Scrivere in Brianza

Scrivere in Brianza è una rubrica della rivista online Vorrei.

Posto qui l’intervista realizzata da Azzurra Scattarella che ringrazio.

Nel tuo blog c’è scritto “Scrivo, ergo sum”. Cosa significa per te questo breve aforisma?

Significa che per me la vita non si può scindere dalla scrittura, anche se lo devo fare nel momento in cui adempio ai miei doveri quotidiani. Vuol dire anche che la massima gratificazione è nella scrittura in quanto tale, come espressione di sé, aldilà delle velleità letterarie. Significa che scrivere è un atto naturale ed indispensabile e che quando manca, per cause di forza maggiore, mi crea un disagio interiore. Ho anche chiarito nel blog medesimo cos’è la scrittura per me con una breve pagina dedicata.

Leggo anche che hai sempre scritto e letto molto, sin da bambina, e prima del tuo romanzo hai pubblicato delle raccolte poetiche. Come mai hai deciso di passare alla forma narrativa?

In verità le due scritture sono sempre state presenti dall’adolescenza in poi; nell’infanzia esisteva solo la forma poetica che mi affascinava tantissimo. Poi, aumentando e diversificando le mie letture, si è fatta strada in me anche un’esigenza più narrativa che è poi diventata pratica pressoché quotidiana, dagli anni ’80 in poi. Ho capito che ci sono cose che posso esprimere solo con versi poetici in testi brevi, mentre altre possono essere descritte andando più in profondità con l’analisi in forma narrativa. Devo dire però che interiormente la poesia, sia come poiesis che come poièin non mi abbandona mai, anche quando scrivo narrativa. Nello specifico, la storia narrata in Sogno amaranto poteva avere solo una costruzione narrativa, pur con uno stile a tratti poetico.

La volontà di usare uno stile decisamente lirico, molto simile alla poesia, non sempre scorrevole ma molto magnetico, è stata una scelta ponderata o un istinto naturale?

Entrambe, in quanto è stato utile per sottolineare ancor di più le differenze tra i protagonisti; inoltre, come prima già accennato, ritengo sia uno stile che mi appartiene anche nella prosa.

Il tuo libro, “Sogno Amaranto”, non è ambientanto in Italia e i suoi protagonisti hanno nomi decisamente anglofoni. Perché questa scelta di ambientare altrove la storia?

Perché Londra, sebbene nel libro sia descritta in modo minimale, era la città perfetta per collocare protagonisti così discordanti in una storia così intensa e particolare. L’effetto che ho voluto creare è stato quello che già di per sé questa metropoli comunica: l’originalità unita ad un certo senso di mistero e romanticismo, caratteristiche molto presenti negli inglesi.

Ci sono delle cose della tua vita che hanno influenzato la scrittura e la narrazione stessa del tuo romanzo?

Il mio personale sguardo sulla realtà contemporanea dei sentimenti, spesso vissuti in maniera superficiale, insieme all’esperienza del dolore dal quale nessuno è indenne, me compresa.

 

Quanto pensi sia importante l’amore nella tua vita?

Molto importante, ma ho imparato a farne senza o meglio, a tramutarlo in un’energia che può avere molte forme diverse, non necessariamente di coppia: quindi più agape e meno himeros, per rifarci alle definizioni del greco antico.

Sei stata presidente della Biblioteca di Bernareggio. Com’è stata per te quell’esperienza lavorativa?

In quel periodo era una scelta del tutto volontaria, dunque nulla di lavorativo. Per me è stata molto stimolante, vista anche la giovane età. Inoltre, mi è servita a capire dal di dentro l’importanza delle biblioteche come fucine di cultura, non solo quindi un luogo dove prendere a prestito libri da leggere. La mia funzione infatti era coordinare l’operato della commissione di gestione che si occupava dell’organizzazione della biblioteca, dalla scelta dei libri all’pianificazione di eventi culturali.

Come credi vivano oggi le biblioteche comunali, quali sono, se ci sono a tuo parere, le differenze?

