Parole in movimento…
Scrivo, ergo sum.
Modulo di rifiuto standard
È questo l’atteggiamento da tenere quando si partecipa ad un concorso letterario o si invia un manoscritto ad una casa editrice? Mi domando se è ancora attuale una vignetta di Snoopy come questa. Lui sembra consapevole ma la prende con filosofia; oppure non capisce davvero e comunque si rilassa in attesa di buone notizie, prima o poi.
Mi domando anche se una situazione così sarcasticamente descritta sia ancora attuale oppure no. Sono talmente tanti e diversificati i cambiamenti nel mondo editoriale e, man mano che il tempo passa, si affacciano sempre più nuove situazioni ricche di opportunità e possibilità di scelta. Sarà comunque un perdersi con il nostro libro, tra tanti con altrettanti libri, da proporre al mondo? Le garanzie di promozione e visibilità di un grande editore non eguaglieranno mai ciò che possiamo realizzare con le nostre forze? Certo che l’autogestione, dalla prima stesura alla pubblicazione, annulla alla radice una lettera di quel tipo. Ci sono casi eclatanti di esordi meritevoli con case editrici di tutto rispetto come Monika Peetz con il suo romanzo La quinta costellazione del cuore per rimanere in Europa; oppure affacciarsi negli Stati Uniti e ritrovarci con un altro esordio clamoroso, anch’esso edito da Garzanti, uscito ormai da qualche mese: il romanzo Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh. Oppure un libro autoprodotto che diventa un best seller; non l’ho letto, a differenza degli altri due, ma ne ho sentito parlare: un libro che in Spagna è arrivato alla decima edizione nel giro di pochi mesi grazie al passaparola ed ora è in procinto di essere pubblicato anche in Italia; per chi volesse approfondire il romanzo s’intitola Ricomincio da te. Se vogliamo andare ancora più in là con le nostre nuove possibilità arriviamo infine agli e-book. Tutta una rivoluzione che interpella le nostre scelte in quanto scrittori e non solo lettori. Certo due sono le condizioni ineludibili: il testo deve essere assolutamente meritevole e la promozione efficace. Questo post è volutamente ricco di domande perché esse esprimono una mia ricerca, e non so se anche voi vi ponete gli stessi quesiti che mi pongo io. In ogni caso, spero di avere il piacere di leggere la vostra opinione.
La valigia di mio padre
La valigia di cui si parla non è di mio padre bensì è quella del padre dello scrittore turco Orhan Pamuk. Il libretto, edito da Einaudi, è piccolo nelle dimensioni e nel numero di pagine ma è ricco di contenuti e di spunti, per chi scrive ma non solo. Il titolo è preso dal discorso che lui tenne a Stoccolma nel 2006 in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura. Se non volete darvi da fare a cercarlo in libreria o in biblioteca esso è scaricabile in inglese e, visto che c’è l’ho sul mio Kindle, vi facilito il lavoro e ve lo allego qui in formato pdf. Certo che nella versione digitale mancano, rispetto al libro cartaceo, altri due importanti discorsi: uno che lui tenne nel medesimo anno all’università dell’Oklahoma e l’altro proclamato a Francoforte l’anno precedente.
L’argomento è molto accattivante per chi scrive, visto che un autore che si rivolge alla platea dei suoi lettori non può che esporsi esattamente così come fa con i suoi libri. Ma ha il coraggio, nel suo caso ammirevole, di andare oltre e scavare nel profondo della sua scrittura, del senso delle sue parole e della ragione prima e ultima del suo scrivere continuativamente, la scrittura come vita, sempre e comunque. Ma che c’entra suo padre e questa fantomatica valigia? Non ve lo voglio dire per non togliervi il piacere di scoprirlo leggendo il libro, sono pagine talmente belle che riassumerle sarebbe un peccato.
