Uguali sotto lo stesso cielo

La mamma è morta ma il figlio è stato salvato. Pesa solo 700 grammi ma è vivo e, per fortuna, ha almeno il padre. Quando ho sentito la notizia questa mattina alla radio mi è salita una commozione sincera e una grande tristezza. Un bambino che dorme in una valigia, un altro che nasce a dispetto della cattiveria umana e della malattia della madre.

Penso a una coppia che cammina, lei sul dorso di un asino, lui a piedi lo conduce. Il bimbo era appena nato ed a causa sua i suoi genitori, Maria e Giuseppe, fuggivano dalla persecuzione: era un neonato pericoloso, l’avrebbero certamento respinto e perfino ucciso, per varie ragioni. Dovevano raggiungere l’Egitto.

La persecuzione, il rifiuto dell’altro: sentimenti antichi eppur moderni.  Comportamenti che si perpetuano perché la radice del male è dura da estirpare, se mai ci riusciremo. Dobbiamo continuare a lottare per il rispetto della vita umana e nascente. Quando sento notizie così penso: se fossi stata io in quella situazione? Se si fosse trattato di mio figlio? Nel momento in cui si perde il senso di immedesimazione viene meno la solidarietà e l’etica.

Eppure siamo tutti uguali sotto lo stesso cielo.

La febbre e il tempo

Ringrazio la febbre a 39. Anche se ha sconvolto tutti i miei piani e mi ha cambiato la vita, il Natale e non solo.

Non mi è successo spesso di sentirmi così nella mia vita. Per la precisione questa era la terza volta in cinquantadue anni. All’inizio mi sono arrabbiata e risentita poi, forse anche per le forze esigue, ho deciso di fare buon viso a cattivo gioco e, come dice la mia amica editor Paola, ho cercato di prendere “il buono che c’è”.

È stata un’esperienza forzata di riposo fisico e mentale, di digiuno comunicativo e soprattutto tecnologico. Sebbene io non sia iperconnessa, ho sentito molto la differenza e ho meditato molto, nell’appartato silenzio sudaticcio della mia febbre, sul senso e lo spessore del tempo in questa epoca. Starsene nella solitudine del letto mentre tutti festeggiavano è già una maniera particolare di percepire la realtà, la festa e il senso dei nostri costumi e comportamenti. E poi il distacco da notizie in tempo reale, video, telefonate, messaggi e quant’altro. Per svogliatezza e mancanza di forze fisiche e mentali.

In questa specie di caldo limbo rappresentato dal mio letto, pensavo a tutto quello che avevo pianificato di fare e che, inesorabilmente, veniva procrastinato. Alcune cose per l’ennesima volta. Subito dopo però mi sono soffermata su come facciamo ultimamente le cose; su cosa mi mancava e cosa, invece, vivevo come una salutare disintossicazione. In certe condizioni non vuoi parlare, non vuoi navigare, non vuoi sentire cellulari suonare o semplicemente bippare ad ogni sms ricevuto o per qualsivoglia altra notifica. Vorresti forse provare a vedere cosa succede là fuori, nella virtuale rete sociale, ma i tuoi occhi faticano a capire quello che stai leggendo.

Insomma io ero, per usare una parola che ormai fa parte del nostro quotidiano, in piena crisi. Sì, crisi. E ho realizzato che non c’è nulla di meglio di una profonda crisi per capire che cosa sia realmente importante per noi e la nostra vita. In modo semplice, su base quotidiana. Lasciando subito da parte i doveri (ognuno ha i propri e tipicamente riguardano la sfera famigliare e lavorativa) aggiungiamo le nostre esigenze primarie, fisiche, mentali, igieniche, e così via. Ecco che rimangono gli affetti e gli interessi: le cose importanti per davvero. Nel mio caso in primis la scrittura e la lettura con i dovuti contorni, annessi e connessi. Fatta questa operazione, nella nostra vita dovrebbe rimanere il superfluo o quasi; non come oggetto da possedere o meno, ma come attività. Cosa rimane? Dovrebbe rimanere qualcosa di ludico, di intrattenimento. E io credo che dovrebbe avere la parte marginale del tempo a nostra disposizione: ma è veramente così?

È inevitabile pensare in questo momento alla tecnologia: croce e delizia della nostra epoca. Alzi la mano chi ha passato il giorno di Natale senza telefonino acceso, pensando solo al lato spirituale della festa (perché, ha un lato spirituale?) e vivendola nel presente con chi più ama. E ancor meglio: chi ha pregato? chi ha veramente espresso dal profondo ciò che sentiva in questa festa con parole ponderate e scelte con attenzione? Chi ha scritto un biglietto cartaceo, diverso dal solito prestampato o addirittura una o più lettere di Natale? Chi una pagina di diario a fine giornata? Chi ha letto o ascoltato una poesia? Chi ha vinto la tentazione di estrarre il telefonino per riprendere un figlio o un nipote che recita una poesia ma si è solo soffermato ad ascoltare, ammirare. Interiorizzando.

Cosa sto cercando di dirvi? Che questo distacco forzato dalla realtà mi ha fatto capire la febbre e il tempoquanto sia cambiato il senso del tempo e della realtà e quanto la nostra comunicazione, apparentemente migliorata nei mezzi, stia soffrendo nella sostanza. Amo scrivere e conosco l’importanza del tempo narrativo e di quello reale. Di un arco temporale più vasto che è la nostra vita e il momento presente. Ora, immedesimatevi in quanto vi sto dicendo e prendete il vostro momento presente, dilatandolo virtualmente a livello planetario. Fate questo quotidianamente senza riflettere e poi ditemi come vi sentite interiormente. Viaggiatori di un tempo senza inizio né fine in un mondo senza confini. È naturale per noi?

Io in questi giorni appena passati stavo veramente male, la febbre si faceva sentire, faticavo a parlare, la tosse mi dava solo qualche momento di tregua. E lì ho avuto chiaro che le parole hanno un corpo, quindi un peso e uno spessore. Un significato, un profumo, un valore. Comunicare veramente costa fatica. Io credo che la facilità dei nostri mezzi di comunicazione odierni, ha inevitabilmente depauperato la capacità comunicativa vera e profonda. L’unica che conta. E ve lo dico con tranquillità perché so quanto sia gravoso scrivere, nel corpo e nella mente. E chi lo ha provato sa bene che cosa intendo dire.

Chissà, forse sono qui sola ad esternare deliri post-febbrili nella piovosa Brianza…