittura vera e propria, meraviglia delle meraviglie: mi fido più del mio corpo che della mia mente.  

Quello che intendo dire, è che l’atto dello scrivere non è solo uno sforzo intellettuale, ma anche fisico. Non solo perché presuppone ore e, se possibile, anche giornate intere davanti a un computer — non sembra faticoso? vi assicuro che a suo modo lo è — ma perché è anche il mio sentire corporeo che interagisce nel processo della scrittura.

C’è una mia frase che mi è particolarmente cara: si scrive con la pancia. Perché è da lì che viene la vera e profonda pulsione a buttar giù parole e idee. Ma anche perché, se vedo che: la storia fila, la trama regge, i personaggi sono messi a fuoco, il motore si mette in moto e sono pronta a partire per un viaggio del quale non conosco perfettamente la durata e la destinazione ebbene, è il corpo che me lo dice. Letteralmente sento una sorta di carica nel plesso solare che comunica con la mia mente e lancia il messaggio “sì, sì, sì, esattamente questo!”

Per concludere, aggiungo solo che verosimilmente questo atteggiamento appartiene a qualsiasi attività artistica. Sarebbe interessante per me sapere anche la vostra esperienza.

La bellezza della scrittura

 

La bellezza della scrittura la sto ritrovando nella lettura di un libro che lessi molti anni fa e che ho ripreso in mano due giorni fa. Casualmente, riordinando la libreria me lo sono ritrovato in mano, un po’ ingiallito e consunto ma sempre il mio. Un libro che di per sé non racconta nulla di nuovo nel panorama dei libri sulla scrittura, tanto più che dal lontano 1996 decine e decine di pagine sono state pubblicate sull’argomento.

L’argomento è la scrittura e il libro in questione, dal titolo accattivante, non è di fatto un vero e proprio manuale di scrittura creativa, ma bensì uno zibaldone di pensieri di vari scrittori sull’atto dello scrivere e sulla vita dello scrittore. Molto è cambiato da allora, ma nella sostanza la scrittura è rimasta e sempre rimarrà tale.

Una frase questa mattina mi ha colpito particolarmente e l’ho fatta mia, nel senso se mi ci riconosco davvero, non essendo scrittrice e basta, ma avendo una vita lavorativa e famigliare che esula per una buona parte del giorno dalla scrittura stessa.

È un pensiero sia di Umberto Eco

[…] Il bello dello scrivere un romanzo consiste nel vivere sei-sette anni con il mondo che si sta costruendo.

che di Rosetta Loy

[…]scrivere permette infatti di vivere tante vite diverse, uscendo dalla giornata del calendario con le sue scadenze e le sue quotidianità.

 

 

 

Dorothea Brande già nel 1934 nel suo Becoming a writer rifletteva su questo aspetto che, se da un lato può essere fantastico e bizzarro, dall’altro ti impone una vita su un doppio binario, con tutte le implicazioni che questo comporta.

Scrittura e vita quando la vita non può essere solo scrittura. Una bella scommessa che si può vincere se vi è una sincera passione.