Parole in movimento…
Scrivo, ergo sum.
Intervista a Andrea Pelliccia
Prosegue il mio giro di interviste ai colleghi scrittori che hanno pubblicato un racconto nell’antologia Crisalide.
Oggi incontriamo Andrea Pelliccia, un autore simpatico ed inconsueto. Non aggiungo altro dato che, per conoscerlo meglio, non resta che leggere le sue simpatiche, pertinenti e per me inaspettate risposte.
Cosa ha ispirato il tuo racconto Dentro e fuori dall’acqua?
A ispirarlo è stata la mia esperienza personale di scrittore alla ricerca del contratto editoriale per la pubblicazione del primo libro: le case editrici a pagamento che ti riempiono di complimenti e promesse per farsi consegnare qualche migliaio di euro che ti servirà solo a riempire la tua casa di volumi che riuscirai a smaltire solo regalandoli a parenti e amici. Altro che successo editoriale!
Mi piace definire questo racconto “un po’ autobiografico e un po’ no” perché, sebbene si riferisca alla mia esperienza, il protagonista non sono io. Non aggiungo altro per non rovinare la lettura…
Rugby e scrittura, un binomio inconsueto. Uno sport vitalissimo e la calma e il silenzio della scrittura: sono entrambi aspetti nei quali ti riconosci?
Il rugby è uno sport vitalissimo e anche non semplice da capire. Doversi passare il pallone solo all’indietro per andare avanti sembra contraddire qualunque logica. E poi quelle mischie con i giocatori che si buttano l’uno sull’altro e quel pallone storto che sembra uscire per caso da quel groviglio di corpi. Insomma, sembra caos, invece è ordine, filosofia, razionalità, metodo. Il pallone ovale che viene raccolto dal mediano al termine di una mischia furibonda è per me come un pensiero che da indefinito e disordinato si fa concreto e pronto per divenire scrittura.
Come vedi, rugby e scrittura hanno molti più aspetti in comune di quanto si possa pensare!
Perché hai deciso di partecipare alla pubblicazione di Crisalide?
Scrivere un racconto a tema su un argomento completamente diverso dalla narrativa sportiva era una sfida stimolante. Parlare
della crisi (nel mio caso quella dello scrittore esordiente), raccontarla, era per me un modo per partecipare alla realtà contemporanea. Mi piaceva poi dare un messaggio di ottimismo che, spero, si evinca dal mio racconto: qualità e talento alla fine emergono in qualunque contesto, in qualunque situazione.
Lo rifaresti?
Sì, perché è stata una bella esperienza. Ho avuto anche la possibilità di conoscere di persona due dei “compagni di viaggio”: Ciro Pinto e Giuseppe Virnicchi.
Come sei arrivato alla scrittura e cosa rappresenta nella tua vita?
Ci sono arrivato in modo assolutamente casuale e inatteso. Fino al 2009 non avevo scritto assolutamente nulla: l’ultimo mio componimento di fantasia risaliva al 1990, tema di maturità classica.
Poi ho letto un libro dello scrittore Flavio Pagano: “Quelli che il rugby…”. Veniva definito “forse il primo romanzo di rugby scritto in Italia”. Mi sono detto: “se dovessi scrivere narrativa sul mio sport preferito, il rugby, avrei perlomeno il pregio dell’originalità”. E così mi sono messo a scrivere racconti che avessero come argomento il rugby. In circa sei mesi ho messo assieme il materiale sufficiente per un libro.
Ho superato indenne lo scoglio degli editori a pagamento e ho trovato la disponibilità di Absolutely Free (“free” di nome e di fatto…) a pubblicare il mio libro “Up & Under – racconti di rugby” nella prestigiosa collana “Sport.doc”, nella quale figurano i nomi di importanti giornalisti e scrittori italiani.
La scrittura è nata come una passione e tale intendo che resti: un piacevole diversivo dalle attività quotidiane e dal mio lavoro di ingegnere.
Cosa hai pubblicato e perché?
“Up & Under – racconti di rugby” è uscito a febbraio del 2011. Tra la sorpresa generale (in primis quella dell’editore) me lo ritrovo oggi, a quasi due anni e mezzo di distanza dalla sua pubblicazione, in cima alla classifica di Amazon dei libri di rugby. In realtà, come amo ripetere, il rugby è solo un pretesto per raccontare storie; infatti, nella maggior parte delle librerie, il libro è sugli scaffali della Narrativa, non in quelli, più di nicchia, dello Sport. La soddisfazione più grande, al di là dei riscontri positivi di critica e vendite, è stata sapere che molti si sono avvicinati a questo meraviglioso sport proprio grazie al mio libro.
