Un affresco e la pandemia

In tempi di pandemia da Coronavirus sto più tempo al computer, non solo per la scrittura o per riordinare ed eliminare finalmente dei file. In questi mesi ho presenziato a molte riunioni e conferenze virtuali che, pur cancellando la presenza fisica, nulla tolgono al contenuto.

Ieri sera sono volate quasi due ore. Senza rendermene conto, rapita dalla narrazione su Raffaello. Un racconto e un’analisi nuova, ricca di spunti e non accademica, pur nella indubbia preparazione e autorevolezza della relatrice Prof.ssa Elisabetta Parente.

Tra le tante opere illustrate, con stupore ho avuto una lettura di un affresco che mi folgorò nella mia gioventù, ventitreenne in visita ai Musei Vaticani. Si tratta della Liberazione di San Pietro: affresco suddiviso in tre momenti ispirato da un passo degli Atti degli Apostoli (12,6). È una raffigurazione che mi è sempre rimasta nel cuore e che spesso ho ammirato per anni. Poi me ne sono quasi dimenticata.

Ieri sera l’ho ritrovata e mi è rimasta in mente per tutta la serata, forse l’ho anche sognata, ma non ricordo; di certo ho voglia di raccontarlo ora, di prima mattina. Ma perché? Ho ritrovato quella Luce sfolgorante che ti cattura. Quella grata che ci ricorda la prigione. L’angelo di delicato arancione vestito che conduce San Pietro, tenendolo per mano. E Pietro, che nell’altra mano tiene la chiave del Paradiso.

In quel momento mi sono commossa e ho automaticamente fatto un parallelo con la realtà attuale. Questo virus che ci imprigiona e una Luce che ci può liberare, sia perché ci guarisce oppure ci porta altrove, via da qui. Una presenza che ci ha, anche e soprattutto, illuminato sul nostro modo di vivere e di pensare.

Nell’affresco c’è tanta luce, sì, ma c’è anche tanto buio. Non solo perché la scena si svolge di notte. Esatto: questa pandemica notte che abbiamo dovuto attraversare, chi più, chi meno. Ma anche il buio della paura e della morte. Questo gioco di luce ed ombra mi ha ricordato quanto sottile sia il confine tra la vita e la morte, la salute e la malattia, il prima e il dopo. L’inizio del dopo appena conosciuto. E come tutto può cambiare. Improvvisamente. Come un Angelo che appare e ti libera, certo, in un modo o in un altro. Ma bisogna saper guardare oltre. Cambiare tutto e non aver paura.

Come San Pietro speriamo di trovare la chiave, la forza e la fiducia.

Scultura e scrittura

Anche ad una mostra d’arte, scultura neoclassica in questo caso, ho potuto imparare molte cose. Non solo e non tanto di pura storia dell’arte; neppure per la semplice ammirazione di opere così perfette, uniche, serenamente idilliache. Infatti, oltre a tutto ciò, trovo sempre spunti di riflessione per la scrittura.

È stato molto utile apprendere dal video tutorial come fosse la tecnica scultorea di base. Mi ricorderò che senza una struttura sottostante, solida e ben progettata, anche un testo scritto non regge. Ancor meglio: posizionerò con cura dei punti fermi che formeranno un reticolo; snodi narrativi che, come chiodi posizionati al punto giusto con precisione millimetrica, saranno i punti fermi che formeranno il perimetro narrativo che non mi farà disorientare e smarrire nel processo creativo.

Mi ricorderò di Thorvaldsen e lascerò qualcosa di grezzo, impercettibilmente non perfettamente lucidato; qualche nervatura sottile di parole appena suggerite.

Ma soprattutto, non dimenticherò mai la lezione di Antonio (Canova, è sottinteso; ma per le ammiratrici sincere come me, confidenzialmente: Antonio!). Terrò a mente la tua solitudine, anche, e forse innanzitutto, fisica; indispensabile e irrinunciabile, in modo particolare nella fase finale del lavoro scultoreo. Un lavoro di cesello così perfetto, da far vivere anche un freddo blocco di marmo bianco. E sai, Antonio, le parole che sembrano così duttili e leggere, a volte, possono essere durissime come il marmo. E si nascondono, refrattarie e mute. Difficili da trovare. E bisogna iniziare a scalpellare, esattamente come te, per dotarle di una presenza grafica, investirle della loro materialità e renderle disponibili alla manipolazione creativa. Costruire la poesia e la narrativa come una statua, che prende corpo con una determinazione e una fatica immensa.

Vincent: colori e parole

Autoritratto al cavalletto 1888Grazie Vincent per la tua intramontabile impronta visionaria e la tua personalità poliedrica e complessa. È stato emozionante per me venir rapita dai tuoi colori a tratti luminosissimi, altre volte più concreti e ombrosi; e dai tuoi svariati soggetti, spesso uguali nella forma ma sempre diversi nella tua personalissima interpretazione.

