Mondi possibili

Eccoci di nuovo! Di anno in anno, necessitiamo di questo avvenimento spirituale e sacro per chi crede, approfittiamo di un momento di festa, di un rito comunque accettato e necessario per chi non riconosce al Natale un’importanza religiosa e spirituale; e poi, ne sono certa, esiste una folta schiera di chi è indifferente, totalmente o solo in parte; che si adegua oppure, al contrario, male accetta tutta questa festa, con tutto l’apparato che le gira intorno e che, volenti o nolenti, ci raggiunge, ci interpella e, dopo un certo limite, se fuori luogo, ci disturba.

Quest’anno non voglio e non mi sento di scrivere un messaggio improntato sulla natività di Gesù e su quanto bene ci può fare partire da questo avvenimento per riflettere, su noi stessi e sulla nostra vita, ed essere spronati a migliorarci. Ho deciso di lasciare anche a voi uno spazio di espressione (sono graditi commenti) senza necessariamente dire la mia, se non con qualche breve spunto di riflessione. In parte perché una risposta non ce l’ho, e poi perché quest’anno non ho avuto il tempo e la tranquillità necessarie per soffermarmi a pensare nel silenzio e per scrivere. Nella vita però, già l’ho scritto più volte qua e là, sono convinta che nulla accada a caso e quindi, pressoché quotidianamente, incrocio frasi nelle mie letture, sento conversazioni, vedo film piuttosto che video che arrivano sempre al momento giusto con le parole giuste.

In questi ultimi due giorni ho incrociato un saggio di J. Bruner che mi sta interpellando molto e, sebbene non tratti direttamente del Natale, vi lascio con queste sue parole che sono applicabili al nostro vivere, al nostro mondo, ed anche alla nostra scrittura:

Niente è concepibile senza la stupefacente capacità umana di costruire e apprezzare mondi possibili e di sentirci indotti ad andare al di là di ciò che è canonico.

E mi dico: qualsiasi cosa si pensi e si creda in proposito, il Natale in primis non è dovuto ad una capacità umana: ma il nostro mondo sì! E la nostra capacità umana può e deve essere stupefacente in modo sempre positivo. E mi domando: se ci mantenessimo sempre con lo spirito e l’energia che comunque sprigiona questa festa che mondi possibili costruiremmo e quindi apprezzeremmo? Andremmo al di là di ciò che è canonico: oltre noi stessi, oltre il Natale. Vi auguro tanta serenità, per voi stessi e per tutti gli altri, vicini e lontani. E mi voglio accomiatare con quell’auspicio (scritto appena sopra) e tanta pace.

Nasce per noi?

Il traffico è intenso e frettoloso. Non sono riuscito a comprare tutto, mi manca un regalo e non trovo ciò che esattamente voglio. La fila alla cassa è interminabile e devo ancora provvedere alla spesa per il pranzo. Farò solo dieci antipasti? Non so decidermi. Che stress però il Natale. E non posso dimenticarmi nulla, tranne che… Nasce per noi? E poi, sì ho fatto gli auguri 2a30f0_a8d76ec86d8245a7ae042ee8094d4e08alla collega di lavoro che non sopporto e al mio capo che non stimo e mi urta costantemente con il suo modo di fare. Ma se l’ho fatto è per convenzione e convenienza, senza sincera intenzione, e neppure voglia di migliorare realmente le cose. Che cos’è il Natale io non l’ho ancora capito. Nascerà anche per noi, questo Gesù del quale mi hanno raccontato soprattutto nella mia infanzia ma…a me che mi cambia?

Comunque, io so solamente che sono assuefatto dalle notizie alla televisione che mi lasciano inerme. Guerre, persecuzioni, violenze, reati di ogni genere, povertà, giovani allo sbando, droga e perdizione. E allora? Che ci possiamo fare noi? Se questo figlio di Dio che nasce oggi è così onnipotente perché non sistema tutto lui? Sarebbe così semplice e lineare, mi sembra. E il 13 novembre, giorno nefasto dell’attentato a Parigi, Gesù dov’era?

