Le Interviste

INTERVISTA SU MONDOEDITORIALE A CURA DI ALICE MAURI

Emozioni e passioni vibranti raccontate con una scrittura lirica, capace di dire ed evocare con intensità l’universo che vuole raccontare.

Questo è Sogno Amaranto.

Ne abbiamo parlato con l’autrice, Cinzia Cavallaro in questa intervista che vi proponiamo.

1. Sogno amaranto e’ il tuo esordio narrativo, dopo la pubblicazione di due raccolte di poesie. C’è moltissimo, nella tua prosa, delle vibrazioni e dell’intensità della poesia. Come hai vissuto il passaggio dalla poesia alla narrativa e cosa dell’una ritieni di aver portato nell’altra?

In verità la scrittura narrativa è sempre stata presente nella mia vita insieme alla scrittura poetica, semplicemente non ho mai provato ad editare prima i miei testi di narrativa. Quindi, per rispondere alla tua domanda, non c’è stato un vero e proprio passaggio dall’una all’altra, in quanto entrambe mi hanno sempre interessato. Certo è che, durante la stesura del romanzo, la concentrazione era massima su quel testo ed anche i testi poetici scritti in quel periodo sono stati molto minori. Nel contempo penso che il senso poetico sia stato espresso con naturalezza nelle pagine del mio romanzo. è una cosa difficile da spiegare ma, pur rispettando le regole sintattiche della prosa, io penso, e quindi scrivo, con una mentalità poetica; va da sé che le descrizioni e i pensieri siano spesso intrisi di un mio personale lirismo interiore che non mi abbandona.

2. Luce, tenebre e crepuscolo: questa tripartizione del romanzo corrisponde ad una caleidoscopica narrazione sul tema dell’amore, in cui due diversi sguardi – e modi di intendere se’ e l’altro – si contrappongono fino al limite dell’incomunicabilità, eppure in un costante richiamo ed eco reciproco. Credi davvero che l’amore possa essere una cosi’ potente forma (e forza) di indagine e conoscenza?

L’amore in senso assoluto è la forza della vita e quindi nulla è impossibile ad un sentimento così. Nel romanzo la contrapposizione, a volte fin troppo stridente e in alcuni passaggi volutamente un po’ sopra le righe, tra l’amore e l’egoismo, tra la luce e l’ombra, è servita da stratagemma per sottolineare come tutti noi siamo intrisi sia dell’uno che dell’altro. in più, molto spesso, nella società moderna il modo di vivere i sentimenti è superficiale e vuoto di contenuti ma, se si desse fiducia al cuore umano, tutto potrebbe cambiare. vengono ben eviscerati e scandagliati i dubbi, i dolori, le paure, le pulsioni e i desideri dei due protagonisti che si trovano a dover passare al setaccio tutto il loro vissuto sentimentale e umano in cerca di chiarimenti: in questo senso, nel bene e nel male, l’amore rappresenta il propulsore interiore che li spinge a trovare risposte, volutamente o meno, sia per se stessi individualmente che per l’altro.

3. L’amore che racconti in Sogno amaranto è un amore fortemente intriso di sensualità: quanto credi sia importante la ricerca delle parole quando, come nel tuo romanzo, il sesso diventa una componente centrale della narrazione? E quali ritieni siano i pericoli e le insidie in agguato sulla strada di chi scrive e descrive il sesso?

Pericoli e insidie su questo argomento ce ne sono fin troppi perché è un terreno al giorno d’oggi molto battuto, ma anche molto scivoloso, soprattutto se l’argomento viene trattato in un romanzo che non sia né erotico né pornografico come il mio. C’è di base il grosso pericolo di venir fraintesi e di non comprendere invece che è stato volutamente inserito nella storia narrata per elevarla. È stato un passo inevitabile affrontare questo argomento perché mi premeva sottolineare, ancora una volta, come molto spesso nella nostra società molte relazioni vengano improntate solo su quello e non su una visione più completa della storia d’amore, che ha aspetti ben più rilevanti soprattutto sentimentali, spirituali e di coscienza. Ti ringrazio di questa domanda perché mi permette di fare chiarezza sul senso profondo del romanzo.

4. Hai trascorso alcuni anni della tua vita in Inghilterra, e proprio in Inghilterra hai deciso di ambientare il tuo romanzo. Quali sono le ragioni di questa scelta e in che modo l’ambientazione ha influito sul tuo modo di costruire la narrazione e di delineare i personaggi?

Una ragione pratica in quanto la città di Londra la conosco bene; e proprio perché so com’è, cioè una città brulicante di vita ma al contempo ombrosa, ho ritenuto che si prestasse molto bene all’ambientazione di una storia così piena di ombre e luci. Va anche detto però che il romanzo è principalmente un viaggio interiore, un romanzo intimistico; pertanto Londra c’è ma è presente in modo minimalista rispetto a tutto il vissuto narrato nella storia.

