Essere uno col tutto

Ascoltare questo brano tratto da Iperione di Friedrich Hölderlin recitato a voce alta è stata un’esperienza unica, che mi ha convinta a rileggerlo e meditarlo.

paceSaggio è ricordarci che nulla ci appartiene veramente e che tutto dovremo lasciare. La realtà che vive è di tutti e di nessuno. Questo pensiero ci allenerebbe ad un’assunzione di responsabilità totale del bene comune in ogni sua forma; in particolar modo delle altre persone, mettendo in pratica l’amore per noi stessi traslandolo nell’altrui realtà.

Saggio è silenziarci per contemplare il creato, la natura in ogni sua forma e contemplarla per amarla, e dunque rispettarla profondamente e concretamente.

Essere uno col tutto, questa è la vita degli dei, è il cielo dell’uomo! […] essere uno con tutto ciò che vive!

Saggio è questo modo di essere perché capiremmo meglio le luci e le ombre delle vite nostre e altrui. E perciò del mondo. Per cambiarlo. In meglio.

In questo momento storico così denso e pesante proviamo a dare valore all’arte, al rispetto, alla poesia, al sogno.

Oh! Un dio è l’uomo allorché sogna, un mendicante quando riflette; e quando l’entusiasmo è scomparso, egli è là come un figlio fuorviato, che il padre cacciò di casa, e contempla i miseri centesimi che la pietà gli diede pel suo cammino.

Allargare gli orizzonti per capire la nostra caducità e divinità ci fa sopportare il peggio. Ma soprattutto, come un piccolo seme sotto una coltre di neve, può trasformarci in encomiabili esseri consapevoli e senzienti .

Intervista a Andrea Pelliccia

Prosegue il mio giro di interviste ai colleghi scrittori che hanno pubblicato un racconto nell’antologia Crisalide.

Andrea-PellicciaOggi incontriamo Andrea Pelliccia, un autore simpatico ed inconsueto. Non aggiungo altro dato che, per conoscerlo meglio, non resta che leggere le sue simpatiche, pertinenti e per me inaspettate risposte.

Cosa ha ispirato il tuo racconto Dentro e fuori dall’acqua?

A ispirarlo è stata la mia esperienza personale di scrittore alla ricerca del contratto editoriale per la pubblicazione del primo libro: le case editrici a pagamento che ti riempiono di complimenti e promesse per farsi consegnare qualche migliaio di euro che ti servirà solo a riempire la tua casa di volumi che riuscirai a smaltire solo regalandoli a parenti e amici. Altro che successo editoriale!

Mi piace definire questo racconto “un po’ autobiografico e un po’ no” perché, sebbene si riferisca alla mia esperienza, il protagonista non sono io. Non aggiungo altro per non rovinare la lettura…

Rugby e scrittura, un binomio inconsueto. Uno sport vitalissimo e la calma e il silenzio della scrittura: sono entrambi aspetti nei quali ti riconosci?

Il rugby è uno sport vitalissimo e anche non semplice da capire. Doversi passare il pallone solo all’indietro per andare avanti sembra contraddire qualunque logica. E poi quelle mischie con i giocatori che si buttano l’uno sull’altro e quel pallone storto che sembra uscire per caso da quel groviglio di corpi. Insomma, sembra caos, invece è ordine, filosofia, razionalità, metodo. Il pallone ovale che viene raccolto dal mediano al termine di una mischia furibonda è per me come un pensiero che da indefinito e disordinato si fa concreto e pronto per divenire scrittura.

Come vedi, rugby e scrittura hanno molti più aspetti in comune di quanto si possa pensare!

Perché hai deciso di partecipare alla pubblicazione di Crisalide?

Scrivere un racconto a tema su un argomento completamente diverso dalla narrativa sportiva era una sfida stimolante. Parlare

Antologia di racconti
Antologia di racconti

della crisi (nel mio caso quella dello scrittore esordiente), raccontarla, era per me un modo per partecipare alla realtà contemporanea. Mi piaceva poi dare un messaggio di ottimismo che, spero, si evinca dal mio racconto: qualità e talento alla fine emergono in qualunque contesto, in qualunque situazione.

Lo rifaresti?

