Buon anno!

Quest’anno per i miei auguri ho volutamente scelto una poesia di Giorgio Caproni, perché con questo poeta siamo sempre in viaggio, a ragionare di vita e di morte e sul cammino e il senso dell’esistere. È noto che la sua arte è fare il vuoto intorno ai nudi oggetti della nuda vita. La vita dell’hic et nunc è sbriciolata, svuotata e resa larvale da un sovramondo platonico. 

È importante, in un momento storico così denso e pesante come il nostro, fare l’esercizio interiore di questo poeta, far diventare il  sovra-sensibile più concreto del sensibile, trasformarlo in un reale pensabile e dicibile. Dare importanza alle nostre parole in un tempo in cui si sprecano e delle quali ci si abbuffa per colmare, mai come ora, un così sovrabbondante vuoto. Caproni ricorre alle frasi sempre più spezzate, minimi segmenti, zig-zag beffardamente arguti nel mostrare che il nulla è sovrano, scarnifica l’essere e anzi si diverte perfino a farlo essere.

L’anno sta per terminare anche se non termina nulla: lo sappiamo bene che il tempo è una nostra invenzione-convenzione. Comunque sia, accentando questo giorno come momento di passaggio, riflettiamo sulla nostra quotidiana lotta con l’oltre, in questa poesia arriva a mortificare la vita per poter vivificare la morte, gioca sui contrari, li accoppia e li scavalca.

IMG_9846E come noi in questo giorno di transito verso un tempo solo apparentemente nuovo e diverso, ecco che per lui il tema del viaggio e del congedo viene fulminato dal paradosso della simultaneità che annulla tempi e luoghi distinti, e realizza intellettualmente la più abile vittoria della lirica sulla narrativa, cioè nel quotidiano, della spiritualità sulla realtà, della speranza sulla disperazione.

Speranza, disperazione, movimento perpetuo nel tempo e nello spazio di questo nostro mondo: attualità, in una parola.

Ma il poeta ci insegna che il dove e il quando sono privi di corpo e di senso e non fanno più né storia né geografia e tutto è qui; l’essenza della vita condensata in frasi nominali il cui solo dinamismo è un’esplosione che ci azzera di certezze e risposte pronte all’uso. Esattamente come nella vita.   

1.

Son già dove?

Già quando?…

(Chiedo.

Non è che mi stia allarmando.)

2.

Son già oltre la morte.

Oltre l’oltre.

Già oltre

(in queste mie estreme ore corte)

L’oltre dell’oltremorte…

3.

Io, già all’infinito distante.

Qui, in questo mio preciso istante.

Dove, morto ormai il bettoliere,

aspetto – “come se”. Nulla fosse – il solito

(già dileguato) bicchiere…

4.

(Io già al di là d’ogni attesa…

Già scavalcata ogni resa…)

 

(Giorgio Caproni – “Quattro appunti”, in Res amissa, Garzanti, 1991)

 

Maggese rosso sangue

Dio, che belli che sono

questi papaveri di maggio!

 

Vividi si stagliano

come cuori

rossi accesi

nell’azzurro aureo

della vita.

 

E come cuori

forti

e ricchi d’emozioni

si lasciano accarezzare dal vento

senza paura

e poi

incontro al sole vanno

sperando di non essere strappati mai via

da una mano furtiva.

 

 

Dio, che belli che sono

questi papaveri di maggio!

Occorre solo un piccolo seme

Quando scrissi la poesia “Seme” che apre il mio libro di poesie “Kairos” non avevo ancora letto il pensiero di Fedor Dovstoevskij che mi ha davvero sorpreso:

Occorre solo un piccolo seme, un minuscolo seme che gettiamo nell’animo di un uomo semplice ed esso non morirà, ma vivrà nella sua anima per tutta la vita; resterà nascosto in lui tra le tenebre, tra il lezzo dei suoi peccati, come un puntino luminoso, come un sublime ammonimento.

È accaduto due sera fa, immersa nella lettura quotidiana che sempre nutre la mente e l’anima. Credo sia vero: c’è bisogno del buio per diventare cosa nuova, rinascita, germoglio e poi, perché no, albero di alto fusto che sembra raggiungere il cielo.

Già germogliava in quei miei versi ciò che due anni dopo è diventato romanzo. La necessità dell’ombra per apprezzare la luce. È tutta questione di luce, interiore, esteriore, reale, accecante, tenue, calda, algida. Solo la sua necessità ci invita e ci insegna a non aver paura della nostra ombra.