Poi ho pubblicato alcuni racconti in ebook, qualcuno può essere scaricato gratuitamente dal mio sito www.andreapelliccia.it
A giugno uscirà un nuovo libro. La scaramanzia partenopea mi impone il riserbo: posso solo anticipare che non parlerà di rugby…
Cosa pensi dell’editoria italiana?
È una realtà in continuo mutamento. Oggi in Italia ci sono più scrittori che lettori: chiunque lo desideri può scrivere e pubblicare un libro, sfruttando i vari canali disponibili. Da un lato è positivo, mi sembra un processo “democratico”. È chiaro, però, che in termini di qualità del prodotto ci sia un livellamento verso il basso, poiché non tutti quelli che pubblicano un libro attraversano il duro processo di selezione degli editori “classici”.
È difficile essere scrittori nella nostra epoca e nel nostro paese?
Sicuramente, per chi decide di intraprendere la strada della scrittura come professione. La crisi si riflette in tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana. In un paese come il nostro in cui la cultura è generalmente considerata un optional, un libro è già normalmente visto come un “bene di lusso”. Figuriamoci in un periodo di crisi come questo. È quindi normale che chi scrive o pubblica per mestiere debba affrontare problemi enormi.
Per tutti questi motivi sono abbastanza convinto che per me la scrittura continuerà a restare solo un piacevolissimo hobby. Mi tengo stretto il mio contratto a tempo indeterminato in Finmeccanica!
Immagina di vivere in un luogo ameno e isolato dal mondo dove puoi portare solo quattro libri (non tuoi): cosa scegli?
1) e 2) La Divina Commedia e I Promessi Sposi. Sono due capolavori la cui lettura a scuola viene imposta, pertanto è difficile apprezzarli come tali . Mi sono sempre ripromesso di rileggerli per comprendere fino in fondo la loro bellezza.
3) I pilastri della Terra di Ken Follett.
4) Un libro di fantascienza, mia grande passione fin dalla gioventù. Credo che sceglierei La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin.
Sei pronto, come scrittore, per un’editoria unicamente digitale?
Per niente. Quando il mio editore mi propose di lanciare “Up & Under” prima come ebook e poi, in caso di riscontri positivi, anche nella versione cartacea, ci rimase un po’ male. Poi, per fortuna, si convinse a uscire immediatamente con entrambi le versioni.
L’ebook è comodo da portare con sé, non ingombra, non inquina e sicuramente acquisterà fette di mercato via via crescenti. Ma un libro in “carta e ossa” è un’altra cosa!
Bianca come il latte rossa come il sangue
Ho letto il libro qualche mese fa e ho visto il film sabato scorso. Era una bella serata di maggio. Subito dopo l’uscita dal cinema che sta nelle colline della Brianza, sono passata da un giardino poco distante dalla mia auto, e un forte profumo di gelsomino mi ha alleggerito il cuore. Sì, perché la storia narrata ti costringe a riflettere ed è a tratti spensierata ma anche velata di tristezza. Il mio pensiero mentre tornavo a casa in auto è andato ad un quadro del 1908 del pittore preraffaellita inglese John William Waterhouse. Questo quadro si chiama The soul of the rose e raffigura una giovane donna dai capelli rossi come la protagonista del romanzo di Alessandro D’Avenia BIANCA COME IL LATTE ROSSA COME IL SANGUE.
La giovane donna ritratta è bella, e io l’ho immaginata che vuole vivere pienamente ma la morte la coglie, mentre rapita annusa una rosa, ne conosce l’anima, perché vuole vivere pienamente e quindi incontra e cerca l’animo delle cose e delle persone. Nella storia narrata da D’Avenia avviene l’inevitabile, una realtà tragica e difficile, dalla quale chiunque vorrebbe scappare. Ma da quel momento in poi ecco che viene data la possibilità di guardare con occhi nuovi e diversi tutte le cose. Da quel momento in poi si chiama ogni cosa con il proprio nome, anche la morte stessa, anche Dio.
Nel libro ci sono dei passaggi molto intensi che scandagliano le tematiche eterne e universali della morte e di Dio e molto altro. Non mi metterò certo a riportarli, non solo per una ragione di copyright, ma anche per non anticiparvi nulla della lettura del libro che, va detto, come molto spesso accade, è decisamente meglio del film. 
