Scrittori

Intervista a Andrea Pelliccia

Prosegue il mio giro di interviste ai colleghi scrittori che hanno pubblicato un racconto nell’antologia Crisalide.

Andrea-PellicciaOggi incontriamo Andrea Pelliccia, un autore simpatico ed inconsueto. Non aggiungo altro dato che, per conoscerlo meglio, non resta che leggere le sue simpatiche, pertinenti e per me inaspettate risposte.

Cosa ha ispirato il tuo racconto Dentro e fuori dall’acqua?

A ispirarlo è stata la mia esperienza personale di scrittore alla ricerca del contratto editoriale per la pubblicazione del primo libro: le case editrici a pagamento che ti riempiono di complimenti e promesse per farsi consegnare qualche migliaio di euro che ti servirà solo a riempire la tua casa di volumi che riuscirai a smaltire solo regalandoli a parenti e amici. Altro che successo editoriale!

Mi piace definire questo racconto “un po’ autobiografico e un po’ no” perché, sebbene si riferisca alla mia esperienza, il protagonista non sono io. Non aggiungo altro per non rovinare la lettura…

Rugby e scrittura, un binomio inconsueto. Uno sport vitalissimo e la calma e il silenzio della scrittura: sono entrambi aspetti nei quali ti riconosci?

Il rugby è uno sport vitalissimo e anche non semplice da capire. Doversi passare il pallone solo all’indietro per andare avanti sembra contraddire qualunque logica. E poi quelle mischie con i giocatori che si buttano l’uno sull’altro e quel pallone storto che sembra uscire per caso da quel groviglio di corpi. Insomma, sembra caos, invece è ordine, filosofia, razionalità, metodo. Il pallone ovale che viene raccolto dal mediano al termine di una mischia furibonda è per me come un pensiero che da indefinito e disordinato si fa concreto e pronto per divenire scrittura.

Come vedi, rugby e scrittura hanno molti più aspetti in comune di quanto si possa pensare!

Perché hai deciso di partecipare alla pubblicazione di Crisalide?

Scrivere un racconto a tema su un argomento completamente diverso dalla narrativa sportiva era una sfida stimolante. Parlare

Antologia di racconti

Antologia di racconti

della crisi (nel mio caso quella dello scrittore esordiente), raccontarla, era per me un modo per partecipare alla realtà contemporanea. Mi piaceva poi dare un messaggio di ottimismo che, spero, si evinca dal mio racconto: qualità e talento alla fine emergono in qualunque contesto, in qualunque situazione.

Lo rifaresti?

Sì, perché è stata una bella esperienza. Ho avuto anche la possibilità di conoscere di persona due dei “compagni di viaggio”: Ciro Pinto e Giuseppe Virnicchi.

Come sei arrivato alla scrittura e cosa rappresenta nella tua vita?

Ci sono arrivato in modo assolutamente casuale e inatteso. Fino al 2009 non avevo scritto assolutamente nulla: l’ultimo mio componimento di fantasia risaliva al 1990, tema di maturità classica.

Poi ho letto un libro dello scrittore Flavio Pagano: “Quelli che il rugby…”. Veniva definito “forse il primo romanzo di rugby scritto in Italia”. Mi sono detto: “se dovessi scrivere narrativa sul mio sport preferito, il rugby, avrei perlomeno il pregio dell’originalità”. E così mi sono messo a scrivere racconti che avessero come argomento il rugby. In circa sei mesi ho messo assieme il materiale sufficiente per un libro.

Ho superato indenne lo scoglio degli editori a pagamento e ho trovato la disponibilità di Absolutely Free (“free” di nome e di fatto…) a pubblicare il mio libro “Up & Under – racconti di rugby” nella prestigiosa collana “Sport.doc”, nella quale figurano i nomi di importanti giornalisti e scrittori italiani.

La scrittura è nata come una passione e tale intendo che resti: un piacevole diversivo dalle attività quotidiane e dal mio lavoro di ingegnere.

Cosa hai pubblicato e perché?

up-&-under-andrea-pelliccia“Up & Under – racconti di rugby” è uscito a febbraio del 2011. Tra la sorpresa generale (in primis quella dell’editore) me lo ritrovo oggi, a quasi due anni e mezzo di distanza dalla sua pubblicazione, in cima alla classifica di Amazon dei libri di rugby. In realtà, come amo ripetere, il rugby è solo un pretesto per raccontare storie; infatti, nella maggior parte delle librerie, il libro è sugli scaffali della Narrativa, non in quelli, più di nicchia, dello Sport. La soddisfazione più grande, al di là dei riscontri positivi di critica e vendite, è stata sapere che molti si sono avvicinati a questo meraviglioso sport proprio grazie al mio libro.

