Tradurre
“Traduzione è poesia — non una poesia qualsiasi, come il rifacimento o la rielaborazione poetica — ma poesia della poesia. Novalis parla forse in questo senso del poeta del poeta“
[Rolf Kloepfer, Die Theorie der literarischen Übersetzung]

Ecco, sempre lì si va a finire. Sì sì, è così, almeno per me. E poi c’è il duro lavoro del traduttore, leggete qui:
La differenza tra la parola giusta e quella sbagliata
è la stessa che passa tra un fanale e una falena.
(Mark Twain)

Come già dissi in più contesti, la traduzione è stata, e a volte ancora è, una palestra formidabile per irrobustire la scrittura. Non è un caso che alcuni traduttori fossero anche poeti e scrittori e/o, viceversa, alcuni scrittori o poeti racimolassero un po’ di soldi traducendo. Uno per tutti, mio autore dell’adolescenza, Cesare Pavese:

E’ davvero un duro lavoro. Ma stupendamente affascinante perché ti costringe a diventare quel personaggio, ad assorbire quelle parole, a tal punto da essere in grado di renderle tali senza che si capisca che c’è stato tutto un lavoro d’interpretazione e riscrittura dietro. Non si può spiegare. Provare per credere.
Io ho provato. E ci credo.


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