PV & me

Questa è un’intervista da me molto voluta anche se non semplice. Conosco così bene e da così tanto tempo Pietro Vanessi che è come se intervistassi mio fratello.

Ci siamo conosciuti in una luminosa giornata autunnale a Milano, alla fine degli anni ’80, subito dopo il mio rientro definitivo da Londra. La prima volta che lo vidi indossava una giacca rossa e si stava dirigendo alla fotocopiatrice, che distava qualche metro dalla mia scrivania, con un foglio disegnato in mano. Lui era un creativo, di nome e di fatto, in una nota agenzia di pubblicità dove io parlavo e scrivevo in inglese dalla mattina alla sera, con un direttore creativo pazzoide che mi stava alle calcagna e che non era in grado di mettere insieme una frase di senso compiuto in lingua italiana. Ad un certo punto i nostri percorsi professionali si sono separati, per mia scelta, ma l’amicizia è rimasta.

Non ho ricordo di Pietro senza la matita o il pennarello giusto in mano, a parte quando si era all’esterno, oppure a cena o a pranzo. Non potrò mai dimenticare il suo tavolo da lavoro nel suo appartamento milanese, e ripensando ai disegni che vedevo allora, mi rendo conto che già all’epoca era vivo il seme di quello che sta disegnando ora.

La distanza fisica da poco più di un decennio è purtroppo sufficiente da non consentirci più frequentazioni assidue, ma l’amicizia è rimasta salda nel tempo, e per fortuna i mezzi tecnologici a nostra disposizione accorciano decisamente le distanze.

Pietro et moiIl desiderio di ospitarlo nel mio blog è nato quando, dopo parecchi anni, ci siamo finalmente rivisti a Roma la scorsa primavera, in occasione del mio viaggio per la premiazione di Sogno amaranto in Campidoglio.

Pietro è sempre stato un vulcano d’idee, un burlone, molto simpatico e sorridente, ma al contempo  ricco di sensibilità, serietà, determinazione, professionalità, profondità di pensiero, sincerità e generosità.

Potrei ancora aggiungere molti ricordi personali, ma quanto appena scritto vuole essere solo un’introduzione. Ciò che conta ora per me sono le domande che realmente voglio fargli, per poi condividerle con voi che mi auguro gradirete.

 

Inizierò in maniera inconsueta, con una cosa che in un certo senso ci accomuna: 

 

Nel 2005 hai pubblicato un libro di narrativa intitolato L’albero delle donne: come mai questa scelta?

Avevo un sogno ricorrente in quel periodo. Io ho semplicemente ipotizzato come dovesse proseguire quel sogno e così, alla fine, scrivi e scrivi m’è uscito un romanzo onirico, surreale, simbolico e a tratti anche umoristico; un romanzo terribilmente autobiografico in molti passaggi che trovo quasi imbarazzante rileggerlo. Infatti da allora non l’ho più riletto.

 

Io se fossi in te lo riediterei perché, a mio modesto parere, è un testo che va a completamento delle tue vignette. Ma intanto vorrei sapere: scrivi ancora?

Scrivo racconti, cose brevi, guizzi e frasi. Scrivere romanzi o altro è troppo impegnativo e comporta troppo coinvolgimento e completa dedizione su molti fronti. Ora come ora non potrei farcela.

 

Nella scrittura narrativa l’inconscio è attivo e produttivo: è così anche per un vignettista?

Per l’inconscio non saprei. Probabilmente è così: le forme, i colori, le cose che decidi di rappresentare, come ti esprimi o cosa metti in bocca ai tuoi personaggi, tutto fa parte del tuo bagaglio interiore. No?

 

Io ho una copia del tuo libro con una tua dedica personale e ho avuto il piacere di leggerlo, trovando delle similitudini con le tue vignette. Per esempio, questa donna che fa da guida al protagonista, vestita con un mantello e con il cappuccio sempre alzato mi ha tanto ricordato la Morte Nasona; dunque ti chiedo: riconosci una sorta di tòpoi personali e ricorrenti nel tuo percorso creativo?

E’ la prima volta che qualcuno lo nota e io stesso ne prendo atto solo ora che me lo dici. Evidentemente qualche sotto-trama sottile che gira attorno a questo archetipo c’è. Sarebbe inutile negarlo.

 

Il seme del fumetto è antico in te, ne ho memoria fin dagli anni ’90, cioè da quando ti occupavi di pubblicità a tempo pieno e ne parlavi assiduamente.  Quando e come è scattata la molla che ti ha fatto creare tutte queste vignette, splendide ed inconfondibili?

E’ una passione nata in maniera del tutto casuale. La vignetta, se vogliamo, è uno schema che si avvicina molto al modello pubblicitario comunemente adottato: un’idea tradotta in un visual più un titolo. Tutto torna, come vedi.