Poi ho pubblicato alcuni racconti in ebook, qualcuno può essere scaricato gratuitamente dal mio sito www.andreapelliccia.it

A giugno uscirà un nuovo libro. La scaramanzia partenopea mi impone il riserbo: posso solo anticipare che non parlerà di rugby…

Cosa pensi dell’editoria italiana?

È una realtà in continuo mutamento. Oggi in Italia ci sono più scrittori che lettori: chiunque lo desideri può scrivere e pubblicare un libro, sfruttando i vari canali disponibili. Da un lato è positivo, mi sembra un processo “democratico”. È chiaro, però, che in termini di qualità del prodotto ci sia un livellamento verso il basso, poiché non tutti quelli che pubblicano un libro attraversano il duro processo di selezione degli editori “classici”.

È difficile essere scrittori nella nostra epoca e nel nostro paese?

Sicuramente, per chi decide di intraprendere la strada della scrittura come professione. La crisi si riflette in tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana. In un paese come il nostro in cui la cultura è generalmente considerata un optional, un libro è già normalmente visto come un “bene di lusso”. Figuriamoci in un periodo di crisi come questo. È quindi normale che chi scrive o pubblica per mestiere debba affrontare problemi enormi.

Per tutti questi motivi sono abbastanza convinto che per me la scrittura continuerà a restare solo un piacevolissimo hobby. Mi tengo stretto il mio contratto a tempo indeterminato in Finmeccanica!

Immagina di vivere in un luogo ameno e isolato dal mondo dove puoi portare solo quattro libri (non tuoi): cosa scegli?

1) e 2) La Divina Commedia e I Promessi Sposi. Sono due capolavori la cui lettura a scuola viene imposta, pertanto è difficile apprezzarli come tali . Mi sono sempre ripromesso di rileggerli per comprendere fino in fondo la loro bellezza.

3) I pilastri della Terra di Ken Follett.

4) Un libro di fantascienza, mia grande passione fin dalla gioventù. Credo che sceglierei La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin. 

Sei pronto, come scrittore, per un’editoria unicamente digitale?

Per niente. Quando il mio editore mi propose di lanciare “Up & Under” prima come ebook e poi, in caso di riscontri positivi, anche nella versione cartacea, ci rimase un po’ male. Poi, per fortuna, si convinse a uscire immediatamente con entrambi le versioni.

L’ebook è comodo da portare con sé, non ingombra, non inquina e sicuramente acquisterà fette di mercato via via crescenti. Ma un libro in “carta e ossa” è un’altra cosa!

Intervista a Alessandro Vizzino

alessandro vizzinoInizia con Alessandro Vizzino, editore e autore dell’antologia collettiva Crisalide un giro di interviste agli autori che hanno partecipato al progetto. Non mancate dunque di seguirmi nelle prossime settimane per poterli conoscere.

 

Parafrasando il tuo racconto La vicenda del cantastorie afono: perché continuare a scrivere se spesso è difficile farsi pubblicare e poi leggere?

Il continuare a scrivere del cantastorie afono è in realtà un continuare a vivere. In fondo, in questo racconto alessandromondo, siamo un po’ tutti cantastorie afoni, a prescindere dal lavoro che si fa e dalle proprie passioni: siamo troppi, e tutti troppo presi da noi stessi, piombati in un vortice d’egocentrismo che riflette forse una solitudine generalizzata e non dà scampo all’osservazione dell’altro, alla visione oggettiva delle cose; così un gesto di solidarietà spesso assume le sembianze di un atto d’eroismo, quando si tratta semplicemente di una predisposizione verso l’altro che dovrebbe sempre apparire normale, pulsione naturale. Eppure non è così, in un mondo di cantastorie afoni dove tutti gridano e nessuno sa più ascoltare, magari lontano dalle luci della ribalta.

Parlaci un po’ di Drawup, casa editrice da te fondata e diretta.