Posso dire che suo padre scriveva così come mio padre dipingeva (e lo fa tuttora). Questo per me ha significato abbandonare la pittura dall’adolescenza, anche se lui m’incoraggiava, riconoscendomi un talento che io non osavo esprimere. Nel caso di Pamuk invece ha funzionato al contrario e questo ci insegna che, l’adagio del profeta che non viene mai riconosciuto in patria, è una verità vissuta nella realtà almeno dalla maggioranza degli artisti. Ma sono ben altre le riflessioni e le esperienze descritte nelle sue pagine. Dovremmo farne tesoro e riflettere come lui fa su questi argomenti: che cosa significa scrivere,
che cosa sono e rappresentano per noi le parole, qual è il segreto della scrittura, come percepiamo in noi la forza del racconto, dove e come attingiamo la forza di scrivere, qual è la caratteristica fondamentale che ci trasforma in scrittori, per quale ragione leggiamo e come lo facciamo, come mettiamo a frutto l’abilità di scorporarci dai nostri personaggi, come viviamo la solitudine dello scrittore, quanto è importante la nostra biblioteca e il nostro mondo di libri, come fronteggiamo l’inquietudine e lo sconforto che ci assalgono nel processo di scrittura (solo chi scrive veramente con il cuore comprende), la consapevolezza della scrittura e la responsabilità nei confronti dei lettori, le zone d’ombra e di luce nei testi scritti, come colmiamo con la scrittura il vuoto e come gestiamo il senso di felicità e di colpa, e il blocco dello scrittore, inevitabile per chiunque.
Il padre fu profetico e disse al figlio giovane che un giorno avrebbe vinto il Nobel ma, permettetemi, con tutto il rispetto, questo è opinabile, nel senso che qualsiasi padre augura e sogna per il figlio il massimo immaginabile e oltre. Certo è che lui, nel secondo discorso, esplicita chiaramente che ha bisogno tutti i giorni di una dose di scrittura, come un farmaco, una dipendenza risanatrice e salubre che non fa male a nessuno.
Per concludere aggiungo che questo libretto è illuminante e, dopo una prima lettura, va gustato a piccoli sorsi e fatto nostro. Un’occasione imperdibile, credetemi.
Potrei riportare qui le parole che compaiono sulla copertina dell’edizione italiana ma mi piace fare una scelta diversa: estrapolo dunque un altro testo dal libro. Un proverbio turco, che mi ha molto colpito, che l’autore utilizza per descrivere il processo della scrittura. Pensate quindi ad uno scrittore, seduto ad una scrivania e che dedica molti anni della sua vita a questo mestiere, a quest’arte della scrittura che lui ritiene equiparabile a
scavare un pozzo con un ago
Ritengo che mai altre parole abbiano reso così bene il concetto: la forza di volontà, il coraggio e la pazienza. Provate ad immaginare oppure, più semplicemente, provate a scrivere. Comunque decidiate di procedere, leggete questo testo, seppur velocemente, in una sera. Qualcosa vi lascerà di certo, anche solo per la vostra vita di lettori consapevoli.
Si scrive con la pancia
Decido che voglio scrivere qualcosa e, in qualche modo non ho, o comunque non
mi pongo, molte regole per questo. Di sicuro però voglio vedere sviluppata la mia idea di romanzo sulla carta in modo molto semplice: una cartella e non di più; poi scrivo e basta e non mi corrispondono i consigli delle scuole creative, perlopiù americane, che suggeriscono di fare una scheda per ogni scena e poi disporre la sequenza. Faccio prima a scrivere direttamente, è così semplice: c’è già tutto in testa e basta davvero solo tirarlo fuori. Certo, così il successivo lavoro di revisione sarà molto più duro, ma intanto c’è del materiale palpitante, sebbene grezzo, su cui lavorare.
Non so voi, ma ci sono un po’ di cose che mi ritrovo a fare nei giorni o settimane che precedono l’approfondimento del testo che andrò a scrivere; come mantenermi focalizzata su questo obiettivo giorno e notte, pur svolgendo con assoluta concentrazione i compiti e doveri inevitabili e le incombenze quotidiane. Durante questo tempo, cerco principalmente di mettere a fuoco esattamente che tipo di storia voglio scrivere. Dunque appunti, un taccuino sempre appresso, idee da raccogliere, illuminazioni improvvise da appuntare all’istante nero su bianco. Ma se ci penso seriamente, nel fare questo, e soprattutto nella successiva fase della scrittura vera e propria, meraviglia delle meraviglie: mi fido più del mio corpo che della mia mente.