Sì, perché è stata una bella esperienza. Ho avuto anche la possibilità di conoscere di persona due dei “compagni di viaggio”: Ciro Pinto e Giuseppe Virnicchi.

Come sei arrivato alla scrittura e cosa rappresenta nella tua vita?

Ci sono arrivato in modo assolutamente casuale e inatteso. Fino al 2009 non avevo scritto assolutamente nulla: l’ultimo mio componimento di fantasia risaliva al 1990, tema di maturità classica.

Poi ho letto un libro dello scrittore Flavio Pagano: “Quelli che il rugby…”. Veniva definito “forse il primo romanzo di rugby scritto in Italia”. Mi sono detto: “se dovessi scrivere narrativa sul mio sport preferito, il rugby, avrei perlomeno il pregio dell’originalità”. E così mi sono messo a scrivere racconti che avessero come argomento il rugby. In circa sei mesi ho messo assieme il materiale sufficiente per un libro.

Ho superato indenne lo scoglio degli editori a pagamento e ho trovato la disponibilità di Absolutely Free (“free” di nome e di fatto…) a pubblicare il mio libro “Up & Under – racconti di rugby” nella prestigiosa collana “Sport.doc”, nella quale figurano i nomi di importanti giornalisti e scrittori italiani.

La scrittura è nata come una passione e tale intendo che resti: un piacevole diversivo dalle attività quotidiane e dal mio lavoro di ingegnere.

Cosa hai pubblicato e perché?

up-&-under-andrea-pelliccia“Up & Under – racconti di rugby” è uscito a febbraio del 2011. Tra la sorpresa generale (in primis quella dell’editore) me lo ritrovo oggi, a quasi due anni e mezzo di distanza dalla sua pubblicazione, in cima alla classifica di Amazon dei libri di rugby. In realtà, come amo ripetere, il rugby è solo un pretesto per raccontare storie; infatti, nella maggior parte delle librerie, il libro è sugli scaffali della Narrativa, non in quelli, più di nicchia, dello Sport. La soddisfazione più grande, al di là dei riscontri positivi di critica e vendite, è stata sapere che molti si sono avvicinati a questo meraviglioso sport proprio grazie al mio libro.

Poi ho pubblicato alcuni racconti in ebook, qualcuno può essere scaricato gratuitamente dal mio sito www.andreapelliccia.it

A giugno uscirà un nuovo libro. La scaramanzia partenopea mi impone il riserbo: posso solo anticipare che non parlerà di rugby…

Cosa pensi dell’editoria italiana?

È una realtà in continuo mutamento. Oggi in Italia ci sono più scrittori che lettori: chiunque lo desideri può scrivere e pubblicare un libro, sfruttando i vari canali disponibili. Da un lato è positivo, mi sembra un processo “democratico”. È chiaro, però, che in termini di qualità del prodotto ci sia un livellamento verso il basso, poiché non tutti quelli che pubblicano un libro attraversano il duro processo di selezione degli editori “classici”.

È difficile essere scrittori nella nostra epoca e nel nostro paese?

Sicuramente, per chi decide di intraprendere la strada della scrittura come professione. La crisi si riflette in tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana. In un paese come il nostro in cui la cultura è generalmente considerata un optional, un libro è già normalmente visto come un “bene di lusso”. Figuriamoci in un periodo di crisi come questo. È quindi normale che chi scrive o pubblica per mestiere debba affrontare problemi enormi.

Per tutti questi motivi sono abbastanza convinto che per me la scrittura continuerà a restare solo un piacevolissimo hobby. Mi tengo stretto il mio contratto a tempo indeterminato in Finmeccanica!

Immagina di vivere in un luogo ameno e isolato dal mondo dove puoi portare solo quattro libri (non tuoi): cosa scegli?

1) e 2) La Divina Commedia e I Promessi Sposi. Sono due capolavori la cui lettura a scuola viene imposta, pertanto è difficile apprezzarli come tali . Mi sono sempre ripromesso di rileggerli per comprendere fino in fondo la loro bellezza.

3) I pilastri della Terra di Ken Follett.

4) Un libro di fantascienza, mia grande passione fin dalla gioventù. Credo che sceglierei La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin. 