Questa pellicola è stata realizzata dal regista Giacomo Campiotti che ha precedentemente firmato, tra gli altri, Come due coccodrilli. In quest’ultimo film, ambientato a Torino, con attori giovani e talentuosi, s’incarna lo spirito, l’allegrezza e la tenerezza, la commozione proprie del romanzo ma non va oltre, non è uguagliabile al libro. Il film è incentrato molto di più sulla donazione, e questo è nobile, ma non approfondisce altri valori che nel libro ti raggiungono con parole che affondano nell’anima e nel cuore costringendoti alla riflessione.
Consiglio in particolar modo agli adolescenti la visione del film, ma soprattutto la lettura del libro, non solo perché è un romanzo di formazione, ma perché vi troveranno il loro mondo con qualcosa in più.
Per concludere, scusate ma non ho resistito. Non cito passaggi clou del libro ma condivido con voi questo pensiero, anche perché il mio blog mi sembra un luogo adatto:
Se voglio diventare scrittore devo imparare a usare il congiuntivo. Certo, il congiuntivo non è necessario per vivere, ma grazie a lui si vive meglio: la vita si riempie di sfumature e possibilità. E io di vita ho solo questa.
E dulcis in fundo, la ciliegina sulla torta:
Decisamente la poesia non serve a nulla, è solo una scusa per innamorarsi.
Forse sì, forse no. Comunque sia, scusate se è poco!
Intervista a Alessandro Vizzino
Inizia con Alessandro Vizzino, editore e autore dell’antologia collettiva Crisalide un giro di interviste agli autori che hanno partecipato al progetto. Non mancate dunque di seguirmi nelle prossime settimane per poterli conoscere.
Parafrasando il tuo racconto La vicenda del cantastorie afono: perché continuare a scrivere se spesso è difficile farsi pubblicare e poi leggere?
Il continuare a scrivere del cantastorie afono è in realtà un continuare a vivere. In fondo, in questo
mondo, siamo un po’ tutti cantastorie afoni, a prescindere dal lavoro che si fa e dalle proprie passioni: siamo troppi, e tutti troppo presi da noi stessi, piombati in un vortice d’egocentrismo che riflette forse una solitudine generalizzata e non dà scampo all’osservazione dell’altro, alla visione oggettiva delle cose; così un gesto di solidarietà spesso assume le sembianze di un atto d’eroismo, quando si tratta semplicemente di una predisposizione verso l’altro che dovrebbe sempre apparire normale, pulsione naturale. Eppure non è così, in un mondo di cantastorie afoni dove tutti gridano e nessuno sa più ascoltare, magari lontano dalle luci della ribalta.
Parlaci un po’ di Drawup, casa editrice da te fondata e diretta.
Edizioni DrawUp costituisce un progetto editoriale per molti versi innovativo e, oggi come oggi, una realtà che si va consolidando giorno dopo giorno. Quando EDU è nata, si è posta come obiettivo un fattore essenziale: la necessità di dare agli autori sommersi ciò che di norma la piccola-media editoria non dà loro, soprattutto in termini di serietà, servizi, presentazione e promozione, distribuzione, vale a dire il mantenimento di tutti gli impegni contrattuali. Abbiamo cercato sin dal primo istante di proporre ampie fette d’arrosto e di non vendere fumo, e questo ci ha premiato e ci continua a premiare, anche grazie a un gruppo di autori che, prima di qualsiasi altra cosa, è diventato un gruppo di colleghi e amici sinceri.
È stato difficile come editore coordinare un progetto collettivo come questo?
Assolutamente no, grazie a un’organizzazione interna che ritengo pienamente all’altezza e grazie soprattutto al grande lavoro svolto in fase di revisione e montaggio da Ciro Pinto.
Il tuo romanzo SIN ti ha dato molte soddisfazioni, a seguire La culla di Giuda: vuoi illustrare brevemente che genere di narrativa scrivi?
Spero di poter dire un giorno, anche attraverso i lavori che sto scrivendo in questo periodo e ancora non pubblicati, che la mia narrativa non ha genere. A ogni modo, SIN è un thriller distopico dai mille intrecci e con un messaggio di fondo che ritengo molto importante, un romanzo per menti aperte e pance forti. La culla di Giuda, un po’ in contrapposizione col fratello maggiore, è invece un poliziesco-storico dalla lettura immediata, una sorta di esperimento letterario giocato su una forte presenza dialogica e su una costante ironia di base, permeato comunque da suspense, intrigo e ricerca storica; l’ho definito in altre occasioni una specie di base jumping, un’emozione veloce, istantanea, ma molto molto intensa, che resta. Dopo i successi di SIN (cinque premi letterari in meno di un anno dalla prima uscita), anche il fratello minore (Giuda, come lo chiamiamo fra amici) ha ricevuto di recente un primo riconoscimento in un concorso nazionale: davvero una bella soddisfazione, che mi offre un’inattesa conferma personale a livello complessivo, ovvero la speranza che i miei lavori valgano in senso globale, al di là di un’ispirazione fugace o di un colpo di fortuna del momento.