5. Ci piace chiudere questa intervista con una domanda sulle tue letture: quale libro credi abbia avuto un ruolo fondamentale nella tua formazione (di donna, prima ancora che di scrittrice)? E qual e’ l’ultimo libro che hai letto e ti ha appassionato?

Ricordo con molta forza e con un impatto emotivo notevole Il quinto figlio, di Doris Lessing, autrice che ho divorato in lingua originale mentre vivevo e studiavo a Londra. Certo sono molti i testi che potrei citare, ma dovendone scegliere solo uno metto questo come capofila.
Al momento sto leggendo poca narrativa, sia per ragioni di tempo che di salute devo scegliere con molta attenzione ciò che voglio leggere. In questo periodo preferisco saggi che mi aiutino nel mio percorso personale e libri sulla scrittura creativa che mi diano spunti per migliorarmi.
Ho riletto con molto piacere le Lezioni americane di Italo Calvino e gli ultimi testi inediti di Alda Merini raccolti nel nuovo libro Eternamente vivo del quale ho apprezzato anche il dvd allegato. Chi mi segue sul mio blog www.wordsinprogress.it già lo sa perché ho pubblicato un articolo su questo insieme ad altre recensioni di letture per me significative.
Infine, l’ultimo testo di narrativa che ho letto è stato La solitudine dei numeri primi, narrazione dalla struttura e dallo stile indubbiamente molto accattivante

INTERVISTA PUBBLICATA SUL BLOG “PANE E PARADOSSI” IL 7 APRILE 2011

Ti va di presentarti e di parlare un po’ di te ai nostri lettori?

Ho fatto la traduttrice per diversi anni, dopo aver studiato a Londra per 5 anni negli anni ’80. Ho iniziato a scrivere poesia da piccola e solo verso i vent’anni è nato il desiderio di avvicinarmi alla narrativa. Ho sempre scritto moltissimo e solo recentemente ho pubblicato due libri di poesia e un romanzo.

Qual è stata la genesi di “Sogno Amaranto”? Come e perché è nato in te l’insopprimibile desiderio di scriverlo?

La genesi di Sogno Amaranto è stata nel 2007 ma la scrittura iniziata in quell’anno andava ad intermittenza; poi la prima stesura è stata ultimata nell’inverno dell’anno successivo e tra revisioni varie è stato proposto agli editori nella primavera del 2009 per venir pubblicato l’anno successivo.
È nato come riflessione profonda sui rapporti d’amore in questi anni così superficiali e intrisi di egoismo e falsi valori. È stato l’insieme dell’osservazione di varie esperienze dolorose che ha fatto sì che questo vissuto prendesse la forma scritta del mio romanzo.

“Sogno Amaranto” non è il tuo primo libro. Dopo la silloge di poesie “Dies Natalis” edita da Il Foglio com’è stato lasciare da parte lo scrivere racconti e poesie per dedicarsi ad un romanzo articolato come “Sogno Amaranto”? Passare dall’ immediatezza del linguaggio poetico alla prosa ti ha creato qualche problema o difficoltà imprevista?

Indubbiamente la scrittura poetica è totalmente diversa, sia come tempi che come struttura. Ma io credo che se l’idea è chiara e l’urgenza e la necessità di scrivere sono davvero importarti per lo scrittore, la strada da percorrere, per quanto lunga, impervia e piena d’imprevisti possa essere, viene portata a termine con determinazione. La difficoltà maggiore è stata per me il tempo della scrittura, non solo il tempo necessario per scrivere un romanzo ma anche l’esprimere il proprio pensiero in una forma più articolata e complessa.

Ognuno ha una sua tecnica particolare per cominciare e sviluppare un romanzo. C’è chi fa una scaletta dettagliata, chi butta giù un’idea e la elabora a mano a mano, c’è chi invece scrive d’istinto. Qual è stato il tuo metodo di lavoro?

Scrivere totalmente d’istinto senza una minima traccia non è il mio modo di procedere; per contro non arrivo neppure ad avere una scaletta dettagliata da seguire. Sviluppo molto bene un’idea, ho chiaro in mente i personaggi, elaboro una trama; metto tutto per iscritto e poi scrivo e basta, senza curarmi né della forma, né dell’editing. Queste sono cose alle quali penserò a prima stesura ultimata.

Sogno Amaranto, oltre che sulle emozioni, si basa sui due protagonisti uniti e contrapposti in un sentimento invincibile come l’amore. Quanto e cosa c’è di te in ognuno di loro?

Ci sono entrambi. Ma è così per tutti a mio avviso: riconoscere in ognuno di noi sia l’ombra che la luce, il bello e il brutto, l’elevazione spirituale e la pusillanimità, l’amore e l’egoismo.

Sei una lettrice vorace?Hai libri e/o autori preferiti che influenzano o ispirano il tuo modo di rapportarti alla scrittura?