Edizioni DrawUp costituisce un progetto editoriale per molti versi innovativo e, oggi come oggi, una realtà che si va consolidando giorno dopo giorno. Quando EDU è nata, si è posta come obiettivo un fattore essenziale: la necessità di dare agli autori sommersi ciò che di norma la piccola-media editoria non dà loro, soprattutto in termini di serietà, servizi, presentazione e promozione, distribuzione, vale a dire il mantenimento di tutti gli impegni contrattuali. Abbiamo cercato sin dal primo istante di proporre ampie fette d’arrosto e di non vendere fumo, e questo ci ha premiato e ci continua a premiare, anche grazie a un gruppo di autori che, prima di qualsiasi altra cosa, è diventato un gruppo di colleghi e amici sinceri.

È stato difficile come editore coordinare un progetto collettivo come questo?

Assolutamente no, grazie a un’organizzazione interna che ritengo pienamente all’altezza e grazie soprattutto al grande lavoro svolto in fase di revisione e montaggio da Ciro Pinto.

Il tuo romanzo SIN ti ha dato molte soddisfazioni, a seguire La culla di Giuda: vuoi illustrare brevemente che genere di narrativa scrivi?

Spero di poter dire un giorno, anche attraverso i lavori che sto scrivendo in questo periodo e ancora non pubblicati, che la mia narrativa non ha genere. A ogni modo, SIN è un thriller distopico dai mille intrecci e con un messaggio di fondo che ritengo molto importante, un romanzo per menti aperte e pance forti. La culla di Giuda, un po’ in contrapposizione col fratello maggiore, è invece un poliziesco-storico dalla lettura immediata, una sorta di esperimento letterario giocato su una forte presenza dialogica e su una costante ironia di base, permeato comunque da suspense, intrigo e ricerca storica; l’ho definito in altre occasioni una specie di base jumping, un’emozione veloce, istantanea, ma molto molto intensa, che resta. Dopo i successi di SIN (cinque premi letterari in meno di un anno dalla prima uscita), anche il fratello minore (Giuda, come lo chiamiamo fra amici) ha ricevuto di recente un primo riconoscimento in un concorso nazionale: davvero una bella soddisfazione, che mi offre un’inattesa conferma personale a livello complessivo, ovvero la speranza che i miei lavori valgano in senso globale, al di là di un’ispirazione fugace o di un colpo di fortuna del momento.

Com’è nata l’esperienza di Crisalide?

Da un’idea iniziale di Stefano Calicchio sul gruppo Facebook BSC di Emanuele Properzi, a seguito di una mia

Antologia di racconti

Antologia di racconti

analisi estemporanea. Da lì, attraverso l’unione di ulteriori tesi e approfondimenti, grazie anche all’acume di Ciro Pinto, è scaturito l’impianto progettuale che ha dato poi luogo all’antologia: la crisi globale, non soltanto economica, osservata mediante l’orizzonte visivo di gente che scrive.

La ripeteresti?

Artisticamente è stata un’esperienza piacevolissima e formativa, che ripeterei certamente. Dal punto di vista editoriale, invece, non bisserei l’esperimento, che ha prodotto risultati senza dubbio inferiori rispetto alle prospettive originarie.

Come sei arrivato alla scrittura e cosa rappresenta nella tua vita?

Ci sono arrivato dapprima senza nemmeno accorgermene, come strumento di sfogo e di spazio personale, per renderla poi, in un secondo momento, un’esperienza professionale, almeno nell’intento e nell’approccio. Oggi la scrittura rappresenta per me, prima ancora che il mio lavoro, l’essenza stessa dell’esistenza.

Cosa pensi dell’editoria italiana?

Benché io faccia di fatto parte del settore, cerco di combatterne, nel mio piccolo e dall’interno, carenze e distorsioni, senza nutrire una grande considerazione per un ambiente che risente della povertà in cui tutta la cultura italiana è paradossalmente relegata. Il discorso sarebbe amplissimo, mi limito qui a dire che la cultura mal si sposa con obiettivi commerciali, almeno nella gran parte dei casi, e che viviamo purtroppo in una nazione che, sebbene potrebbe ricevere dalla cultura un sostentamento immenso e inesauribile, la rinchiude costantemente in un piccolo angolo, buio e polveroso.

È difficile essere scrittori nella nostra epoca e nel nostro paese?