Com’è nata l’esperienza di Crisalide?
Da un’idea iniziale di Stefano Calicchio sul gruppo Facebook BSC di Emanuele Properzi, a seguito di una mia
analisi estemporanea. Da lì, attraverso l’unione di ulteriori tesi e approfondimenti, grazie anche all’acume di Ciro Pinto, è scaturito l’impianto progettuale che ha dato poi luogo all’antologia: la crisi globale, non soltanto economica, osservata mediante l’orizzonte visivo di gente che scrive.
La ripeteresti?
Artisticamente è stata un’esperienza piacevolissima e formativa, che ripeterei certamente. Dal punto di vista editoriale, invece, non bisserei l’esperimento, che ha prodotto risultati senza dubbio inferiori rispetto alle prospettive originarie.
Come sei arrivato alla scrittura e cosa rappresenta nella tua vita?
Ci sono arrivato dapprima senza nemmeno accorgermene, come strumento di sfogo e di spazio personale, per renderla poi, in un secondo momento, un’esperienza professionale, almeno nell’intento e nell’approccio. Oggi la scrittura rappresenta per me, prima ancora che il mio lavoro, l’essenza stessa dell’esistenza.
Cosa pensi dell’editoria italiana?
Benché io faccia di fatto parte del settore, cerco di combatterne, nel mio piccolo e dall’interno, carenze e distorsioni, senza nutrire una grande considerazione per un ambiente che risente della povertà in cui tutta la cultura italiana è paradossalmente relegata. Il discorso sarebbe amplissimo, mi limito qui a dire che la cultura mal si sposa con obiettivi commerciali, almeno nella gran parte dei casi, e che viviamo purtroppo in una nazione che, sebbene potrebbe ricevere dalla cultura un sostentamento immenso e inesauribile, la rinchiude costantemente in un piccolo angolo, buio e polveroso.
È difficile essere scrittori nella nostra epoca e nel nostro paese?
Dipende cosa intendiamo per scrittore, quale peso consegniamo a questa definizione. Se scrittore è semplicemente colui che scrive, un’etichetta che chiunque può affibbiarsi, soltanto volendolo, allora è facilissimo: ci sono portali di self-publishing ed editori pronti a qualsiasi compromesso che consentono a chiunque, anche in poche ore, di essere pubblicato, magari pure diffuso. Se invece il termine scrittore individua come un tempo un professionista, chi vive di sola penna, sancito tale da lettori, riconoscimenti ufficiali, diffusione e vendite, allora sì, è estremamente difficile farsi conoscere ed emergere dalla poltiglia circostante e dilagante.
Immagina di vivere in un luogo ameno e isolato dal mondo dove puoi portare solo quattro libri (non tuoi): cosa scegli?
1) Il conte di Montecristo
2) Il romanzo che ancora devo scrivere
3) Un libro di Geronimo Stilton, affinché mio figlio sia lì con me a leggerlo
4) Varie ed eventuali
Sei pronto, come scrittore, per un’editoria unicamente digitale?
Non credo. Cavalco in prima linea la tecnologia, che per me è strumento di lavoro. Non posso permettermi di non essere continuamente aggiornato, ma l’eccesso mi spaventa sempre molto. Sia da scrittore che da editore non vorrei mai lasciare alla mera memoria l’immagine di un bel libro di carta, con i suoi odori, i suoi spigoli, talvolta persino rumori.
Le affinità alchemiche
Utile immergersi in questa storia se si è mamma come me, quindi un romanzo non necessariamente per giovani lettori. La storia narrata è certamente particolare ma, non riconoscendomi per età nei protagonisti, l’ho letto con lo sguardo da mamma e l’ho considerata una lettura utile per entrare meglio nel mondo giovanile.
Uno spaccato del modo di vivere e dei (dis)valori di una generazione che ha priorità certamente attuali ma distanti dalle mie. Un mondo narrato che rispecchia la realtà di una gioventù per la quale tutto è concesso e possibile, senza scrupoli di sorta.
