David and me

Ho letto David Copperfield a Londra negli anni ’80 perché rientrava nel piano di studi.  Ho dovuto leggerlo più volte perché, in lingua originale, non era un testo facile e di pronta comprensione. Di certo mi ha costretta ad andare oltre il significato del testo ed è stato un utile esercizio per comprendere che cosa fosse un romanzo. In questo testo c’è la vita nel suo primo significato, e dunque mi ha sbalordito, commosso e anche divertito. Erano buffi e quasi esilaranti Mr. e Mrs Micawber e, per contro, strazianti le pagine della morte della mamma di David. Alla fine il bene ha la meglio e, per questo e non solo, si sono spesi fiumi di parole sulla convenzionalità dei sentimenti di Dickens e sul suo moralismo. Io non sono d’accordo su questa definizione: l’ho apprezzato molto perché appartiene a quegli autori classici che possono trasmettere solo valori eterni, al di là della collocazione temporale e della società dell’epoca. Piuttosto, lui conosceva molto bene le zone d’ombra della vita e le sapeva descrivere con grande maestria.  È una scrittura, la sua, che ti travolge; e mentre leggi non ti rendi neppure conto di come racconta la storia, a meno che non si sia costretti ad un’analisi testuale come quella che feci per esigenze di studio.

E meno male, perché una cosa l’ho capita, allora così come nelle ormai passate settimane di vacanze estive nelle quali l’ho riletto a tratti: lui era davvero un Autore, dunque uno scrittore con stile cristallino, unico e profondo. L’altra cosa è che, leggendo con attenzione un testo simile, arrivati alla fine si capisce di avere tra le mani un Romanzo vero, appunto anch’esso con la lettera maiuscola. Memorabile. E utile per chi scrive. Se capisci e apprezzi un libro così, ti è ben chiaro com’è strutturata e narrata al meglio una storia e perché si scrive:

It is no worse, because I write of it. It would be no better, if I stopped my most unwilling hand. It is done. Nothing can undo it; nothing can make it otherwise than as it was. [vol. 3; pag. 21]

La bellezza della scrittura

 

La bellezza della scrittura la sto ritrovando nella lettura di un libro che lessi molti anni fa e che ho ripreso in mano due giorni fa. Casualmente, riordinando la libreria me lo sono ritrovato in mano, un po’ ingiallito e consunto ma sempre il mio. Un libro che di per sé non racconta nulla di nuovo nel panorama dei libri sulla scrittura, tanto più che dal lontano 1996 decine e decine di pagine sono state pubblicate sull’argomento.

L’argomento è la scrittura e il libro in questione, dal titolo accattivante, non è di fatto un vero e proprio manuale di scrittura creativa, ma bensì uno zibaldone di pensieri di vari scrittori sull’atto dello scrivere e sulla vita dello scrittore. Molto è cambiato da allora, ma nella sostanza la scrittura è rimasta e sempre rimarrà tale.

Una frase questa mattina mi ha colpito particolarmente e l’ho fatta mia, nel senso se mi ci riconosco davvero, non essendo scrittrice e basta, ma avendo una vita lavorativa e famigliare che esula per una buona parte del giorno dalla scrittura stessa.

È un pensiero sia di Umberto Eco

[…] Il bello dello scrivere un romanzo consiste nel vivere sei-sette anni con il mondo che si sta costruendo.

che di Rosetta Loy

[…]scrivere permette infatti di vivere tante vite diverse, uscendo dalla giornata del calendario con le sue scadenze e le sue quotidianità.

 

 

 

Dorothea Brande già nel 1934 nel suo Becoming a writer rifletteva su questo aspetto che, se da un lato può essere fantastico e bizzarro, dall’altro ti impone una vita su un doppio binario, con tutte le implicazioni che questo comporta.

Scrittura e vita quando la vita non può essere solo scrittura. Una bella scommessa che si può vincere se vi è una sincera passione.