Sono sempre stata una lettrice vorace e onnivora. Certo è che la scrittura viene anche dalla lettura. Ho degli autori preferiti sia italiani che inglesi, ma non creano un’influenza o un’ispirazione particolare in me. Quando scrivo cerco davvero di mettermi in gioco e di ricercare la mia personale voce. È molto difficile ma questo credo sia il bello della scrittura.

Raymond Chandler, in alcune sue lettere, affermava :”Tre leggi per scrivere a mio uso:non seguire alcun consiglio, non mostrare mai il lavoro svolto, evitare i critici.” E tu quali tre leggi forgeresti a tuo uso?

Concordo pienamente con le tre leggi di Chandler. Io aggiungerei: non demordere nell’intento; non fare editing mentre si scrive; avere sempre in mente un lettore ideale a cui rivolgersi durante la prima stesura.

Un’ anticipazione su qualche progetto futuro?

Ne ho diversi in cantiere, sia di poesia che di narrativa, in particolare racconti che ultimamente ho un po’ messo da parte. Ma in verità, il progetto che mi preme di più, è la scrittura del mio secondo romanzo “Le rive della tua giovinezza” al quale sto lavorando. Temo ci vorrà tutto quest’anno per ultimarlo come si deve.

INTERVISTA DI MAURIZIO DIMAGGIO TRASMESSA A RADIO MONTECARLO IL 24/05/2010

INTERVISTA RCM 24-05-10

 INTERVISTA PUBBLICATA SU “LA VOCE DEL NISSENO” DA MICHELE BRUCCHERI, APRILE 2010

CINZIA CAVALLARO PRESENTERA’ IL SUO NUOVO ROMANZO ”SOGNO AMARANTO” AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

Michele Bruccheri intervista la scrittrice e poetessa lombarda che pubblicherà anche una raccolta poetica. Tra i suoi progetti, c’è anche quello di scrivere una raccolta di racconti.

Vigorosa e poetica, toccante senza mai cedere al patetismo. Una scrittura elegante, raffinata ed impeccabile, d’inesauribile fascino. Cinzia Luigia Cavallaro, è una brava scrittrice e poetessa lombarda. Traduttrice ed interprete, si è dedicata indefessamente allo studio approfondito della lingua inglese. Ha, inoltre, seguito diversi ed interessanti corsi di formazione nell’ambito della scrittura professionale, sia letteraria sia poetica. Conseguendo, poi, importanti e prestigiosi riconoscimenti. Insomma, un’artista di notevole calibro e di straordinario talento.
Il suo nuovo romanzo “Sogno amaranto” verrà presentato, a maggio, al Salone del Libro di Torino. E in quella storica occasione, emetterà i suoi vagiti anche una pregevole raccolta poetica che contiene ben trentasette perle. Probabilmente lavorerà pure ad una raccolta di racconti. Ma ecco l’intervista integrale rilasciata a “La Voce del Nisseno”.

Nel maggio di due anni addietro hai pubblicato la silloge poetica intitolata “Kairos”. Me ne parli?

“Sì. Con l’editore Giraldi di Bologna ho pubblicato questa piccola ma significativa ed intensa raccolta il cui titolo è stato volutamente scelto per indicare un tempo poetico e di vita peculiare”.

Come è stata accolta dalla critica e dal pubblico?

Dove l’hai presentata?

“Tu forse non ci crederai ma non c’è stata una presentazione ufficiale. E questa è un po’ la spina nel fianco per gli scrittori esordienti. Va benissimo pubblicare, ma c’è poi tutto un percorso successivo nel quale accompagnare l’autore che spesso manca, oppure è molto carente. Sono stata gentilmente accolta come ospite d’onore ad una presentazione di Quaderno di poesie del mio amico di blog e nella vita Cornelius Mine-Haha nel luglio 2008, una bella e intensa serata che ricordo con affetto”.

So che è già pronto il tuo romanzo “Sogno amaranto”. Qual è la trama?

“E’ un romanzo scritto con una struttura binaria. C’è nella trama l’antico binomio di invenzione romantica di amore e morte, anche se i termini e le proporzioni sono totalmente modernizzati e attualizzati. E’ una vicenda bella, delicata, toccante. Non manca neppure di qualche parte intensa su piani diversi e nelle giuste proporzioni rispetto a tutta la storia narrata. Non dirò di più ora, ma lo potrete scoprire presto se lo vorrete leggere, in quanto è di prossima pubblicazione e sarà presente  tra le novità della Joker Edizioni a maggio, al prossimo Salone del Libro di Torino”.

Attendi di pubblicare anche una raccolta poetica, “Dies Natalis”. Di cosa si tratta?

“Anche questa è in fase di pubblicazione e sarà al Salone tra le novità delle ‘Edizioni Il foglio letterario’  nella collana Plaquette. Come si può evincere dal titolo è una raccolta eterogenea che ha come tema la morte, ma non nel suo aspetto lugubre, bensì l’esatto contrario”.