 

È difficile fare satira oggi, in questi tempi così densi e ardui un po’ per tutti?

Non c’è niente di facile oggi. Paradossalmente è più facile fare satira (e quindi “denuncia col sorriso”) proprio quando le cose non vanno bene. Poi, per fortuna, non faccio solo satira di attualità ma mi occupo di Sesso, di Zen, di crisi di coppia e perfino della Morte, come sanno i miei lettori più affezionati.

 

Dove prendi gli spunti per le tue vignette?

Dai discorsi, da quello che leggo o che ascolto. Sui giornali, sui tram, su facebook… ogni cosa è degno di spunto. Molte cose però le dimentico o non le segno e spariscono… ahimè!

 

In questo presente così tecnologico, disegni ancora a mano oppure ricorri anche a programmi informatici?

Metà e metà. Amo troppo il tratto sulla carta e quindi faccio così, direttamente su carta — ormai non uso nemmeno più la matita! — per la colorazione e i testi invece uso Photoshop!

 

Io ho avuto il piacere di apprezzare alcuni tuoi quadri e di vederti all’opera nella tua casa milanese: il Pietro pittore esiste ancora?

No. Stesso discorso della scrittura lunga e del romanzo. Dipingere è molto impegnativo e ora ho bisogno di cose fatte in tempi brevi, che mi portino via poco tempo, diviso come sono tra impegni, lavoro, casa, ecc.

 

Nell’intervista che hai rilasciato a Seltz su Rai2 hai detto che prediligi la satira esistenziale. Mi potresti spiegare perché?

Perché la “satira esistenziale” è quasi una branchia della filosofia (con le dovute differenze del caso, ovviamente) e soprattutto parla su cose “alte” senza essere succubi quotidianamente di ogni peto del politico di turno. Come fa la satira politica, che va per la maggiore.

 

Forse tanti non lo sanno ma io sì: che tu sei uno sciupa femmine è cosa antica. E ora le tue vignette sono molto apprezzate dalle donne: perché ti interessa creare vignette sull’universo femminile?

Perché sono terribilmente affascinato e attratto dalla femminilità e dalle sue mille sfaccettature (e contraddizioni). Comunque smentisco ufficialmente di essere uno sciupa femmine e lo sottoscrivo nero su bianco… non so quali siano le tue fonti, onestamente   😉

 

Purtroppo esiste il plagio in letteratura ma anche nel tuo ambito, considerando le tante (troppe) volte che hanno copiato selvaggiamente le tue creazioni. Sarebbe diverso se tu le pubblicassi solo in cartaceo? Come ci si tutela?

Pubblicare un libro in cartaceo è un’azione che offre maggiori protezioni e tutele, anche perché subentra in quel caso il diritto violato di una casa editrice che ti può sostenere in caso di querele o diffide. Nel mondo web e gli e-book in particolare regna ancora il Far West.

 

Un tuo personaggio si chiama Idiota Zen. Perché quell’aggettivo e quanto Guru Zen c’è in te?

“Tutto. Troppo. Spesso niente”. Ti piace questa risposta data “alla Guru Zen”??  😀   L’aggettivo “idiota” è come mettere le mani avanti. E’ come auto-darsi del “pazzo”,  dell’inaffidabile e quindi, si è più liberi di esprimersi, perché così il giudizio del lettore è più magnanimo e permissivo. Un po’ come l’appellativo di “giullare” usato nel medioevo.

 

Satira e filosofia: gemelle diverse che sanno coesistere nel tuo umorismo. Ti viene sempre naturale o c’è da lavorarci di più?

Essendo abbastanza pioneristica come nicchia, all’inizio ho dovuto lavorarci parecchio su. Adesso è come se applicassi un “vestito mentale” abbastanza collaudato e dico “abbastanza” perché certezze non ve ne sono mai!

 

La maggioranza delle tue vignette hanno colori splendenti e luminosi, oppure tetri come quelle della Morte Nasona: in una vignetta, oltre alla battuta, quanto è importante a livello comunicativo il colore?

Non trascuro proprio NULLA: colore, dimensioni, proporzioni, parole, dettagli. Una vignetta si deve leggere e interpretare in pochi secondi e non ci si può permettere di sbagliare un singolo dettaglio. Sbagliare significherebbe innescare processi mentali inappropriati col rischio di inquinare il messaggio o, peggio, portare il lettore su altri lidi e lasciarlo con l’amaro in bocca.

 

Il mercato è pronto per le versioni e-book di fumetti e vignette?

Dicono di sì ma per me siamo appena agli albori. Rifammi la domanda tra un paio d’anni, ti prego.

 

Qualche progetto nuovo che hai in cantiere e che vuoi anticiparci?