Il titolo riprende con molta audacia e un po’ di spavalderia le affinità elettive di Goethiana memoria, senza davvero esserne
all’altezza. Il linguaggio è capriccioso come la protagonista Selvaggia: passaggi arditi dal linguaggio colto alle parolacce, dall’anglicissimo parents ad un gergo non immediatamente comprensibile, e il tutto condito da richiami eruditi e ad intermittenza da periodi debordanti.
La storia si trascina un po’, pertanto il libro nel complesso è piuttosto corposo e con una narrazione dilungata che rende la lettura ampollosa e prevedibile a più riprese. La storia d’amore ha tutti i palpiti, le gioie e le difficoltà di qualsiasi amore giovanile ma, essendo così particolare e proibita, funge da calamita per lettori affamati di qualcosa di appetibile e diverso ma romantico.
Tutto ben architettato come le già note Cinquanta sfumature di grigio di Mondadoriana memoria, guarda caso.
Ho dovuto impormi di arrivare alla fine, come l’appena altro citato best-seller, per capire che si può scrivere tutto e il contrario di tutto, purché sia ai limiti e con una sostanza impalpabile che fa da collante non si sa bene a quale effimero significato. E come ciliegina sulla torta il mio amato Shakespeare mi fissava, allibito e perplesso.
Virginia. Biografia di una monaca.
Leggere Virginia di Claudia Molteni Ryan è stata una piacevole scoperta. Conoscevo la sua competenza artistica, ora anche la sua scrittura.
Quando ero immersa nella lettura mi sembrava realmente di essere in quella cella, di vivere in quel tempo, di provare la stessa pena o euforia di Suor Virginia, alias Marianna de Leyva, meglio conosciuta come “La monaca di Monza”.
Se questo è stato possibile lo si deve al testo che riesce a condurti per mano nei meandri fisici e psicologici di questa particolare protagonista dal vissuto a dir poco intenso e assurdo.
In un paragrafo a pagina 100 ho trovato una similitudine con il mio romanzo, cioè una storia in verità non superficiale anche se pericolosa, contrastata e rifiutata, perciò destinata a perire. Nel caso di Virginia per mano degli altri, nel caso del mio libro per scelta dei protagonisti.
Molto interessante la scelta di intercalare il testo con versetti delle sacre scritture che danno profondità e pienezza al testo, nonché una connotazione di sacralità che chiude il cerchio della storia di questa donna ambivalente.
Qualche perplessità mi è sorta rispetto alla scelta di un paio di termini quali romanticherie e romanticismo che non so se potessero esistere al tempo in cui ci parla Virginia, dato che l’io narrante è in prima persona; queste sono comunque inezie rispetto a tutto il romanzo storico biografico che vi consiglio di leggere. Ho piacevolmente ritrovato Claudia alla Biblioteca Alda Merini di Usmate nell’ambito dell’iniziativa L’amore che consuma che ci ha accomunato e a seguito di ciò la lettura e la recensione del suo libro.
A contorno di questa mia recensione l’autrice mi ha concesso una breve intervista che condivido con voi.
Quando e come è nata l’idea di scrivere questa storia?
L’idea di scrivere “Virginia” mi è venuta dopo che ho assistito alla rappresentazione teatrale “La Monaca di Monza”, messa in scena dalla compagnia teatrale La Sarabanda. La storia si conclude quando la monaca viene murata viva. Mi sono chiesta: ma questa donna come ha fatto a vivere 14 anni segregata, a pane e acqua, e terminare la sua condanna ancora sana di mente? Questo pensiero mi ha intrigata e ho incominciato a fare delle ricerche e, nel contempo, a fantasticare. Poi l’esigenza di scrivere è venuta spontanea, quasi naturale. Avevo un piccolo taccuino che tenevo sempre con me perché quando avevo l’ispirazione dovevo scrivere immediatamente. Spesso mi capitava quando guidavo, perciò dovevo accostare l’auto e mi mettevo a scrivere. Devo dire che l’immedesimazione con Virginia è stata potente.
Si può definire un romanzo storico o piuttosto una biografia in forma di romanzo?
Difficile dirlo… credo sia l’uno e l’altra. Anche se la storia si basa sulla vera vita di Virginia non definirei il mio libro una biografia, perché tutto è troppo filtrato dai suoi stati d’animo, sentimenti, pensieri, sensi di colpa. In quanto romanzo storico lo è, perché ambientato tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, ma anche in questo caso l’ambientazione storica fa solo da sottofondo, perché tutto è incentrato sulla storia personale, intima, di Marianna de Leyva. La sua forma mentis però è legata al suo periodo storico, da cui derivano i suoi pensieri, il racconto della sua storia.