Quante sono le liriche del volume?

“Sono esattamente trentasette poesie”.

Complessivamente, quante poesie hai scritto?

“Siamo nell’ordine del migliaio, ho colto l’occasione della tua domanda per fare l’inventario, ma temo che ci siano ancora un po’ di fogli sparsi qua e là, prima o poi salteranno fuori”.

Preferisci di più la prosa o la poesia? E perché?

“Mi piacciono e mi sono necessarie entrambe e per ragioni diverse. La poesia è una chiamata e risponde nell’immediato con liriche strutturate in modo da rendere la scrittura più rapida, sebbene vi sia poi un lavoro di cesello e limatura che comporta una riflessione attenta e stilisticamente impegnativa del proprio scritto. La prosa, per contro, è un utile lavoro dell’inconscio e come tale risponde ad un’esigenza più profonda e articolata. Inoltre è senza dubbio maggiormente fruibile e non ha quindi lettori di nicchia come la poesia, anche se ho notato che ultimamente sta anch’essa interessando sempre più persone, e le più disparate”.

Quali scrittori o poeti hanno maggiormente influito nella tua arte?

“Nell’infanzia e adolescenza i classici e un po’ tutta la letteratura italiana del ‘900. A seguire, anche per ragioni di studio, la letteratura inglese classica e moderna, diciamo tra Shakespeare e Doris Lessing, in lingua originale. Ma la mia prediletta è Emily Bronte anche se ha scritto un solo romanzo, Cime tempestose, per me un capolavoro. Lo divorai a sedici anni e lo rilessi più volte in lingua originale”.

Hai collaborato con il comitato editoriale della casa editrice Parole Sparse. Di cosa ti sei occupata?

“Ho fatto parte per un anno del comitato editoriale, ma solo per la narrativa. Esperienza interessante e molto formativa della quale ringrazio Matteo Pugliares con il quale ho stretto una significativa amicizia, sebbene virtuale”.

Intensa è stata la tua attività come traduttrice-interprete. Concretamente, cosa hai fatto?

“Nel campo letterario nulla, anche perché era la mia unica occupazione e fonte di reddito. Dunque ho seguito progetti più commerciali e ho svolto una normale attività di interpretariato. Ho avuto modo per un breve periodo di stare anche dall’altra parte della barricata come project manager in una grande agenzia di traduzioni di Milano”.

Nel 1999 hai tradotto parzialmente alcuni libri. Quali?

“Ti stupirò, due libri di informatica editi da Apogeo: Open Sources Voci dalla rivoluzione Open Source a cura di Chris Di Bona, Sam Ockman e Mark Stone e Linux Maximum Security  La guida scritta dagli hacker per proteggere i  server e la workstation Linux”.

Mi hai davvero stupito! Senti Cinzia, so che hai soggiornato, negli anni scorsi, per lungo tempo a Londra. Quali sono state le tue esperienze formative e lavorative in quella città?

“Riguardo al lavoro mi mantenevo gli studi e il soggiorno, e sono stati i più diversi. Quelli che ricordo con maggiore affetto sono quelli come infermiera ausiliaria nel reparto di oncologia cerebrale dell’Italian Hospital in Queen Square; successivamente come commessa nel grande magazzino Salisburys nella sempre affollatissima Oxford Street. E poi ci siamo divertiti da matti nella pizzeria Deep Pan adiacente al teatro St Martin in the Fields, vicino a Trafalgar Square. Una vera pizzeria internazionale, eravamo tutti studenti stranieri e lavoravamo come camerieri in compagnia di altrettanti clienti stranieri di giorno, in quanto turisti; invece inglesi e amanti della musica classica, che gradivano cibo italiano dopo il teatro, alla sera. Finivi il lavoro tra le 22 e la una di notte e alle sette del mattino eri già in piedi perché le lezioni iniziavano alle 8.30 spaccate. Oppure lavoravi dalle 11 alle 15 e poi correvi ai corsi pomeridiani. Altri tempi davvero. Per il resto, ero perfettamente integrata nel tessuto sociale londinese e ho avuto una lunga ed importante relazione con un ragazzo originario dello Yorkshire, e questo va specificato perché gli inglesi del Nord ci tengono a non venir confusi con i Londinesi, non sia mai! Peraltro lo capisci subito dal loro accento inconfondibile e dal modo di fare apparentemente duro ma cordiale”.

Qual è stato, in definitiva, il tuo percorso d’istruzione?

“Ho seguito corsi di lingua e letteratura inglese, strutturati dall’università di Cambridge appositamente per studenti stranieri, fino al conseguimento del Diploma of English Studies con una specializzazione in traduzione”.

Hai ottenuto numerosi riconoscimenti letterari. Quali ricordi con più soddisfazione?