Sei pronto, come scrittore, per un’editoria unicamente digitale?

Per niente. Quando il mio editore mi propose di lanciare “Up & Under” prima come ebook e poi, in caso di riscontri positivi, anche nella versione cartacea, ci rimase un po’ male. Poi, per fortuna, si convinse a uscire immediatamente con entrambi le versioni.

L’ebook è comodo da portare con sé, non ingombra, non inquina e sicuramente acquisterà fette di mercato via via crescenti. Ma un libro in “carta e ossa” è un’altra cosa!

Intervista a Alessandro Vizzino

alessandro vizzinoInizia con Alessandro Vizzino, editore e autore dell’antologia collettiva Crisalide un giro di interviste agli autori che hanno partecipato al progetto. Non mancate dunque di seguirmi nelle prossime settimane per poterli conoscere.

 

Parafrasando il tuo racconto La vicenda del cantastorie afono: perché continuare a scrivere se spesso è difficile farsi pubblicare e poi leggere?

Il continuare a scrivere del cantastorie afono è in realtà un continuare a vivere. In fondo, in questo racconto alessandromondo, siamo un po’ tutti cantastorie afoni, a prescindere dal lavoro che si fa e dalle proprie passioni: siamo troppi, e tutti troppo presi da noi stessi, piombati in un vortice d’egocentrismo che riflette forse una solitudine generalizzata e non dà scampo all’osservazione dell’altro, alla visione oggettiva delle cose; così un gesto di solidarietà spesso assume le sembianze di un atto d’eroismo, quando si tratta semplicemente di una predisposizione verso l’altro che dovrebbe sempre apparire normale, pulsione naturale. Eppure non è così, in un mondo di cantastorie afoni dove tutti gridano e nessuno sa più ascoltare, magari lontano dalle luci della ribalta.

Parlaci un po’ di Drawup, casa editrice da te fondata e diretta.

Edizioni DrawUp costituisce un progetto editoriale per molti versi innovativo e, oggi come oggi, una realtà che si va consolidando giorno dopo giorno. Quando EDU è nata, si è posta come obiettivo un fattore essenziale: la necessità di dare agli autori sommersi ciò che di norma la piccola-media editoria non dà loro, soprattutto in termini di serietà, servizi, presentazione e promozione, distribuzione, vale a dire il mantenimento di tutti gli impegni contrattuali. Abbiamo cercato sin dal primo istante di proporre ampie fette d’arrosto e di non vendere fumo, e questo ci ha premiato e ci continua a premiare, anche grazie a un gruppo di autori che, prima di qualsiasi altra cosa, è diventato un gruppo di colleghi e amici sinceri.

È stato difficile come editore coordinare un progetto collettivo come questo?

Assolutamente no, grazie a un’organizzazione interna che ritengo pienamente all’altezza e grazie soprattutto al grande lavoro svolto in fase di revisione e montaggio da Ciro Pinto.

Il tuo romanzo SIN ti ha dato molte soddisfazioni, a seguire La culla di Giuda: vuoi illustrare brevemente che genere di narrativa scrivi?

Spero di poter dire un giorno, anche attraverso i lavori che sto scrivendo in questo periodo e ancora non pubblicati, che la mia narrativa non ha genere. A ogni modo, SIN è un thriller distopico dai mille intrecci e con un messaggio di fondo che ritengo molto importante, un romanzo per menti aperte e pance forti. La culla di Giuda, un po’ in contrapposizione col fratello maggiore, è invece un poliziesco-storico dalla lettura immediata, una sorta di esperimento letterario giocato su una forte presenza dialogica e su una costante ironia di base, permeato comunque da suspense, intrigo e ricerca storica; l’ho definito in altre occasioni una specie di base jumping, un’emozione veloce, istantanea, ma molto molto intensa, che resta. Dopo i successi di SIN (cinque premi letterari in meno di un anno dalla prima uscita), anche il fratello minore (Giuda, come lo chiamiamo fra amici) ha ricevuto di recente un primo riconoscimento in un concorso nazionale: davvero una bella soddisfazione, che mi offre un’inattesa conferma personale a livello complessivo, ovvero la speranza che i miei lavori valgano in senso globale, al di là di un’ispirazione fugace o di un colpo di fortuna del momento.