Ho abbandonato da tempo l’ambiente delle biblioteche vissute dal di dentro, ne usufruisco ormai solo come utente. A mio modesto parere, usufruendo di diversi sistemi bibliotecari nella mia zona, noto delle differenze sia nelle iniziative culturali che nella gestione quotidiana delle biblioteche. Sebbene siano poche, per fortuna, esistono ancora situazioni incresciose di biblioteche quasi abbandonate a loro stesse e nelle medesime condizioni di trent’anni fa, e ciò accade nella nostra Brianza! Che dire? Forse bisognerebbe trovare un meccanismo di controllo efficace e collaudato per mantenere una certa linea di parità almeno nei servizi essenziali e nella struttura.

 

L’intervista di Pamela Serafino

Ecco qui una nuova intervista concessa a Pamela Serafino che ringrazio per l’attenzione nei miei confronti.

Invito tutti a visitare il suo blog ricco di contenuti e spunti interessanti sulla scrittura e letteratura.

La scrittura trova forme diverse di espressione nell’intelligenza, la vivacità con cui si riescono a trovare strade di convergenza tra le esperienze. Cinzia Cavallaro, scrittrice dall’infanzia, ha saputo fare questo.

1) Che cosa è cambiato nella tua vita dopo la pubblicazione del tuo libro? Cosa ti ha donato questa esperienza?

Nella mia vita quotidiana non è cambiato nulla, tutto procede come prima e, come una persona normale, continuo in primis ad essere una mamma lavoratrice come tante. Nella mia sfera creativa è cambiato molto perché vedere realizzato il tuo libro, che può essere letto potenzialmente da chiunque, è un’emozione pari alla nascita di un figlio. Probabilmente dopo questa affermazione si scateneranno fulmini, saette e sguardi scandalizzati ma solo chi ha provato l’urgenza, nel mio caso, della scrittura come di qualsiasi altra forma d’arte, e il desiderio di comunicarlo al mondo (in senso lato) può capire. Non a caso un libro viene definito metaforicamente “fatica letteraria”. Inoltre mi ha principalmente donato una consapevolezza maggiore della mia voce creativa, del mio stile, delle mie origini letterarie, quali strade m’interessa intraprendere e quali no. Last but not least mi ha donato il feedback dei lettori. Quando ti scrivono, sulla mia fanpage di fb piuttosto che Anobii o il mio blog Parole in movimento, quello che la lettura ha loro suscitato interiormente è un momento molto importante per me e spesso commovente. Infine, dopo la pubblicazione ho preso maggiormente coscienza che chiunque scriva ha una grandissima responsabilità: dobbiamo essere sempre consapevoli che la potenza della parola può davvero cambiare le persone e quindi il mondo.

2) C’è sempre una prima volta, un inizio che si perde nella memoria, che cosa ti ha spinto a pubblicare?

Certo, l’inizio si perde negli anni dell’adolescenza e le origini sono importanti e non vanno mai dimenticate. Per anni ho sempre scritto solo per la necessità psicologica e quasi fisica di farlo. Un giorno, riordinando la mia libreria, ho realizzato quanto materiale ci fosse e ho deciso di provarci. Rileggendo quei testi, sia poetici che di prosa, ho capito che volevo condividerli e naturalmente lo sbocco naturale non poteva che essere la pubblicazione.  Pleonastico dire che il sogno del libro è naturalmente presente in tutti gli autori, che lo dichiarino o meno; secondo me però non si scrive per essere pubblicati, si scrive perché non si può farne a meno, indipendentemente da quello che accadrà a quel testo. 

3) Che differenza credi ci sia tra l’auto-pubblicazione e la pubblicazione con case editrici?

Le differenze variano a seconda dell’editore che ti pubblica: se pubblichi con un colosso dell’editoria le differenze aumentano esponenzialmente. Viceversa, più piccola è la casa editrice, quasi identico è l’impegno dell’autore per auto-promuoversi. Infine, la differenza maggiore sta nella distribuzione e nella reperibilità del libro nel circuito delle librerie che con l’auto-pubblicazione è inesistente. Oggi con l’avvento degli e-book è ancora tutto da discutere. Ogni autore ha le proprie preferenze e può optare per la scelta che gli corrisponde di più. In linea di principio non sono contraria all’auto-pubblicazione, dipende anche dal tipo di testo e che cosa mi aspetto da ciò che ho scritto.