Dipende cosa intendiamo per scrittore, quale peso consegniamo a questa definizione. Se scrittore è semplicemente colui che scrive, un’etichetta che chiunque può affibbiarsi, soltanto volendolo, allora è facilissimo: ci sono portali di self-publishing ed editori pronti a qualsiasi compromesso che consentono a chiunque, anche in poche ore, di essere pubblicato, magari pure diffuso. Se invece il termine scrittore individua come un tempo un professionista, chi vive di sola penna, sancito tale da lettori, riconoscimenti ufficiali, diffusione e vendite, allora sì, è estremamente difficile farsi conoscere ed emergere dalla poltiglia circostante e dilagante.

Immagina di vivere in un luogo ameno e isolato dal mondo dove puoi portare solo quattro libri (non tuoi): cosa scegli?

1)      Il conte di Montecristo

2)      Il romanzo che ancora devo scrivere

3)      Un libro di Geronimo Stilton, affinché mio figlio sia lì con me a leggerlo

4)      Varie ed eventuali

Sei pronto, come scrittore, per un’editoria unicamente digitale?

Non credo. Cavalco in prima linea la tecnologia, che per me è strumento di lavoro. Non posso permettermi di non essere continuamente aggiornato, ma l’eccesso mi spaventa sempre molto. Sia da scrittore che da editore non vorrei mai lasciare alla mera memoria l’immagine di un bel libro di carta, con i suoi odori, i suoi spigoli, talvolta persino rumori.

Penne d’aquila

penne d'aquila_susanna polimantiQuesto libro di Susanna Polimanti è un bel viaggio interiore che, scavando in profondità e poi, emergendo da flussi di coscienza intervallati da descrizioni di avvenimenti, traccia viuzze dell’animo umano ricostruendo la mappa dei sentimenti e dei pensieri più reconditi fino ad individuare la strada maestra, la via luminosa dell’anima che conduce alla verità che ci appartiene solo se abbiamo il coraggio, come in questo libro, di riprendere in mano le esperienze che segnano il nostro cammino di vita per abbracciarle, dar loro un senso e poi lasciarle andare per elevarci spiritualmente.

Virginia, la protagonista della storia, ci conduce per mano nel suo cammino di vita senza annoiarci mai in quanto il ritmo del testo è molto veloce con uno stile chiaro che incide in profondità, usando la penna come un bisturi per scandagliare tematiche universali, perciò per il lettore riconoscibili e condivisibili.

Infine, da un punto di vista strettamente personale è stato simpatico notare tratti comuni e inaspettati: un personaggio di nome Cinzia, un viaggio a Londra per lo studio dell’inglese, la professione di interprete e traduttrice.

Come sempre non anticipo mai nulla sulla trama, vi dico solo che convivono in questa storia accenni ad angeli e un personaggio di nome Angelo…ma per sapere cosa fanno bisogna leggere il libro.

Prima di leggere la breve intervista all’autrice, sappiate che Penne d’aquila è giunto finalista al  Concorso Letterario Nazionale Un libro amico per l’inverno 2012-2013 ottenendo una menzione di merito.

Come prima cosa ti invito a presentarti ai lettori del mio blog.

Nel salutare tutti voi, rivolgo innanzitutto un affettuoso ringraziamento alla scrittrice Cinzia Cavallaro per l’ospitalità nel suo blog,Susanna-Polimanti che per me è una piacevole opportunità di presentazione personale a tutti i lettori. Sono Susanna Polimanti, interprete e traduttrice per le lingue inglese, tedesco e francese. Ho una cultura di tipo umanistico, avendo frequentato gli studi classici, fin dall’adolescenza mi sono dedicata alla scrittura sebbene abbia iniziato a pubblicare libri e racconti soltanto da pochi anni. Leggere e scrivere sono attività essenziali della mia stessa personalità, mi ritengo una donna riservata, molto positiva, amo valori quali il rispetto, la lealtà, la spontaneità, la semplicità e soprattutto l’educazione. Sono un’ottima ascoltatrice e questa mia predisposizione naturale mi spinge a condividere solidarietà, affetto ed amicizia soprattutto con persone che sento molto vicine al mio modo di essere. Sono un’appassionata della natura e degli animali da cui assorbo energia, vitalità ed ispirazione. Mi dedico allo studio e alla conoscenza di luoghi e culture, amo tutto ciò che si riferisce alla spiritualità e alla psicologia. Credo profondamente in Dio, odio l’ottusità e la ristrettezza di vedute.

Penne d’aquila mi ha fatto venire in mente, per traslato, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo. Insomma, una spiritualità che diventa risveglio. È così anche per Virginia, la protagonista del tuo romanzo?