Com’è nata l’esperienza di Crisalide?

Da un’idea iniziale di Stefano Calicchio sul gruppo Facebook BSC di Emanuele Properzi, a seguito di una mia

Antologia di racconti
Antologia di racconti

analisi estemporanea. Da lì, attraverso l’unione di ulteriori tesi e approfondimenti, grazie anche all’acume di Ciro Pinto, è scaturito l’impianto progettuale che ha dato poi luogo all’antologia: la crisi globale, non soltanto economica, osservata mediante l’orizzonte visivo di gente che scrive.

La ripeteresti?

Artisticamente è stata un’esperienza piacevolissima e formativa, che ripeterei certamente. Dal punto di vista editoriale, invece, non bisserei l’esperimento, che ha prodotto risultati senza dubbio inferiori rispetto alle prospettive originarie.

Come sei arrivato alla scrittura e cosa rappresenta nella tua vita?

Ci sono arrivato dapprima senza nemmeno accorgermene, come strumento di sfogo e di spazio personale, per renderla poi, in un secondo momento, un’esperienza professionale, almeno nell’intento e nell’approccio. Oggi la scrittura rappresenta per me, prima ancora che il mio lavoro, l’essenza stessa dell’esistenza.

Cosa pensi dell’editoria italiana?

Benché io faccia di fatto parte del settore, cerco di combatterne, nel mio piccolo e dall’interno, carenze e distorsioni, senza nutrire una grande considerazione per un ambiente che risente della povertà in cui tutta la cultura italiana è paradossalmente relegata. Il discorso sarebbe amplissimo, mi limito qui a dire che la cultura mal si sposa con obiettivi commerciali, almeno nella gran parte dei casi, e che viviamo purtroppo in una nazione che, sebbene potrebbe ricevere dalla cultura un sostentamento immenso e inesauribile, la rinchiude costantemente in un piccolo angolo, buio e polveroso.

È difficile essere scrittori nella nostra epoca e nel nostro paese?

Dipende cosa intendiamo per scrittore, quale peso consegniamo a questa definizione. Se scrittore è semplicemente colui che scrive, un’etichetta che chiunque può affibbiarsi, soltanto volendolo, allora è facilissimo: ci sono portali di self-publishing ed editori pronti a qualsiasi compromesso che consentono a chiunque, anche in poche ore, di essere pubblicato, magari pure diffuso. Se invece il termine scrittore individua come un tempo un professionista, chi vive di sola penna, sancito tale da lettori, riconoscimenti ufficiali, diffusione e vendite, allora sì, è estremamente difficile farsi conoscere ed emergere dalla poltiglia circostante e dilagante.

Immagina di vivere in un luogo ameno e isolato dal mondo dove puoi portare solo quattro libri (non tuoi): cosa scegli?

1)      Il conte di Montecristo

2)      Il romanzo che ancora devo scrivere

3)      Un libro di Geronimo Stilton, affinché mio figlio sia lì con me a leggerlo

4)      Varie ed eventuali

Sei pronto, come scrittore, per un’editoria unicamente digitale?

Non credo. Cavalco in prima linea la tecnologia, che per me è strumento di lavoro. Non posso permettermi di non essere continuamente aggiornato, ma l’eccesso mi spaventa sempre molto. Sia da scrittore che da editore non vorrei mai lasciare alla mera memoria l’immagine di un bel libro di carta, con i suoi odori, i suoi spigoli, talvolta persino rumori.

LA LOCANDA DEI GIRASOLI

A Roma c’è un ristorante la Locanda dei Girasoli. E’ nato dalla volontà di alcuni genitori di ragazzi con la sindrome di Down per dare una prospettiva lavorativa ai loro figli Claudio,Valerio, Emanuela e Viviana che già oggi ci lavorano come camerieri.La-Locanda-dei-Girasoli-a-Roma-586x439

Purtroppo non è in una via molto frequentata di Roma (in zona Quadraro) ed è molto difficile farlo conoscere. Però se non riusciamo a farlo in fretta, le prospettive non sono molto allegre.
La pizza è buona, il locale è carino ed economico e vale la pena di dar loro una mano, non vi pare?

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