Quello che intendo dire, è che l’atto dello scrivere non è solo uno sforzo intellettuale, ma anche fisico. Non solo perché presuppone ore e, se possibile, anche giornate intere davanti a un computer — non sembra faticoso? vi assicuro che a suo modo lo è — ma perché è anche il mio sentire corporeo che interagisce nel processo della scrittura.
C’è una mia frase che mi è particolarmente cara: si scrive con la pancia. Perché è da lì che viene la vera e profonda pulsione a buttar giù parole e idee. Ma anche perché, se vedo che: la storia fila, la trama regge, i personaggi sono messi a fuoco, il motore si mette in moto e sono pronta a partire per un viaggio del quale non conosco perfettamente la durata e la destinazione ebbene, è il corpo che me lo dice. Letteralmente sento una sorta di carica nel plesso solare che comunica con la mia mente e lancia il messaggio “sì, sì, sì, esattamente questo!”
Per concludere, aggiungo solo che verosimilmente questo atteggiamento appartiene a qualsiasi attività artistica. Sarebbe interessante per me sapere anche la vostra esperienza.
Catena di lettura su anobii
Se siete su anobii e v’interessa leggere il mio romanzo Sogno amaranto potete mettervi in lista nel gruppo “Due chiacchiere con gli autori”. Il libro è già in lettura dalla prima persona che si è mostrata interessata alla quale ho inviato la copia del libro. Cercate nella discussione il mio post “proposta di lettura” e mettetevi in lista, se avete difficoltà scrivetemi qui oppure direttamente su anobii.
Vi aspetto numerosi!
Io e Virginia Woolf
Ricorrendo domani il compleanno di Virginia Woolf, mi piace postare un articolo per ricordarla. E voglio per prima cosa collocarla in un punto preciso della mia vita, epoca della foto che mi ritrae in compagnia di un’altra estimatrice della scrittrice sicuramente molto seguita negli anni ’80.
In questa foto non sto sfogliando un libro suo, ma era l’epoca in cui lessi molti suoi libri per riprenderli poi in lingua originale a Londra qualche anno dopo. I libri a me più cari della scrittrice sono Una stanza tutta per me così come Il diario di una scrittrice. Sono testi senza tempo perché sempre sono rintracciabili le dinamiche della scrittura per una donna. Ribadisco: per una donna. Cambiano i contesti, ma pare che queste restino invariate nel tempo. E’ certo ben nota per il suo femminismo, ma il suo è più esplicito nei saggi e nel diario, dove si esprime come preoccupazione per gli effetti psicologici provocati dalle strutture sociali, con un’interiorizzazione della autorità patriarcale che sussiste anche quando tale autorità reale è indebolita. E’ particolarmente sensibile agli oscuri tabù ed ai fantasmi affettivi, come quello che immagina dietro di sé scrivendo la sua prima recensione, che le consiglia di non essere severa giudicando un libro scritto da un uomo.
A quel punto la Woolf cessò di essere nella mia mente un’impersonale creatrice di raffinate opere di narrativa, e divenne una figura più ampia e interessante: praticante di un’arte che cela l’arte, scrittrice elegante, senza dubbio, ma che, ciò che più importa, era in grado di scrivere con passionalità riuscendo a non farsi sopraffare da essa ed anzi a volte cercando di nasconderla. Anche se i suoi romanzi possono funzionare da soli, la loro piena risonanza interiore emerge quando sono visti in un contesto più ampio, quello della sua esperienza e delle sue idee. Il talento di Virginia si irradia da un nucleo centrale fatto di forza e di vulnerabilità, di autoconsapevolezza e risentimento, di fascino e di rabbia, e si esprime in forme così varie che considerarla grande solo come autrice di romanzi non è abbastanza; e perciò, volendo significare l’ampiezza di respiro della sua opera (e in seguito della mia ammirazione), la definisco una donna di lettere.