“Alcune mie composizioni poetiche sono state pubblicate rispettivamente nelle antologie Poeti e Muse, Edizioni Lineacultura, nel 1992 e Città di La Spezia nel 1994. Nel giugno 1995 sono stata segnalata con la composizione poetica Drosera al Concorso Nazionale di Poesia Carnatese e a dicembre del medesimo anno ho ottenuto una segnalazione, al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “La clessidra”, con la silloge Primissimo Piano”.

Un premio importante e prestigioso è quello del 1994, allorquando hai presentato il racconto inedito “Gita al porto”. E’ vero?

“Sì, mi sono aggiudicata il quarto premio, su 178 concorrenti, nella sezione narrativa della XVIª edizione del Premio Internazionale di Poesia e Narrativa della città di La Spezia”.

Che tipo di esperienza è stata quella di presidente della biblioteca civica di Bernareggio, in provincia di Milano?

“Una esperienza significativa dove ho avuto modo di coordinare e collaborare con la commissione di gestione della biblioteca stessa organizzando incontri, eventi diversi, mostre, teatro, cineforum (nel 1983 erano seguiti), nonché il fondamentale compito della scelta dei libri da inserire nel patrimonio librario”.

Quali sono i tuoi migliori pregi, caratterialmente? E quali sono i tuoi peggiori difetti, se ci sono?

“Vuoi che non ci siano? Iniziamo proprio da questi: è probabilmente un difetto la permalosità e la testardaggine, per citare solo i principali. I pregi? Immagino d’averne, ma dovresti chiederlo a quelli che mi conoscono. So solo che tendo a parlare poco o affatto su o di cose e persone, in generale, ma se mi chiedi espressamente un’opinione ti dico esattamente quello che penso. Questo mi ha fatto pagare prezzi altissimi nella vita, ma non è mia intenzione cambiare, anche perché non ci riuscirei”.

Cosa pensi dei giovani di oggi?

“I giovani di oggi sono uguali a quelli di ieri e dell’altro ieri, alla fine è solo una ruota che gira. Certo ogni epoca ha i suoi pro e i suoi contro. Nell’ambito culturale, scolastico, sportivo e di scambi internazionali hanno molte più opportunità oggi che non quando ero giovane io, negli anni Settanta, per esempio. Ma faccio fatica a riconoscere nelle nuove generazioni quegli ideali e quei fermenti intellettuali, sociali e politici che mi facevano impegnare e infervorare. Il nostro naufragio generazionale è stato principalmente la tossicodipendenza, loro avranno da affrontare i demoni tipici dell’era della comunicazione, per dirne una. Anche la famiglia è molto cambiata nel tempo, e dunque anche gli equilibri famigliari e i punti di riferimento affettivi. Il lavoro rende difficile per loro programmare qualsiasi cosa. In effetti, non è facile crescere tra i video-games, le chat e i reality show, in famiglie più che allargate con un lavoro, precario se ti va bene. Li capisco”.

Quali sono i tuoi ideali irrinunciabili?

“La libertà, l’amore, la pace, la dignità, il rispetto. Accompagnati dalla fede, fondamentale”.

Concludiamo con cinque aggettivi per l’Italia. Quali e perché?

“Cinque aggettivi non li ho da dirti. Faccio mie le parole di un altro e t’invito ad ascoltare Io non mi sento italiano di Giorgio Gaber. Io lo seguivo regolarmente al teatro Carcano di Milano. Io amo il mio paese e il mio popolo, sia ben chiaro, ma a volte mi prende la malinconia e la delusione. Lo sai che mi hai dato uno spunto interessante per una raccolta di racconti? Ci penserò. Se e quando sarà pronta te la farò leggere per primo. Promesso. E grazie”.

Michele Bruccheri

Link all’articolo originale

INTERVISTA PUBBLICATA SU SUCCOACIDO DA MICHELE DELPIANO, GENNAIO 2010

Ciao Cinzia. Ti invito a presentarti ai nostri lettori.

Come già ho scritto sul mio blog di Myspace e meglio specificherò nel mio personale sito www.wordsinprogress.it che sto realizzando, sono una donna che ama la poesia e la scrittura, ma con uno sguardo aperto all’espressione artistica in genere. Pertanto apprezzo anche la pittura e la fotografia — nelle quali mi diletto — o  uno spettacolo teatrale piuttosto che un film d’autore. La meditazione e la preghiera, la musica e la lettura sono per me quotidianamente irrinunciabili, subito dopo la scrittura, ovviamente.

A che età hai cominciato a scrivere?

La poesia nell’infanzia, alle elementari già sottraevo dai cassetti di casa i block notes piccoli perché erano facili da maneggiare e ci stavano in tasca; mi affascinavano con quei fogli quadrettati color crema che giravo dal basso verso l’alto e non mi ricordavano affatto un quaderno di scuola. Alla narrativa ci sono arrivata più tardi, è una passione maturata nel tempo leggendo tantissimo e di tutto. La biblioteca era — ed è — la mia seconda casa, tant’è che a ventidue anni fui per un anno presidente della biblioteca civica di Bernareggio, con responsabilità sia gestionali che culturali. Direi che il concorso letterario che vinsi nel 1993 con il racconto Gita al porto segnò la svolta e da allora non ho più smesso, solo qualche intervallo qua e là e unicamente per cause di forza maggiore.

