Paolina

Semplice, a tratti disperata, ma poi disincantata. Con uno sguardo profondo sul presente e sulle persone che la circondano. Sballottata in un girovagare ansioso e concitato non demorde nel trovare una via d’uscita.

Si chiama Paolina e ha 15 anni. Ho letto la sua storia descritta con chiarezza e lucidità da Marco Lodoli. Ho incrociato questo libro per caso, nella sezione novità della biblioteca civica di Monza e l’ho divorato in un giorno. Sarà che sto quasi finendo di accompagnare una figlia tra gli stretti e labirintici sentieri dell’adolescenza, sarà che il ritmo incalzante del testo rende difficile interrompere la lettura, rimane il fatto che questo romanzo breve, dalla copertina che ben descrive la passione, la disperazione e la freschezza della vita, mi è rimasto impresso.

La copertina è composta da tre rose rosse che sono presenti nel testo e accompagnano Paolina nella sua coscienziosa ricerca di una soluzione, un perché. Apparentemente la questione è decidere in merito alla sua gravidanza inaspettata. Ma in verità ciò che conta, alla fine di tutto, al di là di come finirà, è la scoperta della vita, del suo senso, del genere umano, di sé stessa e dell’assenza del caso, del fidarsi di qualcosa di più alto sebbene sconosciuto.

Questa voce, inserita in un’atmosfera dalle sfumature oniriche, non ha nulla di magico. È il guardare oltre che può illuminare e indicare la via, l’uscita dal tunnel; è una presenza che dirada la nebbia interiore e tutto si fa più chiaro. La giovane impara così a conoscere il mondo allo stesso modo di un suo professore il quale le confida che lui pure ha imparato a riconoscere gli indifferenti, gli inconsapevoli, i delusi ma la ragazza realizza che egli non sa superare la visione della realtà agendo su di essa.

Per lei invece arriverà una voce, sconosciuta e vera, che la salverà. E che sia angelo oppure altro non importa. Rappresenta la luce della verità che le si palesa. E con occhi nuovi anche l’anima si dilata. E la rafforza così tanto da permetterle di camminare serena e volitiva cambiando vita, con animo intatto e delicato. Crisalide che diventerà farfalla spiccherà il volo generando vita e autenticità.

Il mercante di luce

mercante-di-luceQuesto libro di Roberto Vecchioni è un libro polivalente, luminoso e illuminante, con le sue zone d’ombra necessarie per esprimere un concetto che è un po’ il fulcro di tutta la narrazione:

La notte in sé è bellezza e silenzio. Siamo noi a riempirla di fantasmi. La notte non è la somma dei destini, è la somma delle attese e delle speranze.

per poi arrivare alla consapevolezza:

[…] perché non importa quanto si vive, ma con quanta luce dentro, senza rimpiangere e senza piangere. Ma come, dove trovare una luce così potente da svergognare il buio?

Il libro si snoda sul dramma della progeria, la malattia di Marco, figlio di Stefano Quondam Valerio, professore di letteratura greca. In questa sua veste ci regala una lettura della vita e del suo percorso interiore alla luce dei poeti greci, con incursioni nella letteratura greca antica, riconosciuta come base per connotare giustamente e molto modernamente la realtà, con le sue sfaccettature e i nostri vissuti. In questo senso, è d’obbligo l’aggettivo possessivo nostri perché, tutto quello che viene sviscerato e proposto in questo breve ma prezioso testo, è altamente condivisibile e attuale.

Ecco che i lirici greci si intrecciano sapientemente con la vita reale e soprattutto presente. In un modo fresco ma profondo, immediato e mai accademico, l’autore ci propone brani scelti, commentati e attualizzati; quel tanto che basta per dare spessore ad una storia già di per sé densa. Il vissuto tragico della malattia di Marco e l’impotenza di suo padre Stefano Quondam Valerio è spezzettato per poterlo capire e sopportare meglio.

Un padre provato: a volte fragile, altre volte fiero. E con una fierezza certa e dignitosa anche di fronte al dolore, si conclude la narrazione dove entrambi, alla fine, si riconosceranno nella veste di mercante di luce l’uno per l’altro. Non è una magia impossibile, bensì una realtà attuabile e attuale come le parole del poeta Meleagro:

Chi è bello, è bello solo da vedere.
Chi è bello dentro
è bello ovunque e sempre.

La poesia, con esposizioni acute e sentite su di essa, è molto presente in questo testo. Una poesia che si radica nella realtà dei nostri giorni e nei nostri cuori. Un libro ricco di spunti di riflessione per tutti ma, in particolar modo per noi poeti che già sappiamo (o dovremmo sapere) leggere la realtà con occhi nuovi. E non vergognarci della nostra commozione, procurata anche dalla lettura di questo romanzo inusuale.

L’autorità perduta

Autorità: che parola austera di questi tempi. Cosa significa oggi? E se riferita ad un genitore, dunque in un contesto educativo, ha ancora un senso? È forse giusta l’autorità che ritroviamo nel film The tree of life, del quale ho scritto nel post precedente, ovvero un padre autoritario in perfetto stile anni ’50?

Francamente non so perché l’autore di questo libro, Paolo Crepet, abbia scelto per il titolo del suo libro L’autorità perdutal'autorità perduta_crepet. Esattamente autorità piuttosto che autorevolezza. Sfumature del linguaggio, direte voi, ma per me non è così. Con un sillogismo semplice e veloce, analizzando le parole — visto che chi scrive sa che queste non sono campate per aria ma hanno un peso e un senso —  proviamo a ricostruire.

Autorità e autorevolezza hanno la stessa radice latina auctor –oris, autore ma si sviluppano in modo diverso:

autorità si riferisce all’azione determinante che la volontà di una persona esercita (per forza propria, per consenso comune, per tradizione, ecc.) sulla volontà e sullo spirito di altre persone;

autorevolezza invece è un derivato di autorévole  e si riferisce a persona che ha certo autorità,  ma per la carica che riveste, per la funzione che esercita, per il prestigio, il credito, la stima di cui gode; oppure attiene a cosa, che rivela o ha in sé autorità, perché proviene da persona tenuta in gran conto.

Procedendo oltre e a ritroso scopriamo che autóre deriva dal latino augere «accrescere»; propriamente s’intende «chi fa crescere».

Mi pare che sia meglio accrescere e far crescere perché, come genitori, si è tenuti in gran conto piuttosto che agire per forza di un’azione determinata dalla mera volontà. Genitori dunque autorevoli e non autoritari. L’autorevolezza presuppone la stima e la voglia di accrescere. Mi chiedo: sono ancora vive nel rapporto genitoriale dei giorni nostri?

L’autore in questo libro ci invita a riflettere sull’autorità perduta, anche se poi nella lettura ecco apparire anche la parola autorevolezza. Nelle sue pagine si ritrovano uno spaccato della società contemporanea e una fotografia fedele e disincantata dell’attuale mondo dell’infanzia, adolescenza e gioventù. Egli parla principalmente ai genitori e dei genitori, per arrivare a descriverci le dinamiche dei figli. Ci sono pagine che ti fanno venire i brividi, non solo per i fatti riportati, ma per come siamo diventati e per i danni che causiamo a noi stessi e, di conseguenza, ai nostri figli. Altre invece sono commoventi ed alcune più lievi, ma sempre con un retrogusto amaro.

Ho trovato questo libro illuminante e condivisibile dalla prima all’ultima pagina, anche se a volte arriva al punto come un pugno nello stomaco, ma è forse necessario per svegliarci da questo torpore educativo e morale che sembra averci assalito, chi più, chi meno. E figli stanno a guardare.