Certo, la sua biografia è un’allegoria di come non vivere: periodicamente impazziva ed alla fine si annegò. Ma il fatto che Van Gogh si tagliò un orecchio o che la Woolf si gettò nell’Ouse, anche se elementi innegabili del dramma, non ne sono il dato più determinante, nella misura in cui non lo è il fatto che Amleto muoia in un duello alla fine del dramma di Shakespeare. In effetti la grande tentazione della nostra epoca è prendere il suicidio come prova del genio e esaltare come “più creativi” gli scrittori più nevrotici. Io invece penso sia una disgrazia in più di un senso il fatto che alcune tra le più grandi scrittrici di questo secolo ― si pensi alla Plath e alla Sexton, oltre che alla Woolf ― si siano uccise. Propenderei a riflettere meno sulla disperazione e più sul recupero di una storia letteraria femminile.
Nonostante i suoi limiti dovuti alla malattia, fu una scrittrice molto produttiva. Era come
tutti, ma diversa da tutti. Una donna che anelava alla normalità pur combattendola nelle sue iniquità. Una donna di lettere dall’animo sensibilissimo e dalla perspicacia e acutezza di pensiero, Adeline Virginia Stephen in Woolf, il cui primo ricordo fu un vestito della madre. Dalle biografie ne esce una donna che spendeva tutte le sue energie ad occuparsi degli altri, possedeva d’istinto l’arte alla dolcezza, sapeva intuire anche senza parole quando il suo aiuto era necessario, e non c’è da stupirsi che tutti s’innamorassero di lei. Poliedrica dunque, e questa consapevolezza esce bene nel suo romanzo più ambizioso, The Waves dove mira a ritrarre sei individui come aspetti di un unico essere. La ricerca della continuità è insomma il suo marchio di fabbrica come scrittrice.
Cibo per la mente o carta straccia?
Posto qui il link originale ad un articolo apparso su Repubblica che, insieme a questo video tratto dal sito di Scrittorevincente.com, mi aiuta a riflettere un po’ sul mondo dell’editoria, sebbene questo post non ha il carattere della relazione il più possibile esaustiva sull’argomento.
Partiamo dal video anni ’60:
molto interessante, in bianco e nero e che mi riporta alla mia adolescenza, alla lettura dei libri di Cassola e ad un Milano radicalmente diversa. Bello vedere anche i fondatori della maggiori case editrici che parlano e che ci raccontano una storia che è però ancora molto attuale: il cronista riflette sul mondo dell’editoria dell’epoca e commenta:
…naturalmente gli editori puntano soprattutto su alcuni libri, ma non sempre è possibile stabilire un rapporto automatico tra successo e lancio più o meno aggressivo e clamoroso…
Giulio Einaudi in persona, con molta sincerità e disincanto, cita l’importanza del “valore del prodotto”. Già, quindi sì, il libro è un prodotto, culturale certo, ma sempre di prodotto si tratta. E nel servizio televisivo si continua, scoprendo ― udite udite ― che già negli anni ’60
“l’industria editoriale cambia articolo quasi ogni giorno”
Ci sono libri che possono essere apprezzati solo in tempi lunghi e sarebbe impossibile riconoscere la novità rappresentata da Calvino in una manciata di giorni
e ancora
Il libro ha un valore, invece: deve essere trattato con rispetto proprio perché ha bisogno di maturare. [...] un libraio deve saper riconoscere il valore di un libro indipendentemente da quanto vende: se a uno scrittore giovane dai fiducia, devi tenerlo. E non può mancare, in nessuna libreria, un testo di Calvino. Anche solo una copia.
Che conclusioni dobbiamo trarne? Come un buon vino il libro può decantare in libreria per poi un giorno venir aperto e ubriacarci di belle parole e profondi pensieri?
Quest’articolo lo voglio concludere così, in maniera aperta con domande alle quali io stessa non riesco a dare risposte certe e, per quanto possibile, definitive. E riguardo a Calvino me lo sono cercato negli scaffali della mia libreria questa mattina e me lo sto rigustando; un libro che mi folgorò negli anni ’90: Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio. Quanto era profondo e lungimirante! E’ vero, un suo libro non può mancare.



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