Occorre solo un piccolo seme

Quando scrissi la poesia “Seme” che apre il mio libro di poesie “Kairos” non avevo ancora letto il pensiero di Fedor Dovstoevskij che mi ha davvero sorpreso:

Occorre solo un piccolo seme, un minuscolo seme che gettiamo nell’animo di un uomo semplice ed esso non morirà, ma vivrà nella sua anima per tutta la vita; resterà nascosto in lui tra le tenebre, tra il lezzo dei suoi peccati, come un puntino luminoso, come un sublime ammonimento.

È accaduto due sera fa, immersa nella lettura quotidiana che sempre nutre la mente e l’anima. Credo sia vero: c’è bisogno del buio per diventare cosa nuova, rinascita, germoglio e poi, perché no, albero di alto fusto che sembra raggiungere il cielo.

Già germogliava in quei miei versi ciò che due anni dopo è diventato romanzo. La necessità dell’ombra per apprezzare la luce. È tutta questione di luce, interiore, esteriore, reale, accecante, tenue, calda, algida. Solo la sua necessità ci invita e ci insegna a non aver paura della nostra ombra.

Cambiamo il mondo…

Voglio condividere quest’oggi questa poesia che mi scuote ogni volta che la leggo.
Tu dici che la rabbia che ha ragione
È rabbia giusta e si chiama indignazione
Guardi il telegiornale
Ti arrabbi contro tutta quella gente
Ma poi cambi canale e non fai niente
Io la mia rabbia giusta
Voglio tenerla in cuore
Io voglio coltivarla come un fiore
Vedere come cresce
Cosa ne esce
Cosa fiorisce quando arriva la stagione
Vedere se diventa indignazione
E se diventa, voglio tenerla tesa
Come un’offesa
Come una brace che resta accesa in fondo
E non cambia canale
Cambia il mondo.
Rima della rabbia giusta
Mi domando spesso come si possa cenare con il telegiornale che ci entra in casa attraverso la televisione. Io non ci riesco, e se proprio devo, faccio molta fatica. Perché? Sicuramente perché mi disturba la televisione a prescindere, sono pochissime le cose che seguo e alla sera esiste solo la lettura. Ma nel caso di cui sopra non riesco a mangiare serenamente, mi arrabbio, appunto. E con l’indignazione che sale ad ondate successive nella mia mente e nel mio corpo, l’unica cosa che posso fare è alzarmi e lasciare la stanza: cena rovinata. Per non parlare di quando mi sale il pianto: per rabbia e/o per commozione. E non solo, senso d’impotenza e acuta ribellione.
Per contro ammetto che non sempre sono così brava a fare la mia piccola umile parte per cambiare il mondo in meglio. Sicuramente potrei fare di più, molto di più: con la scrittura ad esempio. Ma una cosa la faccio sempre: seminare bene nella mente e nel cuore di mia figlia. Allora è un appello rivolto ai genitori e non solo, anche a tutti quelli che hanno a che fare con i bambini: saranno loro il futuro del mondo. E guarda caso Bruno Tognolini ha sempre gravitato attorno al mondo dell’infanzia!

Lourdes, 28/04/2011

Sentiero di Luce

mi conduce

fino al centro

del mio dolore

e quando io mi avvicino

e Tu mi raccogli

ecco che l’anima

si eleva

mentre un’acqua

luminosa e lieve

sana ogni ferita

che pur mi è necessaria

per il mio

cammino greve.

Quando me ne andrò

da questo luogo

unico e sacro

mi farà bene

ricordare

che sono altro da

la grettezza e il luridume

che molto riempiono i nostri occhi.

Ma è solo

questione di Luce

come guardiamo il mondo

è solo questione di Luce

il nostro cammino

e la sua direzione.

L’anima dilatata

il cuore che risplende

l’ascesa

fino al nostro

passo definitivo

nella Tua Luce:

un luogo

un sorriso

una sofferenza

una leggerezza

un soffio

un silenzio

un respiro

un passo leggero

un bel pensiero.

È solo questione di Luce

e qui è più vibrante

perché è solo l’anima

che parla

per chi può sentire

con attenzione lieve

e mente palpitante

e pupilla chiara.

