Resta anche domani

if-i-stay-chloe-moretz-jamie-blackley-399x600Apparentemente Resta anche domani è un film solo per giovani ma è invece ricco di spunti di riflessione e di momenti densi di commozione per tutti. Una bella iniezione di fiducia in se stessi e il percorso verso la consapevolezza delle proprie capacità, sentimenti e desideri.

In me la visione ha scatenato un forte pianto e un’irrefrenabile tempesta di ricordi, perché mi ha costretto a riflettere sulla mia caducità, sulla nostra necessità di trascendenza ma anche sul valore dell’immanenza. Molte domande possono sorgere: che cos’è davvero una famiglia? Cosa è disposto a fare e a rinunciare un padre per i propri figli? Quanto è importante la disponibilità e il dialogo con una madre per un’adolescente? Quanto è difficile andare controcorrente? E quanto ci costa essere noi stessi fino in fondo?

Come in Tutto può cambiare la musica è nuovamente il collante e il background perché ha molta presa sui giovani, ma sottende un messaggio di ben altro spessore. Se ben visto e compreso da un pubblico adolescente, può rappresentare uno spunto di riflessione su come dare fiducia solo alle persone significative: in famiglia e fra gli amici e gli affetti più cari; quindi avere il coraggio di essere se stessi e di non seguire pedissequamente la massa. E ripensando alla mia gioventù, mi rendo conto che si tratta di una questione ricorrente in questa fase della vita (e non solo). Mi chiedo come Gayle Forman, l’autrice dell’omonimo romanzo di formazione dal quale il film è evidentemente tratto, abbia sviluppato e scansionato questo messaggio nel suo libro, e mi toglierò la curiosità leggendolo quanto prima.

Last, but not least: la provvisorietà e l’importanza dei sentimenti. Mi sovviene il versetto del Vangelo di Matteo: Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Ma attenzione: a mio parere il messaggio insito in questo film non è un semplice Carpe diem. È piuttosto un rispetto assoluto per la sacralità della vita e  una presa di coscienza della nostra unicità, avendo il coraggio di scegliere solo ciò che ci corrisponde profondamente, sia seguendo le nostre inclinazioni, che previlegiando il nostro valore di persone uniche ed irripetibili.

Niente spoiler, come sempre. Ma una cosa è certa: spesso Dio (per chi ci crede) o comunque la vita, decidono per noi. E se Mia, la protagonista, non fosse partita, non avrebbe verosimilmente potuto salvare, con piena consapevolezza, tutto ciò che le stava più a cuore: se stessa, Adam e violoncello.

Stop. Non aggiungo altro. E concludo in stile adolescenziale: Bello raga, ti stimo!

L’autorità perduta

Autorità: che parola austera di questi tempi. Cosa significa oggi? E se riferita ad un genitore, dunque in un contesto educativo, ha ancora un senso? È forse giusta l’autorità che ritroviamo nel film The tree of life, del quale ho scritto nel post precedente, ovvero un padre autoritario in perfetto stile anni ’50?

Francamente non so perché l’autore di questo libro, Paolo Crepet, abbia scelto per il titolo del suo libro L’autorità perdutal'autorità perduta_crepet. Esattamente autorità piuttosto che autorevolezza. Sfumature del linguaggio, direte voi, ma per me non è così. Con un sillogismo semplice e veloce, analizzando le parole — visto che chi scrive sa che queste non sono campate per aria ma hanno un peso e un senso —  proviamo a ricostruire.

Autorità e autorevolezza hanno la stessa radice latina auctor –oris, autore ma si sviluppano in modo diverso:

autorità si riferisce all’azione determinante che la volontà di una persona esercita (per forza propria, per consenso comune, per tradizione, ecc.) sulla volontà e sullo spirito di altre persone;

autorevolezza invece è un derivato di autorévole  e si riferisce a persona che ha certo autorità,  ma per la carica che riveste, per la funzione che esercita, per il prestigio, il credito, la stima di cui gode; oppure attiene a cosa, che rivela o ha in sé autorità, perché proviene da persona tenuta in gran conto.

Procedendo oltre e a ritroso scopriamo che autóre deriva dal latino augere «accrescere»; propriamente s’intende «chi fa crescere».

Mi pare che sia meglio accrescere e far crescere perché, come genitori, si è tenuti in gran conto piuttosto che agire per forza di un’azione determinata dalla mera volontà. Genitori dunque autorevoli e non autoritari. L’autorevolezza presuppone la stima e la voglia di accrescere. Mi chiedo: sono ancora vive nel rapporto genitoriale dei giorni nostri?

L’autore in questo libro ci invita a riflettere sull’autorità perduta, anche se poi nella lettura ecco apparire anche la parola autorevolezza. Nelle sue pagine si ritrovano uno spaccato della società contemporanea e una fotografia fedele e disincantata dell’attuale mondo dell’infanzia, adolescenza e gioventù. Egli parla principalmente ai genitori e dei genitori, per arrivare a descriverci le dinamiche dei figli. Ci sono pagine che ti fanno venire i brividi, non solo per i fatti riportati, ma per come siamo diventati e per i danni che causiamo a noi stessi e, di conseguenza, ai nostri figli. Altre invece sono commoventi ed alcune più lievi, ma sempre con un retrogusto amaro.

Ho trovato questo libro illuminante e condivisibile dalla prima all’ultima pagina, anche se a volte arriva al punto come un pugno nello stomaco, ma è forse necessario per svegliarci da questo torpore educativo e morale che sembra averci assalito, chi più, chi meno. E figli stanno a guardare.

Le affinità alchemiche

Utile immergersi in questa storia se si è mamma come me, quindi un romanzo non necessariamente per giovani lettori. La storia narrata è certamente particolare ma, non riconoscendomi per età nei protagonisti, l’ho letto con lo sguardo da mamma e l’ho considerata una lettura utile per entrare meglio nel mondo giovanile.

Uno spaccato del modo di vivere e dei (dis)valori di una generazione che ha priorità certamente attuali ma distanti dalle mie. Un mondo narrato che rispecchia la realtà di una gioventù per la quale tutto è concesso e possibile, senza scrupoli di sorta.

Il titolo riprende con molta audacia e un po’ di spavalderia le affinità elettive di Goethiana memoria, senza davvero esserne le affinità alchemicheall’altezza. Il linguaggio è capriccioso come la protagonista Selvaggia: passaggi arditi dal linguaggio colto alle parolacce, dall’anglicissimo parents ad un gergo non immediatamente comprensibile, e il tutto condito da richiami eruditi e ad intermittenza da periodi debordanti.

La storia si trascina un po’, pertanto il libro nel complesso è piuttosto corposo e con una narrazione dilungata che rende la lettura ampollosa e prevedibile a più riprese. La storia d’amore ha tutti i palpiti, le gioie e le difficoltà di qualsiasi amore giovanile ma, essendo così particolare e proibita, funge da calamita per lettori affamati di qualcosa di appetibile e diverso ma romantico.

Tutto ben architettato come le già note Cinquanta sfumature di grigio di Mondadoriana memoria, guarda caso.

Ho dovuto impormi di arrivare alla fine, come l’appena altro citato best-seller, per capire che si può scrivere tutto e il contrario di tutto, purché sia ai limiti e con una sostanza impalpabile che fa da collante non si sa bene a quale effimero significato. E come ciliegina sulla torta il mio amato Shakespeare mi fissava, allibito e perplesso.