Mi dicono che oggi è un giorno luminoso, non banale, bensì ricolmo di Luce Divina. Dovrebbe dunque illuminare le nostre menti e i nostri cuori? Rinnovarci, cambiarci, migliorarci. Peccato che quello che questo comporta è troppo gravoso e impegnativo per me. Non m’interessa cambiare, mettermi in discussione, migliorare le cose. Meglio lamentarsi e puntare il dito contro qualcun altro che è senz’altro più responsabile di me.

La carezza di Dio mi fa paura. È una mano così luminosa che m’intimorisce. Intanto mangio un cioccolatino. Poi, non so. Boh!

Quindi, nasce per noi?

[riflessioni in ordine sparso e libera interpretazione di ciò che ho osservato e sentito nell’ultima settimana]

Buon anno!

Quest’anno per i miei auguri ho volutamente scelto una poesia di Giorgio Caproni, perché con questo poeta siamo sempre in viaggio, a ragionare di vita e di morte e sul cammino e il senso dell’esistere. È noto che la sua arte è fare il vuoto intorno ai nudi oggetti della nuda vita. La vita dell’hic et nunc è sbriciolata, svuotata e resa larvale da un sovramondo platonico. 

È importante, in un momento storico così denso e pesante come il nostro, fare l’esercizio interiore di questo poeta, far diventare il  sovra-sensibile più concreto del sensibile, trasformarlo in un reale pensabile e dicibile. Dare importanza alle nostre parole in un tempo in cui si sprecano e delle quali ci si abbuffa per colmare, mai come ora, un così sovrabbondante vuoto. Caproni ricorre alle frasi sempre più spezzate, minimi segmenti, zig-zag beffardamente arguti nel mostrare che il nulla è sovrano, scarnifica l’essere e anzi si diverte perfino a farlo essere.

L’anno sta per terminare anche se non termina nulla: lo sappiamo bene che il tempo è una nostra invenzione-convenzione. Comunque sia, accentando questo giorno come momento di passaggio, riflettiamo sulla nostra quotidiana lotta con l’oltre, in questa poesia arriva a mortificare la vita per poter vivificare la morte, gioca sui contrari, li accoppia e li scavalca.

IMG_9846E come noi in questo giorno di transito verso un tempo solo apparentemente nuovo e diverso, ecco che per lui il tema del viaggio e del congedo viene fulminato dal paradosso della simultaneità che annulla tempi e luoghi distinti, e realizza intellettualmente la più abile vittoria della lirica sulla narrativa, cioè nel quotidiano, della spiritualità sulla realtà, della speranza sulla disperazione.

Speranza, disperazione, movimento perpetuo nel tempo e nello spazio di questo nostro mondo: attualità, in una parola.

Ma il poeta ci insegna che il dove e il quando sono privi di corpo e di senso e non fanno più né storia né geografia e tutto è qui; l’essenza della vita condensata in frasi nominali il cui solo dinamismo è un’esplosione che ci azzera di certezze e risposte pronte all’uso. Esattamente come nella vita.   

1.

Son già dove?

Già quando?…

(Chiedo.

Non è che mi stia allarmando.)

2.

Son già oltre la morte.

Oltre l’oltre.

Già oltre

(in queste mie estreme ore corte)

L’oltre dell’oltremorte…

3.

Io, già all’infinito distante.

Qui, in questo mio preciso istante.

Dove, morto ormai il bettoliere,

aspetto – “come se”. Nulla fosse – il solito

(già dileguato) bicchiere…

4.

(Io già al di là d’ogni attesa…

Già scavalcata ogni resa…)

 

(Giorgio Caproni – “Quattro appunti”, in Res amissa, Garzanti, 1991)

 

La notte di San Silvestro

al di là
Andare oltre

Se riuscissimo a capire un poco

Anche solo

Nel pensiero più profondo              

Senza indugi nel cuore

Il senso del tempo

La pulsazione che sfugge

Veloce all’orecchio, e che un botto non è

E se imparassimo a camminare

Seri ma sereni

Tra la folla dei giorni

Riusciremmo a capire il presente, qui e

Ora, semplicemente eternità, nell’eternità.