Cinzia, hai sicuramente colto nel segno ed hai centrato esattamente il messaggio del mio romanzo Penne d’aquila.  La protagonista Virginia, stretta e costretta da un retaggio di un’educazione patriarcale, certa di essere un “pollo”, crescendo e maturando, riesce a spezzare quei limiti che la “cementano” sulla terra, lasciando scorrere emotività e leggerezza, esce finalmente dal silenzio del cuore e rinasce, aprendosi a differenti realtà che esulano dalla normalità di un vissuto comune.

Perché questo titolo?

La scelta del titolo Penne d’aquila è dovuta alla simbologia che domina la narrazione e legata all’antica leggenda che vede l’aquila come uccello destinato a morire all’età di circa 40 anni se non scegliesse di strapparsi unghie, becco e per ultimo le penne, per rigenerarsi e continuare a vivere per altri 40 anni. Le penne rappresentano, dunque, la nuova “pelle” che permette alla protagonista del romanzo di essere finalmente se stessa e non la donna che gli altri vorrebbero lei fosse.

Quando è iniziata la tua passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura è strettamente collegata al desiderio continuo di leggere, fin dalla prima adolescenza ho iniziato a scrivere le mie prime emozioni, altro non erano che il risultato di quanto assorbivo da ogni mia lettura. Ero solita annotare frasi e pensieri dei vari autori, esattamente come normalmente si usa fare quando si studia; rileggendo i miei scritti scoprivo spesso di aver in realtà scritto qualcosa che  apparteneva soltanto a me. Preferisco la parola scritta alla parola verbale, le parole si perdono mentre in ogni nostro silenzio nascono scritti destinati a rimanere impressi non solo nella mente cognitiva ma ancor più nella memoria del cuore.

Quanta influenza ha avuto, se l’ha avuta, la figura di tuo padre sulla tua scrittura?

La figura di mio padre è costante nella mia vita, mai sbiadita nel tempo, neppure dopo tanti anni dalla sua scomparsa. A lui debbo la mia predisposizione alla lettura, quanto alla scrittura, credo di aver seguito maggiormente le orme del mio nonno paterno, poeta dialettale ed autore di molti saggi di pedagogia. Più che di influenza penso di poterla definire, nel mio caso, un’ autentica eredità di un profondo background culturale.

A che tipo di lettori credi sia principalmente adatto Penne d’aquila?

Sono certa che il romanzo Penne d’aquila sia adatto a lettori di ogni età e indistintamente dal sesso. Si tratta di un romanzo narrante un vissuto semplice e complicato allo stesso tempo per determinati valori fondamentali come la famiglia, l’amore, l’amicizia, il mondo del lavoro ed i viaggi, tutte esperienze essenziali per la nostra crescita personale e nella società. Ogni donna, giovane o adulta si è trovata, almeno una volta nella vita, nelle varie fasi del vissuto di Virginia.

Merita anche leggere, come io ho fatto, l’altra tua pubblicazione Lettere mai lette. Vuoi accennarci qualcosa su questo libro e come è nato?

lettere mail lette_susanna polimantiIl mio secondo libro Lettere mai lette (Ed. Kimerik), pubblicato nel 2009, è nato per pura casualità. Un giorno, mentre sistemavo le mie cose nel cassetto della scrivania, quello che di solito si chiude a chiave, ho trovato una cartella contenente delle lettere scritte durante la mia adolescenza ed alcune molto più recenti. Ho traslocato ben due volte e queste lettere sono state sempre lì, in quel cassetto, perché personalissime. Nel rileggerle, qualcosa deve avermi ispirato, così ho subito deciso di pubblicarle, togliendo le date ed inserendo un titolo per identificarne il destinatario ma soprattutto il particolare stato d’animo che mi aveva spinto a scriverle. Si tratta di lettere mai spedite e mi è sembrata una “bella cosa” lasciar disperdere nell’universo le mie parole che, prima o poi, avrebbero raggiunto finalmente il destinatario finale. Sono indirizzate a familiari, ad amici, ad amori più o meno importanti e al mio cane boxer Strauss che mi ha lasciata pochi mesi prima della pubblicazione del libro. In un momento così particolare di abitudini comunicative, quando ormai le nostre parole ed i nostri sentimenti viaggiano soltanto via sms, mail o addirittura con post e messaggi su FB, ho ritenuto importante ricordare cosa rappresenti scrivere e ricevere una lettera vera, spedita dal server del cuore, scritta su carta con tanto di penna in mano: un’emozione unica.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Amo soprattutto gli autori stranieri, ne cito alcuni quali: Gabriel Garcìa Marquez, Marguerite Yourcenar, Drieu La Rochelle, Virginia Woolf, Anaȉs Nin e molti altri. Ma uno in particolare non manca mai nella mia scelta di letture ed è Paulo Coelho, che adoro più di tutti gli altri. Ultimamente mi sono avvicinata molto alla lettura di autori emergenti, scoprendo tra loro dei veri talenti e mi ripropongo di continuare a leggerli. Leggo vari argomenti tranne i libri gialli ed ogni romanzo il cui stile è basato unicamente sui dialoghi.