Cosa ti porta a tramutare in parole scritte i tuoi sentimenti, i tuoi pensieri, il tuo vissuto?

Credo che l’arte in generale sia, oltre che un modo di esprimere se stessi, la risposta al bisogno, più o meno conscio, di esorcizzare il dolore e la morte rivendicando la nostra natura spirituale. Questo non significa che ogni scritto parli necessariamente di questo. Per me scrivere è di fatto, aldilà delle velleità letterarie, un bisogno irrinunciabile che arriva e ti travolge; le parole arrivano dalla pancia e solo dopo raggiungono la mente e il cuore. Posso dare così forma al mio sentire più profondo perché il compito della scrittura è di dare un senso alla vita. Tutto ciò non è facile, e neppure a volte così spontaneo come si potrebbe pensare; è certamente un atto creativo, ma presuppone umiltà e disciplina, come tutte le arti.

Un anno fa hai pubblicato Kairos con Giraldi Editore. Cosa ti ha portato a rendere “noti” i tuoi versi?

La necessità di gridare al mondo un dolore e di ribadire la potenza dei sentimenti. Ritengo che possa essere così per tutti quelli che scrivono versi. Ti senti travolta dalle esperienze della vita e fuori di esse quando ormai puoi guardare, con attenzione e con distacco, la tua gioia e sofferenza oggettivandola nei versi, in una volontà di ricomposizione, risolvendo così il contrasto tra arte e vita.

Cosa provi a distanza di un anno?

Molta serenità e contentezza per gli attestati di stima dei miei lettori e anche di qualche critico. È stato l’inizio di un cammino e, se tornassi indietro, riscriverei tutto esattamente nello stesso modo. A tal punto che non solo continuo a scrivere con regolarità cose nuove, ma sto traducendo questa raccolta già edita in lingua inglese in quanto esistono delle possibilità di poterla pubblicare con un editore anglosassone.

Perché  “Kairos”?

Il significato di questa scelta è spiegato, seppur sinteticamente, nell’introduzione del libro stesso. La scelta è caduta su questo titolo perché in una sola parola esprimeva un concetto di qualità del tempo e dell’esperienza in esso vissuta. Kairos [καιρός] è una parola che nell’antica Grecia significava “momento giusto o opportuno” o “tempo di Dio”. Gli antichi greci avevano due parole per definire il tempo, kronos e kairòs. Mentre la prima si riferisce al tempo logico e sequenziale, la seconda significa “un tempo nel mezzo”, un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade. Ciò che è la cosa “speciale” dipende da chi usa la parola. Pertanto chi la utilizza definisce la cosa, l’essere della cosa. Chi definisce la cosa speciale definisce l’essenza peculiare della cosa stessa. È quindi proprio la parola, la parola medesima che rende comprensibile la natura unica dell’esperienza. Mentre kronos è quantitativo, kairòs ha una valenza qualitativa. Nella lotta tra kairòs e kronos, kairòs è sempre perdente. È con questa perdita che la parola cessa.

Dalle tue poesie si evince che l’amore fa più soffrire che gioire…

Grazie a Dio non è così, anche se penso che tutti noi abbiamo sofferto, almeno una volta, per amore. La poesia nasce dall’adesione alla vita e si risolve sempre in un atto d’amore per la vita. Ma in che modo il poeta, lo scrittore può darci il senso della vita? Parlandoci della sua stessa vita. Pasternak diceva che “il cuore agisce nella sfera del piccolo, ed è grande proprio perché agisce nella sfera del piccolo”. Quindi un poeta non può che tentare di dar forma al piccolo mondo che gli è proprio, e quanto più riesce a renderlo in quel che ha di particolare, di singolare, d’irripetibile e in definitiva di unico, tanto più potrà sperare d’interessare gli altri.

Quale delle poesie di Kairos racchiude più dolore e quale più felicità?

Difficile scelta. Sai, è come dover scegliere un figlio piuttosto che un altro. Vorrei che fossero i lettori a decidere ma, se proprio devo, ritengo che l’acme del dolore sia racchiuso in Giorno d’inverno, la felicità dell’amore è ben espressa in Cento volte, mentre quella per la vita è stata suggerita spontaneamente dall’editore per la quarta di copertina.

Quale invece piace di più a Cinzia Luigia. E perché?

È quella che apre la raccolta poetica, cioè Seme. Per tante ragioni e le più disparate. Perché ricordo vividamente e con esattezza quando la scrissi, perché fu scritta subito così e non fu variata, perché arrivò come una folgorazione. In ultimo, perché tutto sommato racchiude tutto il senso del percorso poetico di Kairos.

