Uguali sotto lo stesso cielo

La mamma è morta ma il figlio è stato salvato. Pesa solo 700 grammi ma è vivo e, per fortuna, ha almeno il padre. Quando ho sentito la notizia questa mattina alla radio mi è salita una commozione sincera e una grande tristezza. Un bambino che dorme in una valigia, un altro che nasce a dispetto della cattiveria umana e della malattia della madre.

Penso a una coppia che cammina, lei sul dorso di un asino, lui a piedi lo conduce. Il bimbo era appena nato ed a causa sua i suoi genitori, Maria e Giuseppe, fuggivano dalla persecuzione: era un neonato pericoloso, l’avrebbero certamento respinto e perfino ucciso, per varie ragioni. Dovevano raggiungere l’Egitto.

La persecuzione, il rifiuto dell’altro: sentimenti antichi eppur moderni.  Comportamenti che si perpetuano perché la radice del male è dura da estirpare, se mai ci riusciremo. Dobbiamo continuare a lottare per il rispetto della vita umana e nascente. Quando sento notizie così penso: se fossi stata io in quella situazione? Se si fosse trattato di mio figlio? Nel momento in cui si perde il senso di immedesimazione viene meno la solidarietà e l’etica.

Eppure siamo tutti uguali sotto lo stesso cielo.

World Poetry Day

Che bello ritornare dopo tanto fecondo silenzio

ritrovare la voglia di sporcare carte con inchiostro vivo

di parole, palpiti, sangue e sudore

congiungere la terra al cielo ed apprezzare di rimanere così

sospesi tra il respiro pieno e la pienezza del presente

il respiro mancato e la paura del momento dopo.

Che utile ritornare a ritrovar parole che si spandono

tra le mura dell’universo interiore

tra l’immensità dell’universo condiviso.

Condiviso come la poesia mia e di tutti

condiviso come tutto che è sempre e solo

poesia.

Questione di occhi, questione di cuore,

questione solo di fame di parole.

 

Mondi possibili

Eccoci di nuovo! Di anno in anno, necessitiamo di questo avvenimento spirituale e sacro per chi crede, approfittiamo di un momento di festa, di un rito comunque accettato e necessario per chi non riconosce al Natale un’importanza religiosa e spirituale; e poi, ne sono certa, esiste una folta schiera di chi è indifferente, totalmente o solo in parte; che si adegua oppure, al contrario, male accetta tutta questa festa, con tutto l’apparato che le gira intorno e che, volenti o nolenti, ci raggiunge, ci interpella e, dopo un certo limite, se fuori luogo, ci disturba.

Quest’anno non voglio e non mi sento di scrivere un messaggio improntato sulla natività di Gesù e su quanto bene ci può fare partire da questo avvenimento per riflettere, su noi stessi e sulla nostra vita, ed essere spronati a migliorarci. Ho deciso di lasciare anche a voi uno spazio di espressione (sono graditi commenti) senza necessariamente dire la mia, se non con qualche breve spunto di riflessione. In parte perché una risposta non ce l’ho, e poi perché quest’anno non ho avuto il tempo e la tranquillità necessarie per soffermarmi a pensare nel silenzio e per scrivere. Nella vita però, già l’ho scritto più volte qua e là, sono convinta che nulla accada a caso e quindi, pressoché quotidianamente, incrocio frasi nelle mie letture, sento conversazioni, vedo film piuttosto che video che arrivano sempre al momento giusto con le parole giuste.

In questi ultimi due giorni ho incrociato un saggio di J. Bruner che mi sta interpellando molto e, sebbene non tratti direttamente del Natale, vi lascio con queste sue parole che sono applicabili al nostro vivere, al nostro mondo, ed anche alla nostra scrittura:

Niente è concepibile senza la stupefacente capacità umana di costruire e apprezzare mondi possibili e di sentirci indotti ad andare al di là di ciò che è canonico.

E mi dico: qualsiasi cosa si pensi e si creda in proposito, il Natale in primis non è dovuto ad una capacità umana: ma il nostro mondo sì! E la nostra capacità umana può e deve essere stupefacente in modo sempre positivo. E mi domando: se ci mantenessimo sempre con lo spirito e l’energia che comunque sprigiona questa festa che mondi possibili costruiremmo e quindi apprezzeremmo? Andremmo al di là di ciò che è canonico: oltre noi stessi, oltre il Natale. Vi auguro tanta serenità, per voi stessi e per tutti gli altri, vicini e lontani. E mi voglio accomiatare con quell’auspicio (scritto appena sopra) e tanta pace.

Il taccuino di Montale

Aprire un libro e scoprire che la poesia Ho sceso dandoti il braccio un milione di scale è stata scritta il giorno del mio sesto compleanno.

Una grande emozione, mista a stupore, mi ha colta e con maggior interesse ho continuato a leggere il breve saggio su di te. Scusami sai, se ti do del tu, ma sei stato un maestro della mia prima adolescenza e ti considero come un padre poetico. Ho amato tanto i tuoi versi, i quali mi hanno aiutato a capire che Poesia è una faccenda in egual misura seria, alta, profonda nella forma e nei contenuti; bisogna scavare nel buio e non si tratta di andare a capo, qua e là, perché una poesia venga ritenuta degna di questo nome.

Quel lontano giorno del 1967, era un lunedì; io probabilmente ero a scuola e avevo iniziato da poco la prima elementare e nei banchi c’era ancora il calamaio dove intingevamo le penne con il pennino. L’anno successivo mi regalarono una stilografica a cartucce Aurora di colore rosso: la conservo ancora perché è una sorta di cimelio della mia infanzia, nonché di tutta la mia esistenza terrena; con quella stessa penna stilografica ho iniziato a scrivere timidi versi di bambina su taccuini che non destassero sospetti e che, essendo piccoli e maneggevoli, potessero essere facilmente nascosti.

Ho letto nel saggio Scritti a mano che scrivevi quasi sempre su semplici taccuini (come me) e che sono state trovate delle assolute perle poetiche insieme a date di appuntamenti, numeri telefonici e cose da ricordare. Ricordare: come questo mio ricordo. I taccuini li abbiamo in comune. In questo ultimo mese ho riletto il tuo Ossi di seppia che mi guardava, chiamandomi, dallo scaffale a destra della mia libreria. Durante questa rilettura mi sono detta che la tua cifra stilistica è stata notevole. Se mi soffermo su questo pensiero smetterei di scrivere all’istante, ma ciò non è per me possibile.

Mi voglio dunque accomiatare con una citazione di un famoso scrittore e poeta austro ungarico che ti indicherà la ragione di questa mia impossibilità:

Poesia è malattia

[da Conversazioni con Kafka, Gustav Janouch] (citazione che, forse, vorrò approfondire in un futuro post).

[nella foto prima stesura della poesia Ho sceso dandoti il braccio un milione di scale]