Scrivi anche poesia?

Ho scritto molte poesie in passato, tuttora ne scrivo, soprattutto haiku, un componimento lirico scoperto da pochissimo. Ma per quanto riguarda la loro pubblicazione, posso davvero contarle sulla punta delle dita.

Progetti in campo?

Ho vari racconti già scritti da molto tempo ed altri due progetti in mente ma è ancora tutto “under construction”. C’è sempre un momento giusto per scrivere e il momento giusto per pubblicare. In questo periodo, guardandomi in giro, noto una marea di autori ed autrici che scrivono di tutto. E allora, sapete cosa vi dico, in tutta sincerità? Questa è una particolare fase in cui mi sento molto più originale nel non pubblicare. Ho un rapporto intimo con la scrittura, ho già pubblicato tre libri e vari racconti inseriti in altri libri o antologie, non vorrei cadere nel luogo comune della letteratura commerciale, che è quanto accade oggi.

Ringrazio tutti voi per avermi letta e vi auguro un’ottima giornata!

Susanna

CINQUANTA SFUMATURE DI NIENTE

È stata brava questa autrice londinese dalla faccia simpatica , esordiente nel panorama letterario dopo anni dedicati alla famiglia e al lavoro. Chissà quanto ci avrà pensato, in tutti quegli anni, al suo libro; e in cuor suo sapeva che non poteva mancare il bersaglio.

E. L. James ha pertanto fatto centro. E per raggiungere lo scopo non poteva fare altro che scrivere un libro così. Un testo che rispecchia fedelmente il delirio dei rapporti tra uomo e donna nella società contemporanea, in particolar modo nelle generazioni dei trentenni. In questo libro ci sono tutti gli ingredienti necessari per colpire nel vivo i nervi scoperti della nostra delirante visione del modo di vivere i rapporti di coppia: i soldi, tanti — il protagonista è un miliardario; la bellezza, della quale entrambi sembrano abbondare — ma soprattutto lui essendo il libro rivolto in primis alle donne; il sesso, sopra le righe e senza controllo; una relazione inconsistente costruita sul nulla e che muore agonizzando e perdendosi nel suo stesso tormento.

L’autrice non giudica, non aggiunge riflessioni interiori, non invita all’autocritica ma si limita a descriverci i fatti e le situazioni così come sono, ricorrendo a descrizioni realistiche con una struttura che richiama alla narrativa poliziesca, ricca di suspense per mantenere sempre desta la curiosità del lettore.

Non avrei mai letto questo libro se non mi fosse stata fatta una richiesta precisa per un incontro letterario al quale parteciperò. L’ho iniziato in un chiaro pomeriggio ottobrino e, dopo la pausa per la cena, l’ho infine appoggiato sulla mia scrivania alle 2 di notte.

Ho dormito male e anche poco quella notte, e non ne è neppure valsa la pena.

Sesso a go-go, tira e molla senza senso e profondità. Tutto qui.

Una fotografia impavida del delirio collettivo di molti di noi (purtroppo), ma senza un fine, uno spunto di riflessione e autocritica.

Un testo insufficiente, per quanto mi riguarda, del resto allergica ai top ten editoriali. È scritto molto bene, questo va riconosciuto. E solo per questo motivo raggiunge giusto la sufficienza. Sei meno meno, come diceva la mia prof alle medie: si può fare di più. E meglio. Promossa per il rotto della cuffia, perché essere un best seller non è affatto una garanzia. Anzi.  

Fai bei sogni

Confesso che, se non me lo avesse passato una mia amica, non avrei mai scelto volontariamente di leggere questo libro, pur avendolo notato sugli scaffali del supermercato e tra le novità delle librerie che normalmente frequento.