Pensi che nella poesia sia più importante lo stile o il contenuto? Meglio: quando scrivi una poesia punti più sulla forma o sul contenuto?

In una poesia sono importanti entrambi, non saprei dirti se in ugual misura. Personalmente m’interpella di più il contenuto, nel senso che sono convinta che l’emozione esistenziale sia l’essenza della poesia; la forma, lo stile e la metrica vengono perfezionati successivamente, con un eterogeneo ma molto preciso lavoro di cesello e limatura che tutti coloro che scrivono versi ben conoscono. Lo studio universitario della letteratura inglese mi ha portato ad una conoscenza teorica importante, ma soprattutto la traduzione è stata una palestra fondamentale in questo senso.

Quali sono i tuoi progetti letterari attuali?

Il mio romanzo Sogno amaranto è già pronto per la pubblicazione. A maggio ho finalmente ultimato l’ultima stesura e sarà verosimilmente pubblicato nel 2010. Lo stesso dicasi della mia seconda silloge Dies Natalis che nel 2009 è entrata nella rosa dei quattro finalisti del Premio Pensieri d’inchiostro indetto dall’editore Giulio Perrone, e poi — last, but not least — la versione inglese di Kairos. Nell’attesa che tutto ciò avvenga, sto alacremente scrivendo il mio secondo romanzo del quale non parlerò ora, semplicemente perché è in corso d’opera.

Stai trovando difficoltà nel reperire un editore? Cosa pensi dell’editoria italiana moderna?

Non è stato troppo difficile avere dei riscontri positivi, devo dire. La cosa difficile è scegliere in maniera adeguata e dignitosa. Il mercato editoriale in Italia è variegato e per uno scrittore esordiente è come affrontare una vera avventura nella giungla, nel senso che le indicazioni sono scarse e ingannevoli. Inoltre, ti assicuro che non mancano i tranelli. Per contro, in veste di collaboratrice di comitati editoriali di alcune case editrici, posso anche capire gli editori sommersi da manoscritti di ogni tipo e fattura. Non ti nascondo che spesso mi stupisco di alcuni miei compagni di scrittura che non leggono mai nulla degli altri esordienti. Se tutti gli scrittori esordienti e sommersi e i loro amici leggessero regolarmente almeno qualche libro pubblicato dagli altri colleghi, presumibilmente l’editoria italiana non avrebbe tutte queste sfaccettature penose; ci sarebbe più confronto dialettico e scambio culturale, il mercato editoriale degli esordienti acquisterebbe più forza e magari le cose cambierebbero in meglio. Noi saremmo più solidali e compatti e magari gli editori verrebbero incontro a noi e non saremmo solo noi a doverci piegare a questo mercato editoriale capestro. C’è forse anche un po’ di egocentrismo tra i nuovi autori? È una domanda che mi pongo ed anche un appello che sto lanciando.

L’Italia pullula di concorsi letterari. Credi che siano realmente utili?

Realmente utili è troppo, utili è sufficiente, direi. Non sono contraria a prescindere: come per gli editori anche qui va fatta una scelta attenta, e del resto molto personale. I concorsi rappresentano sicuramente un trampolino di lancio per i neofiti della poesia e della narrativa. Totalmente diverso è il discorso per i premi letterari notissimi, dunque di dominio delle grandi case editrici, con una logica di mercato totalmente differente.

Credi che la poesia sia in crisi oggi? Se sì, perché?

La poesia di per sé non è in crisi e non lo sarà mai, semplicemente perché la poesia è connaturata con l’animo umano, quindi in quanto tale non potrà scomparire. In questo senso ho molto apprezzato il film Poesia che mi guardi di Marina Spada che ho piacevolmente visto a Milano lo scorso novembre. Esso non è solo un ricordo della iniquamente dimenticata poetessa milanese Antonia Pozzi, ma è ottimamente attualizzato nel presente e nella mia città natale. Ecco che si possono cogliere molti spunti di riflessione sulla necessità della poesia non solo scritta, ma anche letta, nella nostra realtà e quotidianità moderna.  Certo è in crisi la lettura, e quindi la vendita di libri di poesia, dato che circola di tutto sia in libreria che su internet e perché, in questo mondo di lustrini e di paillettes, è più trendy trascorrere il tempo in modo leggero e superficiale.

Se tu avessi il triste incarico di scegliere di mantenere in vita la Prosa o la Poesia chi salveresti?

La Poesia, senza ombra di dubbio.

Perché?

Semplicemente perché è un canto dell’anima che non tramonta mai; è una chiamata di Dio che ti dice di usare le parole del cuore per testimoniare l’immortalità della nostra anima. Anche nella narrativa esistono i capolavori e le pagine immortali, ma la prosa può essere dominio di tanti, se non di tutti. La poesia è una chiamata. È elezione di pochi per il bene di ognuno, anche di quelli che non la leggono mai.