4) Cosa hai fatto personalmente per pubblicizzare il tuo libro (invio del testo a riviste online e cartacee: indicare quali; presentazioni: indicare dove; creazione su facebook di una pagina fan; interviste radiofoniche presso quali emittenti ecc)

Mi sono impegnata molto per la promozione dei miei libri. Innanzitutto c’è il mio blog Parole in movimento al link www.wordsinprogress.it dove vengono postati i miei articoli legati alla letteratura e alla scrittura, sia narrativa che poetica, oltre a tutte le info e notizie relative ai miei libri. Dalla home-page si può poi arrivare alla mia fanpage su Facebook.

Rispetto alla promozione mi sono mossa su più fronti, sono state pubblicate svariate recensioni e più precisamente:

inoltre vanno menzionate le recensioni e i commenti dei lettori di Sogno amaranto su Anobii, in particolare quelli che hanno partecipato e tuttora partecipano alla catena di lettura a questo link chi è interessato può aggregarsi.

Riguardo alla interviste sono state stata realizzate online:

ed inoltre due interviste radiofoniche:

Inoltre sia sul mio sito www.cinziacavallaro.it che sul blog troverete il book-trailer di Sogno amaranto e una video poesia tratta da Dies Natalis entrambi realizzati da Michele Delpiano con le musiche di Gianluca Fuccillo e la voce di Giovanni Capuano.

5)  Quale consiglio daresti a chi sta per la prima volta affrontando il suo pubblico durante una presentazione per superare il blocco della parola? 

Non ho fatto molte presentazioni ma, pur non essendo un’esperta nel campo, la mia esperienza mi ha insegnato che è fondamentale rimanere focalizzati su se stessi ed i propri scritti, cioè non perdere la propria consapevolezza di scrittori. In questo modo sarà anche più immediato porre attenzione ai lettori e al dialogo che si verrà a creare. 

Recensione pubblicata su Oasi del libro, il blog di lettrici appassionate

“Sogno amaranto” racconta la storia di un amore difficile e tormentato, quello di Fairy e Dick, le voci narranti del romanzo. Fairy è una donna dolce e materna, ma all’occorrenza decisa e tenace. Dick, bello e affascinante, è invece un uomo infantile e insicuro. I due si incontrano, si amano e piano piano cominciano a conoscersi. La loro relazione, tuttavia, è a dir poco complicata. Frastornato dalle luci del successo, Dick si comporta come se fosse il centro dell’universo. Fairy, innamorata cotta, lo rincorre dovunque tenti di nascondersi, non perdendo occasione per manifestargli il suo amore. Sullo sfondo la malinconica città di Londra che, tra luci e ombre, sarà testimone silenziosa della loro storia. Il romanzo è diviso in tre parti: Luce, Tenebre e Crepuscolo. Nelle prime due Fairy e Dick, prima l’una e poi l’altro, raccontano come fosse un monologo interiore la loro visione della storia: è un flusso spontaneo di pensieri, riflessioni, ricordi, sensazioni, speranze e delusioni. L’ultimo capitolo, invece, è l’epilogo della storia, inatteso e surreale. Il romanzo è davvero insolito e mi ha lasciata un po’ perplessa. La narrazione è perlopiù fluida, anche se a tratti diventa ostica e poco scorrevole perchè troppo ricca di dettagli. Il linguaggio è particolare, a volte poetico altre quasi pornografico. La trama, di per sè molto semplice, si fa quasi complessa, mentre insegue il complicato flusso di pensieri dei protagonisti. Per i soli amanti del genere.

Commento finale alla recensione pubblicata su Scriptamanent

Una penna espressiva e intrisa di lirismo

Attraverso una prosa in cui il genere epistolare viene contaminato da elementi lirici, citazioni, parti monologate nelle quali prende forma quasi un “flusso” di turbamenti interiori, l’autrice riesce con grande efficacia ed espressività a travolgere il lettore, a  stupirlo ed emozionarlo. Il romanzo è un percorso, un cammino durante il quale spesso si è costretti a fermarsi, a riflettere, a prendere fiato; è un’evoluzione, un cambiamento, una trasformazione tangibile nei continui richiami cromatici presenti nell’opera: la dimensione della luce, di colore azzurro, subisce una metamorfosi che la trasforma, la rende calda, passionale. È il colore dell’amore, del turbamento interiore che questo provoca, della vitalità che esplode nel corpo e nella mente, ma forse esso non è azzurro o amaranto, forse non c’è soltanto la luce o il buio… forse è possibile godere anche del crepuscolo.