E ti ringrazio anche per le tue lettere, per me è stato commovente vedere la tua scrittura e pensare che, nonostante la tua lotta interiore pressoché continua, tu riuscissi a scrivere pensieri così profondi, con un tocco di chiaroveggenza così inusuale ed ispirata da essere attuale ancora oggi. Lettere profonde e sentite, inviate a Theo ma, tu non lo potevi sapere, anche a noi che abbiamo ancora bisogno di nutrirci delle tue parole e della tua arte.

Grazie perché anche chi scrive come me, necessita di imparare aguardare,guardarsi e riguardare ancora. La realtà, noi stessi, le nostre parole. Mi sono estasiata oggi di tutto vangoogh15questo e ne farò tesoro quando mi metterò davanti ad una pagina bianca. Farò come tu facevi davanti ad una tela intonsa. Andrò dritto al punto, sospesa tra il reale e l’infinito. Alla ricerca del luogo interiore preciso dal quale far fluire la sorgente dell’ispirazione. Lontano da tutti sebbene nel mezzo della ressa, in meditazione e posizione precisa per poter fotografare la realtà con i miei testi.

Come te: con l’anima e il cuore. Grazie Vincent!

A volte io desidero talmente dipingere un paesaggio, come uno anela a una lunga passeggiata per ristorarsi, e in tutta la natura, negli alberi ad esempio, io vedo un’espressione e un’anima.

L’armonia degli opposti

Voglio condividere con voi questo testo, accompagnato da un acquerello raffigurante un angelo, tratto da un libro che porta il titolo Angeli.

l'armonia degli opposti

L’ho letto solo ora, e vi ho ritrovato il buio e le luce del mio romanzo, e la medesima necessità di unire gli opposti dentro di noi.

 

In questo dipinto, l’angelo non crea alcuna spaccatura nella quale possa irrompere Dio. Unisce in sé i colori blu e verde, tiene insieme dentro di noi ciò che non riusciamo a combinare. Sul bordo destro del dipinto compare minacciosamente un po’ di buio. L’angelo rischiara il buio con la sua ala. Ci protegge dalle tenebre che vorrebbero penetrare in noi. Al di sotto della sua ala, i colori diventano più chiari. Lì, l’oscurità perde la sua forza. Diventa soltanto un polo contrario a ciò che in noi è chiaro. Ma fa parte di noi. Dà sostegno a ciò che è chiaro. La teologia non interpreta gli angeli come persone, ma come potenze personali. Questa affermazione astratta significa che essi difendono il nostro essere persone. Malgrado tutti i contrasti in cui ci ritroviamo, essi ci danno la possibilità di non cadere a pezzi, ma di diventare persone. Persona vuol dire che tutto ciò che è in noi risuona attraverso una maschera (dal latino per-sonare, «risuonare»). Se anche la nostra voce diviene cupa, essa si colora. Allora diventa gradevole, in contrapposizione a una voce stridula che è senza contrasto e, perciò, assume per le nostre orecchie una sonorità aggressiva. Dal nostro volto trapela tutto ciò che è chiaro o buio nel nostro intimo. L’angelo impedisce al buio dentro di noi di impadronirsi di noi. Lo trasforma nello sfondo su cui può cominciare a risplendere veramente ciò che è chiaro. Abbiamo bisogno dell’angelo dentro di noi: egli sostiene e appoggia il nostro essere persone. Preserva la nostra anima dal pericolo di cadere a pezzi. Oggi ci sono sempre più malati borderline. Sono persone che non riescono più a tenere insieme il loro caos interiore. Necessitano dell’angelo che unisca gli opposti dentro di loro. L’ala verde dell’angelo indica che, allora, qualcosa inizia a rifiorire in mezzo ai contrasti della nostra anima. La funzione unificante degli angeli brilla nelle parole della promessa fatta da Gesù nel suo discorso sulla fine dei tempi: «Il Figlio dell’uomo…manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli» (Mt, 24, 31). Queste parole non valgono solo per i molti credenti sparsi in tutto il mondo, ma anche per ciascuno di noi. Gli angeli raduneranno da tutte le direzioni dei quattro venti ciò che Dio ha prescelto in noi. Nel nostro caos interiore, essi metteranno insieme ciò che è disperso, conducendoci così alla totalità. Gli opposti in noi non ci porteranno a una dissonanza, ma a una nuova armonia. Gli angeli trasformeranno i contrasti dentro di noi in una sinfonia, nella quale risuoneranno la verità e la bellezza di Dio. Non saremo più trascinati da una parte all’altra, tra nord e sud, tra est e ovest. Verrà riunito in noi ciò che è conscio e inconscio, freddo e caldo, chiaro e scuro, maschile e femminile. Tutto è prescelto, accolto, contemplato e amato da Dio.

[Angeli, Anselm Grün] Acquerelli di Andreas Felger