Quali poeti credi di dover ringraziare per averti invaso con la loro poesia e quindi anche, per cosi dire, influenzato?

Ci sono tre dimensioni: quelli dell’infanzia e adolescenza, quelli inglesi e quelli dell’età adulta. Quelli della prima gioventù — principalmente Ungaretti, Cardarelli, Quasimodo e Montale — hanno tracciato il cammino dell’introspezione e dell’amore per il verso. I secondi, quelli inglesi, — tra tutti Shakespeare, W. H. Auden, e il contemporaneo nobel irlandese Seamus Heaney — sono stati materia di studio, ma anche riflessione profonda su un altro linguaggio con il quale confrontarsi. In ultimo, quelli dell’età adulta  che, devo dire, sono principalmente donne; per par condicio citerò solo un’italiana contemporanea, purtroppo scomparsa recentemente: Alda Merini, accompagnata dalle ottocentesche sorelle inglesi Brontë, vissute nella solitaria e selvaggia brughiera dello Yorkshire che tanto amo, avendoci trascorso tempo e quindi conosciuto persone care, ai tempi dell’università.

Alcuni dicono “La poesia fa soffrire. Scrivere è soffrire.” Ci sono delle volte in cui dici “Non scriverò mai più”?

È difficile vivificare la materia, ma questo è il compito dello scrittore (e degli artisti in genere); dunque esiste la frustrazione della pagina bianca, questo sì. E la sofferenza di non riuscire ad esprimere esattamente il mio pensiero, rendere credibile, anzi necessario, quanto raccontato, sia esso in poesia o in prosa. Far vivere il sentimento che produce le mie parole: ecco la grande difficoltà che può produrre sofferenza. C’è poi la sofferenza della scelta di scrivere, il non venir compresi, se non addirittura osteggiati: in questo senso la via della scrittura è una scelta dolorosa che comporta un prezzo da pagare per il coraggio necessario e per la responsabilità verso se stessi e il mondo. Ma la scrittura, poetica e non, di per sé non fa soffrire, semmai il contrario, perché egregiamente salva l’anima.

Vorresti quindi che tua figlia diventasse una poetessa o una scrittrice o preferiresti che fosse più razionale, con una mentalità scientifica, magari che diventasse una professoressa di matematica?

Ahimè o no, mia figlia ha già una mentalità scientifica e una propensione per la matematica molto spiccata, e questo è un dato oggettivo con tanto di voti in pagella che lo dimostrano. Detto ciò, anche se diventasse una professoressa di matematica, ci potrebbe stare la poesia, sia scritta che letta. A mo’ d’esempio mi sovviene il poeta William Carlos Williams, di professione medico e affermato poeta, così come il sopracitato film Poesia che mi guardi nel quale un componente del gruppo H5N1 (un gruppo di poeti di strada che vive a Pavia e opera dal 2005) è uno studente di medicina ed espone un pensiero sull’utilità della poesia anche e soprattutto per un medico. Quindi, essendo la poesia una condizione dell’anima, può contagiare chiunque, indipendentemente dalla professione svolta. Ti ricordi il grande Troisi ne Il postino? “La poesia non è di chi la scrive, la poesia è di chi gli serve!”.

Credi che ci saranno dei poeti che saranno considerati CLASSICI tra qualche secolo? Tu per esempio?

Non scherziamo con i classici. Essi non perdono nulla della loro validità nel tempo per la naturalezza dell’espressione che li rende eterni. Non sono reperti archeologici da museo ma pietre vive perché, se continuiamo a leggerli, significa che sono libri eterni. Esiste una selezione naturale anche in letteratura che determina un classico. E dunque, per quanto riguarda me, concluderei dicendoti: ai posteri l’ardua sentenza.

Chi è in definitiva Cinzia Luigia Cavallaro?

Una donna in cammino che, con l’animo già immerso nell’eternità — esattamente come tutti noi — ogni momento scruta il proprio cuore e quello altrui e si domanda il senso di questa nostra breve passeggiata terrena e nel frattempo, per ingannare l’attesa, prende appunti.

Per concludere, posso chiederti qual è la poesia che più ami?

Sono tantissime, sai. Ma ritengo a dir poco doveroso citare quella che mi folgorò a dodici anni e che fu il mio battesimo poetico: si tratta dell’ermetico Ungaretti e della sua Mattina del 1917. Di fatto è stata una vera e propria illuminazione che non mi ha ancora abbandonata. Per ricordare l’eternità della poesia, permettimi di concludere con una lirica il cui primo verso è il titolo di un’antologia poetica dell’editore Aletti dove è stata inserita la mia poesia Seme, di cui ti ho parlato poc’anzi. Ecco, voglio salutarti dedicando e te e a chi leggerà questa intervista la lirica Eterno del mio amato Ungaretti:

Tra un fiore colto e l’altro donato

l’inesprimibile nulla.

E a te il mio ringraziamento per le domande che mi hai posto e per la tua disponibilità.

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