È stato difficile entrare nel personaggio? Che cosa ti ha affascinato di questa donna a tal punto da reinterpretare la storia della sua vita?
Stranamente no. Sono una donna che vive nel XXI secolo, intraprendente e libera, che non accetta nessuna imposizione, sono credente ma non praticante, eppure immedesimarmi in Virginia è stato facile. Per la verità è stato esilarante.
Mi arrabbio quando sento di donne obbligate a vivere una vita che non vogliono, oppure sono maltrattate, schiavizzate… mi viene una rabbia viscerale che definirei metastorica. Virginia, a suo modo, si era ribellata alle imposizioni, ha vissuto il proibito. Era una ribelle, questo è un lato di lei che mi è piaciuto molto. È stata coraggiosa, sia perché ha vissuto un amore che a mio parere desiderava, sia perché è riuscita caparbiamente a sopravvivere in una cella da sola per 14 anni.
Perché hai scelto di intercalare con versetti scelti dalla Bibbia?
Virginia era una suora ma era anche una nobile, perciò aveva un certo grado di cultura, e la Bibbia era il suo riferimento. Inoltre non dimentichiamo che in quei 14 anni di isolamento l’unica sua consolazione era la lettura della Bibbia. Per la verità anche questa scelta mi è venuta molto spontanea: quando scrivevo ero Virginia, non Claudia. In questa immedesimazione l’unico aspetto che ho dovuto razionalizzare è stato l’uso del linguaggio, perché certe nostre espressioni e modi di dire sono propriamente moderni e sarebbero stati incoerenti con l’epoca.
È un caso questo genere di romanzo o pensi di scrivere ancora un romanzo biografico?
Sto già scrivendo un altro romanzo il cui protagonista è un personaggio veramente esistito nel X secolo, per la verità un genio del X secolo, perciò è un libro molto impegnativo da scrivere. Inoltre ho più difficoltà ad identificarmi con un uomo, la scrittura diventa più lenta, più ponderata.
Quella di Virginia è una storia che può avere un’attualità, magari non nei modi ma nei contenuti? Ovvero quali sono le “murate vive” oggi e perché?
La storia di Virginia, ragazza obbligata a vivere reclusa in un convento, può sembrare poco attuale ad un primo approccio, ma in realtà ci possono essere dei parallelismi con l’attualità. Penso a tutte le donne di altre culture obbligate a sposarsi giovanissime con qualcuno che non amano e che magari neppure conoscono. Sono “murate vive” dalle convenzioni. Penso al medio oriente, dove ho temporaneamente vissuto a “sprazzi” negli ultimi sette anni: in Arabia Saudita molte donne non possono uscire da sole, non possono prendere nessuna decisione, sono tagliate fuori dal mondo, letteralmente “murate vive”. Penso alle schiave prostitute spesso trovate qui in Italia, giovani ragazze straniere in cerca di lavoro che vengono violentate, ricattate e obbligate a fare un lavoro odioso, e non hanno nessun tipo di libertà. Le “murate vive” le abbiamo perciò anche qui, nel nostro Paese.
Virginia ha vinto il premio “Villa Selmi” per la migliore biografia nel 2012 ed è finalista al concorso “Un libro amico per l’inverno” 2013. Cosa pensi dei premi letterari?
Sono una sfida, la possibilità di avere un riconoscimento tangibile. È un modo per mettersi in gioco, ma anche per mettersi in mostra. Il nostro è un mondo inflazionato di tutto, vincere un premio è perciò, forse, un modo per distinguersi. Comunque tutto è molto effimero e relativo, i concorsi vanno fatti e vanno presi come un gioco, anche se serio.
Progetti in cantiere?
Ora devo assolutamente finire il libro che sto scrivendo: spero di concluderlo per luglio, così per Natale potrebbe essere in commercio.
Inoltre ho già in mente il prossimo, sempre un romanzo storico ambientato nel XI secolo.
Penne d’aquila
Questo libro di Susanna Polimanti è un bel viaggio interiore che, scavando in profondità e poi, emergendo da flussi di coscienza intervallati da descrizioni di avvenimenti, traccia viuzze dell’animo umano ricostruendo la mappa dei sentimenti e dei pensieri più reconditi fino ad individuare la strada maestra, la via luminosa dell’anima che conduce alla verità che ci appartiene solo se abbiamo il coraggio, come in questo libro, di riprendere in mano le esperienze che segnano il nostro cammino di vita per abbracciarle, dar loro un senso e poi lasciarle andare per elevarci spiritualmente.