Anziché partire dall’inizio, voglio volutamente farlo dalla fine. Ma neppure dalla fine della storia, proprio dalle ultime pagine del libro che normalmente sono dedicate ai ringraziamenti. Mi ha quasi commosso leggere, e identificarmi, nella frase che sancisce come le storie a noi scrittori crescano dentro e che poi vadano affrontate e tirate fuori per farle diventare un libro. Questo vale anche per romanzi non necessariamente autobiografici come questo.

Come sempre accade, questa è stata la lettura indispensabile al momento giusto. Non deve trattarsi  per forza di un lutto, della perdita di un proprio caro, della fine di una storia la molla che può far suscitare interesse per questo libro: c’è molto di più. Io l’ho letto lentamente, come si gusta un buon vino, in un momento di transizione importante nella mia vita. E una frase a pagina 95 è stata per me determinante ed illuminante al contempo:

 

I se sono il marchio dei falliti! Nella vita si diventa grandi nonostante.

 

E nonostante tutto, Massimo Gramellini trova il coraggio di raccontarci un pezzo della sua vita, ci presenta la sua sofferenza e ci passa attraverso per uscirne nuovo, consapevole, perdonato e disposto a perdonare definitivamente tutta una serie di persone e situazioni.

Alzi la mano chi, più o meno, non si sia trovato a fronteggiare nella propria vita un tale scoglio, con tutte le varianti possibili. Cambierà la forma ma la sostanza è sempre la medesima: attraversare il dolore con consapevolezza e umiltà per uscirne definitivamente rinnovati.

Ci sono molte riflessioni in questo romanzo autobiografico che ci possono aiutare a fare ordine e luce nel nostro cuore. C’è la morte vista da molteplici angolazioni, una risposta fra le tante viene cercata nelle ultime pagine de I miserabili di Victor Hugo, un classico:

 

È nulla il morire. Spaventoso è non vivere.

 

E qui si aprirebbero un’infinità di considerazioni sulla vita e sulla morte, soprattutto in questi nostri tempi di morte spesso spettacolarizzata e di vita superficiale e sprecata. Ma questo non attiene al libro perché, sebbene di sapore agrodolce e con lotte interiori ed esteriori, ci invita ad assaporare la vita, ad andare oltre.

Impagabile è abbracciare la propria mamma e perdersi nel profumo dei suoi capelli, anche se Brutto Male non la faceva più tornare come una volta, come l’avrebbe rivoluta lui. Ma lei va oltre, e gli lascia un monito per la vita: “Fai bei sogni, piccolino”. Peccato che poi prenda una scelta funesta che apre la strada ad un susseguirsi di segreti e bugie che fanno soffrire il nostro autore alla ricerca della verità e di se stesso.

 

Sarà che il sogno viene ripreso anche nel titolo del mio romanzo, sarà che più avanti nel testo di Massimo il concetto viene ripreso ed appare l’invito a farli insieme ad altri i nostri sogni, perché insieme valgono di più, certo è che questo libro mi ha fatto sognare interiormente. Mi ha fatto rivedere molte cose della mia vita passata e presente sotto una luce nuova, con un disincanto e una capacità di comprensione davvero rari da incontrare in molta letteratura contemporanea. E poi mi è sembrato di viverla quasi dal vero nelle ambientazioni e nei ricordi di un’infanzia e un’adolescenza che ci accomuna, dato che siamo praticamente coetanei.

 

Leggetelo anche voi e sognerete con commozione e compassione. Una lettura che vi farà crescere.

Passato di moda

Passato remoto, questo sconosciuto.

Si sa, al Nord non è mai stato molto usato, al Sud è il contrario.

Ma ai tempi di Twitter?

Io credo che si tenda a non usare più il passato remoto, indifferentemente nella lingua scritta e parlata, perché è cambiata la percezione del tempo in questa nostra vita frenetica in cui tutto è già subito vecchio. Comoda la contemporaneità, ma poi siamo in un presente senza fine, non abbiamo più coscienza del nostro tempo e delle nostre azioni.

Panta rei, no more!

Non è più tutto scorre ma bensì tutto corre, senza mai voltarsi indietro.

Agli scrittori l’ardua responsabilità di rendere giustizia ai ricordi e al ritmo di un testo che rispetti la giusta scansione temporale. Un’inversione di tendenza, necessaria.

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