Giornate e tempi di libri

Ammetto che mi ha fatto una certa impressione ritrovarmi a passeggiare negli ampi corridoi di Tempo di Libri nella mia città, essendo io stata, da sempre, una fedele e costante frequentatrice del Salone del Libro.

Ho deciso di andarci domenica, casualmente Giornata del libro e del diritto d’autore. Quale migliore occasione per celebrare il libro e la lettura? E incontrarmi con Luce e fiamma, la mia piccola ultima creatura poetica, allo stand del mio editore, è sempre emozionante.

È stato davvero bello soffermarmi ai vari stand, scoprire libri nuovi, presenziare a un paio d’incontri, tornare a casa, come al solito, con lo zaino pesantissimo di carta e di parole nuove.

Spero che le due fiere editoriali più importanti d’Italia trovino un punto d’incontro. E intanto aspetto maggio per un viaggetto a Torino e per il maggio dei libri. Eh sì perché, in fondo, è sempre Tempo di Libri!

 

Si scrive con la pancia

Decido che voglio scrivere qualcosa e, in qualche modo non ho, o comunque non mi pongo, molte regole per questo. Di sicuro però voglio vedere sviluppata la mia idea di romanzo sulla carta in modo molto semplice: una cartella e non di più; poi scrivo e basta e non mi corrispondono i consigli delle scuole creative, perlopiù americane, che suggeriscono di fare una scheda per ogni scena e poi disporre la sequenza. Faccio prima a scrivere direttamente, è così semplice: c’è già tutto in testa e basta davvero solo tirarlo fuori. Certo, così il successivo lavoro di revisione sarà molto più duro, ma intanto c’è del materiale palpitante, sebbene grezzo, su cui lavorare.

Non so voi, ma ci sono un po’ di cose che mi ritrovo a fare nei giorni o settimane che precedono l’approfondimento del testo che andrò a scrivere; come mantenermi focalizzata su questo obiettivo giorno e notte, pur svolgendo con assoluta concentrazione i compiti e doveri inevitabili e le incombenze quotidiane. Durante questo tempo, cerco principalmente di mettere a fuoco esattamente che tipo di storia voglio scrivere. Dunque appunti, un taccuino sempre appresso, idee da raccogliere, illuminazioni improvvise da appuntare all’istante nero su bianco. Ma se ci penso seriamente, nel fare questo, e soprattutto nella successiva fase della scrittura vera e propria, meraviglia delle meraviglie: mi fido più del mio corpo che della mia mente.  

Quello che intendo dire, è che l’atto dello scrivere non è solo uno sforzo intellettuale, ma anche fisico. Non solo perché presuppone ore e, se possibile, anche giornate intere davanti a un computer — non sembra faticoso? vi assicuro che a suo modo lo è — ma perché è anche il mio sentire corporeo che interagisce nel processo della scrittura.

C’è una mia frase che mi è particolarmente cara: si scrive con la pancia. Perché è da lì che viene la vera e profonda pulsione a buttar giù parole e idee. Ma anche perché, se vedo che: la storia fila, la trama regge, i personaggi sono messi a fuoco, il motore si mette in moto e sono pronta a partire per un viaggio del quale non conosco perfettamente la durata e la destinazione ebbene, è il corpo che me lo dice. Letteralmente sento una sorta di carica nel plesso solare che comunica con la mia mente e lancia il messaggio “sì, sì, sì, esattamente questo!”

Per concludere, aggiungo solo che verosimilmente questo atteggiamento appartiene a qualsiasi attività artistica. Sarebbe interessante per me sapere anche la vostra esperienza.

David and me

Ho letto David Copperfield a Londra negli anni ’80 perché rientrava nel piano di studi.  Ho dovuto leggerlo più volte perché, in lingua originale, non era un testo facile e di pronta comprensione. Di certo mi ha costretta ad andare oltre il significato del testo ed è stato un utile esercizio per comprendere che cosa fosse un romanzo. In questo testo c’è la vita nel suo primo significato, e dunque mi ha sbalordito, commosso e anche divertito. Erano buffi e quasi esilaranti Mr. e Mrs Micawber e, per contro, strazianti le pagine della morte della mamma di David. Alla fine il bene ha la meglio e, per questo e non solo, si sono spesi fiumi di parole sulla convenzionalità dei sentimenti di Dickens e sul suo moralismo. Io non sono d’accordo su questa definizione: l’ho apprezzato molto perché appartiene a quegli autori classici che possono trasmettere solo valori eterni, al di là della collocazione temporale e della società dell’epoca. Piuttosto, lui conosceva molto bene le zone d’ombra della vita e le sapeva descrivere con grande maestria.  È una scrittura, la sua, che ti travolge; e mentre leggi non ti rendi neppure conto di come racconta la storia, a meno che non si sia costretti ad un’analisi testuale come quella che feci per esigenze di studio.

E meno male, perché una cosa l’ho capita, allora così come nelle ormai passate settimane di vacanze estive nelle quali l’ho riletto a tratti: lui era davvero un Autore, dunque uno scrittore con stile cristallino, unico e profondo. L’altra cosa è che, leggendo con attenzione un testo simile, arrivati alla fine si capisce di avere tra le mani un Romanzo vero, appunto anch’esso con la lettera maiuscola. Memorabile. E utile per chi scrive. Se capisci e apprezzi un libro così, ti è ben chiaro com’è strutturata e narrata al meglio una storia e perché si scrive:

It is no worse, because I write of it. It would be no better, if I stopped my most unwilling hand. It is done. Nothing can undo it; nothing can make it otherwise than as it was. [vol. 3; pag. 21]