C’è tantissima carne sul fuoco: libri cartacei, e-book, gadget… insomma, tutto a suo tempo. Pare che “il caso-PV” stia per esplodere come un vulcano… me lo sento!

 

274635241_640Hai creato anche vignette ispirate a…lui… Creerai mai un personaggio ispirato a me? Diciamo, una Italian-English-Poet&Writer?

Sto pensando da tempo a un personaggio tutto femminile, alla Mafalda però adulta: contestatrice, rompiballe, polemica ma anche passionale e impetuosa. E ti dirò che il nome “Cinzia” non le starebbe nemmeno male… Ahauah ahaha  😆

Vacanze romane

La giornata si preannunciava luminosa fin dal primo mattino. Un vento sostenuto si era alzato fin dalla sera precedente quando, ammirando il cielo dalla finestra dopo cena, mi dicevo che le stelle erano superiori al solito. Durante il viaggio sul Frecciarossa ho pensato al mio amico Sabato Cuomo perché mi ritrovai seduta accanto ad un terzetto d’ingegneri napoletani che, con le loro caustiche ed esilaranti battute sulla politica, mi distoglievano dal mio libro costringendomi involontariamente ad interrompere la lettura, in quanto era impossibile trattenere le risate. Mi sono goduta il tragitto in macchina fino al Campidoglio dove il cielo era sempre più azzurro, un azzurro quasi marino che rendeva il tutto più splendente. Sottolineo che un panino al prosciutto l’ho pagato solo 2 € e ho persino conservato lo scontrino: lo mostrerò alla barista dalla quale ogni tanto pranzo e chiederò cos’ha di diverso il pane e il crudo brianzolo per costare esattamente il doppio. Le due ore trascorse nell’attesa di poter entrare nella Sala Promoteca sono praticamente volate, tra orde di chiassosi ragazzini in gita e frotte di turisti da ogni dove, anche se a me sembrava di trovarmi in un distaccamento statunitense in più di un’occasione.

All’ingresso ho incontrato i messi comunali più gentili e simpatici che mi sia mai capitato in cinquant’anni di vita, e durante l’attesa ho chiacchierato amabilmente con Corrado Rainaldi, autore de Il lido verde, giunto giusto sei posizioni prima di me. Abbiamo parlato dei nostri libri, come una mamma e un papà che si ritrovano a chiacchierare dei propri figli all’uscita di scuola. E soprattutto mi ha raccontato, con occhi umidi e voce emozionata, della sua scelta di vita, ora che è solo e in pensione: una scelta di solitudine e scrittura in un luogo ameno ma volutamente sperduto. Devo dire che una certa invidia l’ho provata piuttosto per questa possibilità che per tutto il resto.

La sala Promoteca è un gioiellino di rara bellezza che quel giorno era particolarmente solare, così ha sottolineato anche il presidente del premio Pino Aquafredda all’inizio della cerimonia di premiazione, la quale si è  piacevolmente dilungata, visto il gran numero di partecipanti e premiati. Essendo io sia madre che figlia, mi sono sinceramente commossa quando sono stati premiati sia bimbi che anziani: entrambe le categorie non potevano non ricordarmi mia figlia e i miei genitori. E rammentarmi la bellezza della parola poetica che incanta grandi e piccini e non conosce età e mai farà distinzioni, essendo un’arte senza tempo. Per una manciata di minuti ci siamo ritrovati in carcere, quando è stata letta la testimonianza del vincitore assoluto nella sezione narrativa con il libro  Gli uomini ombra, Carmelo Musumeci, detenuto di massima sicurezza, che utilizza la scrittura come strumento di divulgazione di questa realtà misconosciuta e dimenticata da tutti. E abbiamo anche avuto la compagnia di un ospite pluripremiato venuto da lontano: Sergey Durasov;  nonostante sia di nazionalità russa, ama talmente la nostra lingua e il nostro paese da comporre in italiano. E tantissimo altro ancora.

La sera si preannunciava un’affollata rimpatriata tra amici, e così è stato, quando ho raggiunto Pietro Vanessi a casa sua. Lì temo che la mia adrenalina abbia superato il livello massimo, e l’emozione era alle stelle. È stato come rivedersi un film d’epoca, di giorni di lavoro trascorsi insieme in quel di Milano e serate in allegria in tempi che, almeno per me, cominciano ad essere un po’ troppo lontani.

 

Il Frecciarossa del ritorno mi sembrava più brutto di quello dell’andata, il paesaggio era più triste, il cielo lievemente velato. La mia anima però era serena e la soglia di casa è stata varcata con felicità, perché ero certa e consapevole che il mio libro era stato letto veramente: dettaglio non da poco e per nulla scontato nel panorama dei premi letterari italiani.

 A proposito, mi stavo dimenticando: il mio romanzo Sogno amaranto è giunto al nono posto su 350 libri partecipanti.