Virginia, la protagonista della storia, ci conduce per mano nel suo cammino di vita senza annoiarci mai in quanto il ritmo del testo è molto veloce con uno stile chiaro che incide in profondità, usando la penna come un bisturi per scandagliare tematiche universali, perciò per il lettore riconoscibili e condivisibili.
Infine, da un punto di vista strettamente personale è stato simpatico notare tratti comuni e inaspettati: un personaggio di nome Cinzia, un viaggio a Londra per lo studio dell’inglese, la professione di interprete e traduttrice.
Come sempre non anticipo mai nulla sulla trama, vi dico solo che convivono in questa storia accenni ad angeli e un personaggio di nome Angelo…ma per sapere cosa fanno bisogna leggere il libro.
Prima di leggere la breve intervista all’autrice, sappiate che Penne d’aquila è giunto finalista al Concorso Letterario Nazionale Un libro amico per l’inverno 2012-2013 ottenendo una menzione di merito.
Come prima cosa ti invito a presentarti ai lettori del mio blog.
Nel salutare tutti voi, rivolgo innanzitutto un affettuoso ringraziamento alla scrittrice Cinzia Cavallaro per l’ospitalità nel suo blog,
che per me è una piacevole opportunità di presentazione personale a tutti i lettori. Sono Susanna Polimanti, interprete e traduttrice per le lingue inglese, tedesco e francese. Ho una cultura di tipo umanistico, avendo frequentato gli studi classici, fin dall’adolescenza mi sono dedicata alla scrittura sebbene abbia iniziato a pubblicare libri e racconti soltanto da pochi anni. Leggere e scrivere sono attività essenziali della mia stessa personalità, mi ritengo una donna riservata, molto positiva, amo valori quali il rispetto, la lealtà, la spontaneità, la semplicità e soprattutto l’educazione. Sono un’ottima ascoltatrice e questa mia predisposizione naturale mi spinge a condividere solidarietà, affetto ed amicizia soprattutto con persone che sento molto vicine al mio modo di essere. Sono un’appassionata della natura e degli animali da cui assorbo energia, vitalità ed ispirazione. Mi dedico allo studio e alla conoscenza di luoghi e culture, amo tutto ciò che si riferisce alla spiritualità e alla psicologia. Credo profondamente in Dio, odio l’ottusità e la ristrettezza di vedute.
Penne d’aquila mi ha fatto venire in mente, per traslato, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo. Insomma, una spiritualità che diventa risveglio. È così anche per Virginia, la protagonista del tuo romanzo?
Cinzia, hai sicuramente colto nel segno ed hai centrato esattamente il messaggio del mio romanzo Penne d’aquila. La protagonista Virginia, stretta e costretta da un retaggio di un’educazione patriarcale, certa di essere un “pollo”, crescendo e maturando, riesce a spezzare quei limiti che la “cementano” sulla terra, lasciando scorrere emotività e leggerezza, esce finalmente dal silenzio del cuore e rinasce, aprendosi a differenti realtà che esulano dalla normalità di un vissuto comune.
Perché questo titolo?
La scelta del titolo Penne d’aquila è dovuta alla simbologia che domina la narrazione e legata all’antica leggenda che vede l’aquila come uccello destinato a morire all’età di circa 40 anni se non scegliesse di strapparsi unghie, becco e per ultimo le penne, per rigenerarsi e continuare a vivere per altri 40 anni. Le penne rappresentano, dunque, la nuova “pelle” che permette alla protagonista del romanzo di essere finalmente se stessa e non la donna che gli altri vorrebbero lei fosse.
Quando è iniziata la tua passione per la scrittura?
La mia passione per la scrittura è strettamente collegata al desiderio continuo di leggere, fin dalla prima adolescenza ho iniziato a scrivere le mie prime emozioni, altro non erano che il risultato di quanto assorbivo da ogni mia lettura. Ero solita annotare frasi e pensieri dei vari autori, esattamente come normalmente si usa fare quando si studia; rileggendo i miei scritti scoprivo spesso di aver in realtà scritto qualcosa che apparteneva soltanto a me. Preferisco la parola scritta alla parola verbale, le parole si perdono mentre in ogni nostro silenzio nascono scritti destinati a rimanere impressi non solo nella mente cognitiva ma ancor più nella memoria del cuore.