Recensione di Dies Natalis su Galassiaarte

Posto qui con grande gioia e vivo ringraziamento la recensione fresca fresca scritta da Andrea Mucciolo riguardo alla mia raccolta poetica Dies Natalis edita da Il Foglio Letterario nella collana Plaquette diretta da Giulio Maffii

Buona lettura della recensione e spero…ANCHE DEL LIBRO!

  

La morte diventa poesia, purifica, rendi vivi coloro che sono stati morti in vita. Una morte che dà dolore ma poi si trasforma in pura delicatezza, si amalgama nei sentimenti dell’essere umano fino al punto che vita e morte si confondono in un abbraccio di resurrezione e pace. Questo è ciò che emerge dalle lettura di “Dies Natalis”, un’opera che immediatamente incuriosisce, fa riflettere, alle volte sorpresi, alle volte perplessi, altre ancora estasiati da parole così magistralmente attorniate di passione e di una forte trepidazione incorporea. Mentre, tuttavia, i concetti alla base dei componimenti di Cinzia Cavallaro tendono “all’impalpabile”, il messaggio si riflette come un raggio di sole su di uno specchietto. E torna a noi, in tutta la sua delicatezza e inevitabile tenera tristezza. Il calore del focolare di cinquanta o forse più anni fa rivive nel nostro ego fatto di corse che non portano a nulla, di una vita vuota, spoglia, misera, che onora la Mammona facendosi vanto di ciò. L’autrice non vuole urlare sofferenza, non desidera scioccare il lettore con parole finte e confezionate ad arte, a “industria”. Questa poetessa ha intenzione di far sì che chi legge giunga a questo in maniera autonoma, accostandosi alla pena in maniera spontanea, facendo luce all’interno di sé, semplicemente ricordando, fermandosi un attimo e centellinando una silloge che brilla di una originalità che non è sperimentalismo, ma soltanto la voce di un’anima sognatrice, acuta e spettatrice attenta di non una ma tante realtà messe insieme: Siamo pane per / i vermi / e concime per / i fiori / liquame / di dolori / e stelle / di sorrisi. Cinzia non ha paura di colpire e scolpire il foglio bianco con parole decise, inflessibili: Un languore di morte / mi scuote le vene / e sotto il tempo che preme / il cuor mi si spappola. Ciò che dà maggiormente da pensare riguardo questa raccolta è la giustapposizione di versi duri e penetranti accanto ad altri tenui e “leggeri”: pane francese fragrante / appena sfornato / profumato / tuffato nel caffelatte / e nella tranquillità / di un pallido sole / settembrino. Anche in questo caso, tuttavia, il pane diventa quasi il portatore sano di un dolore che non emerge del tutto, e che scaturisce, prende “energie” dal rimorso, da un passato che ci si rammarica d’aver perduto: Tempi di porte aperte / e fiducia / e sorrisi / e bontà perduta / e mai più ritrovata. Ecco che anche un pane “caldo e fragrante” nasconde in sé quel dolore che, come scritto all’inizio, non vuole essere “urlato”, ma semplicemente avvicinare ognuno di noi a quelli che possono essere i nostri patimenti più nascosti, reconditi oppure che riteniamo di poco conto, pur avendoci in realtà condotto verso un presente che non possiamo né vogliamo accettare, e che non ci dona felicità, se non apparente. Concludo con l’inizio di una delle poesie che meglio rappresenta il concetto esposto inizialmente in questa recensione: I fiori / ai morti / bisogna portarli / come se fossero vivi. Cinzia Luigia Cavallaro sa esplorare bene l’umanità, ma non si limita a sondare l’ovvio, né indugia nei classici assiomi legati al sentimento (spesso altamente banalizzato da tanti altri poeti) della perdita. Va oltre, e ci fa capire, alla fine, che realmente esiste qualcosa “oltre”. Nella vita, come nella morte: Ah no! / questi angeli / più non sono / dipinti astratti / ma presenze vive / della carne che passa / e ritorna / nuova. Ora ho concluso sul serio. Non potevo omettere di citare questa poesia.


Link originale all’articolo http://www.galassiaarte.it/recensioni_libri_poesia/cinzia_luigia_cavallaro_dies_natalis_edizioni_il_foglio.html