aNobii e Sogno amaranto

Ecco a voi il commento dell’ultima lettrice della catena di lettura su aNobii che è ancora aperta per nuove adesioni. La lista d’attesa non è comunque troppo lunga.

Un amore davvero particolare quello descritto in questo libro. Molto poetico e singolare il modo in cui l’autrice ci racconta la storia ed i suoi protagonisti. Bello bello bello ****

 

Alla prossima!

Una lettura sfidante

Ecco la recensione pubblicata su Anobii dall’ultima lettrice della catena di lettura. Ricordo che le adesioni sono sempre aperte!

Cinzia Cavallaro si misura con il tema dell’amore senza banalizzarlo e riesce a dire qualcosa di nuovo. La passione e la totalità che investono il lettore qualche volta sorprende favorevolmente,qualche altra ti lascia come un senso di eccesso, di sovraesposizione. L’approccio è originale, lo stile talvolta è un po’ incerto con cambiamenti bruschi che andrebbero maggiormente meditati. La pagina comunque non è mai affetta da narcisismo e virtuosismi.Il rapporto con il lettore si mantiene sempre sul filo dell’onestà e della trasparenza.

Premio Alberoandronico

Il romanzo “Sogno amaranto” si è classificato tra i primi 10 finalisti, su 350 candidati, alla quinta edizione del premio nazionale di poesia, narrativa e fotografia “Alberoandronico” patrocinato dal Comune di Roma e dalla regione Lazio. La cerimonia di premiazione avrà luogo a Roma, Venerdì 30 marzo 2012, alle ore 16,00, presso la Sala Protomoteca in Campidoglio alla presenza del sindaco Gianni Alemanno, gli autori selezionati e le persone che già hanno confermato.

Perché Alberoandronico? Questo titolo trae spunto da un meraviglioso Pioppo salvato dalla mobilitazione dei cittadini, che caratterizza Via Livio Andronico nel Municipio 19 di Roma.

Si scrive con la pancia

Decido che voglio scrivere qualcosa e, in qualche modo non ho, o comunque non mi pongo, molte regole per questo. Di sicuro però voglio vedere sviluppata la mia idea di romanzo sulla carta in modo molto semplice: una cartella e non di più; poi scrivo e basta e non mi corrispondono i consigli delle scuole creative, perlopiù americane, che suggeriscono di fare una scheda per ogni scena e poi disporre la sequenza. Faccio prima a scrivere direttamente, è così semplice: c’è già tutto in testa e basta davvero solo tirarlo fuori. Certo, così il successivo lavoro di revisione sarà molto più duro, ma intanto c’è del materiale palpitante, sebbene grezzo, su cui lavorare.

Non so voi, ma ci sono un po’ di cose che mi ritrovo a fare nei giorni o settimane che precedono l’approfondimento del testo che andrò a scrivere; come mantenermi focalizzata su questo obiettivo giorno e notte, pur svolgendo con assoluta concentrazione i compiti e doveri inevitabili e le incombenze quotidiane. Durante questo tempo, cerco principalmente di mettere a fuoco esattamente che tipo di storia voglio scrivere. Dunque appunti, un taccuino sempre appresso, idee da raccogliere, illuminazioni improvvise da appuntare all’istante nero su bianco. Ma se ci penso seriamente, nel fare questo, e soprattutto nella successiva fase della scrittura vera e propria, meraviglia delle meraviglie: mi fido più del mio corpo che della mia mente.  

Quello che intendo dire, è che l’atto dello scrivere non è solo uno sforzo intellettuale, ma anche fisico. Non solo perché presuppone ore e, se possibile, anche giornate intere davanti a un computer — non sembra faticoso? vi assicuro che a suo modo lo è — ma perché è anche il mio sentire corporeo che interagisce nel processo della scrittura.

C’è una mia frase che mi è particolarmente cara: si scrive con la pancia. Perché è da lì che viene la vera e profonda pulsione a buttar giù parole e idee. Ma anche perché, se vedo che: la storia fila, la trama regge, i personaggi sono messi a fuoco, il motore si mette in moto e sono pronta a partire per un viaggio del quale non conosco perfettamente la durata e la destinazione ebbene, è il corpo che me lo dice. Letteralmente sento una sorta di carica nel plesso solare che comunica con la mia mente e lancia il messaggio “sì, sì, sì, esattamente questo!”

Per concludere, aggiungo solo che verosimilmente questo atteggiamento appartiene a qualsiasi attività artistica. Sarebbe interessante per me sapere anche la vostra esperienza.