Quanta influenza ha avuto, se l’ha avuta, la figura di tuo padre sulla tua scrittura?
La figura di mio padre è costante nella mia vita, mai sbiadita nel tempo, neppure dopo tanti anni dalla sua scomparsa. A lui debbo la mia predisposizione alla lettura, quanto alla scrittura, credo di aver seguito maggiormente le orme del mio nonno paterno, poeta dialettale ed autore di molti saggi di pedagogia. Più che di influenza penso di poterla definire, nel mio caso, un’ autentica eredità di un profondo background culturale.
A che tipo di lettori credi sia principalmente adatto Penne d’aquila?
Sono certa che il romanzo Penne d’aquila sia adatto a lettori di ogni età e indistintamente dal sesso. Si tratta di un romanzo narrante un vissuto semplice e complicato allo stesso tempo per determinati valori fondamentali come la famiglia, l’amore, l’amicizia, il mondo del lavoro ed i viaggi, tutte esperienze essenziali per la nostra crescita personale e nella società. Ogni donna, giovane o adulta si è trovata, almeno una volta nella vita, nelle varie fasi del vissuto di Virginia.
Merita anche leggere, come io ho fatto, l’altra tua pubblicazione Lettere mai lette. Vuoi accennarci qualcosa su questo libro e come è nato?
Il mio secondo libro Lettere mai lette (Ed. Kimerik), pubblicato nel 2009, è nato per pura casualità. Un giorno, mentre sistemavo le mie cose nel cassetto della scrivania, quello che di solito si chiude a chiave, ho trovato una cartella contenente delle lettere scritte durante la mia adolescenza ed alcune molto più recenti. Ho traslocato ben due volte e queste lettere sono state sempre lì, in quel cassetto, perché personalissime. Nel rileggerle, qualcosa deve avermi ispirato, così ho subito deciso di pubblicarle, togliendo le date ed inserendo un titolo per identificarne il destinatario ma soprattutto il particolare stato d’animo che mi aveva spinto a scriverle. Si tratta di lettere mai spedite e mi è sembrata una “bella cosa” lasciar disperdere nell’universo le mie parole che, prima o poi, avrebbero raggiunto finalmente il destinatario finale. Sono indirizzate a familiari, ad amici, ad amori più o meno importanti e al mio cane boxer Strauss che mi ha lasciata pochi mesi prima della pubblicazione del libro. In un momento così particolare di abitudini comunicative, quando ormai le nostre parole ed i nostri sentimenti viaggiano soltanto via sms, mail o addirittura con post e messaggi su FB, ho ritenuto importante ricordare cosa rappresenti scrivere e ricevere una lettera vera, spedita dal server del cuore, scritta su carta con tanto di penna in mano: un’emozione unica.
Quali sono i tuoi autori preferiti?
Amo soprattutto gli autori stranieri, ne cito alcuni quali: Gabriel Garcìa Marquez, Marguerite Yourcenar, Drieu La Rochelle, Virginia Woolf, Anaȉs Nin e molti altri. Ma uno in particolare non manca mai nella mia scelta di letture ed è Paulo Coelho, che adoro più di tutti gli altri. Ultimamente mi sono avvicinata molto alla lettura di autori emergenti, scoprendo tra loro dei veri talenti e mi ripropongo di continuare a leggerli. Leggo vari argomenti tranne i libri gialli ed ogni romanzo il cui stile è basato unicamente sui dialoghi.
Scrivi anche poesia?
Ho scritto molte poesie in passato, tuttora ne scrivo, soprattutto haiku, un componimento lirico scoperto da pochissimo. Ma per quanto riguarda la loro pubblicazione, posso davvero contarle sulla punta delle dita.
Progetti in campo?
Ho vari racconti già scritti da molto tempo ed altri due progetti in mente ma è ancora tutto “under construction”. C’è sempre un momento giusto per scrivere e il momento giusto per pubblicare. In questo periodo, guardandomi in giro, noto una marea di autori ed autrici che scrivono di tutto. E allora, sapete cosa vi dico, in tutta sincerità? Questa è una particolare fase in cui mi sento molto più originale nel non pubblicare. Ho un rapporto intimo con la scrittura, ho già pubblicato tre libri e vari racconti inseriti in altri libri o antologie, non vorrei cadere nel luogo comune della letteratura commerciale, che è quanto accade oggi.
Ringrazio tutti voi per avermi letta e vi auguro un’ottima giornata!
Susanna


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