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Late in the season

Late in the Season

The first dense fog this morning, everything
indistinct. Small birds

flitting among stones at the waves’ edge; last night
along laneways and in the meadows,
heavy tractors laboured on, their headlights flaring;
among the sand dunes rabbits

played with cloudshadows from the moon; now a fox
in her potched, gold-chestnut fur

scents out her lost escape-ways through the lopped-down grass;
I have been picturing

a straight and solitary figure pacing the roads and shoreline
as if washed up onto the world

like jetsam flung by the breaking reach of the waves,
who has words to offer, words

in an antique language beautiful as moonlight and sharp
as the teeth of the mowers,

while the world feels for him, offering
unwanted coin.

 

Prima la poesia che sembra un canto a due voci e poi qualche rigo per dirvi che l’autore di questa poesia è il poeta irlandese John F. Deane. Irlanda e Italia terre sorelle di poesia. È un autore che vi consiglio di conoscere perché merita davvero.

David and me

Ho letto David Copperfield a Londra negli anni ’80 perché rientrava nel piano di studi.  Ho dovuto leggerlo più volte perché, in lingua originale, non era un testo facile e di pronta comprensione. Di certo mi ha costretta ad andare oltre il significato del testo ed è stato un utile esercizio per comprendere che cosa fosse un romanzo. In questo testo c’è la vita nel suo primo significato, e dunque mi ha sbalordito, commosso e anche divertito. Erano buffi e quasi esilaranti Mr. e Mrs Micawber e, per contro, strazianti le pagine della morte della mamma di David. Alla fine il bene ha la meglio e, per questo e non solo, si sono spesi fiumi di parole sulla convenzionalità dei sentimenti di Dickens e sul suo moralismo. Io non sono d’accordo su questa definizione: l’ho apprezzato molto perché appartiene a quegli autori classici che possono trasmettere solo valori eterni, al di là della collocazione temporale e della società dell’epoca. Piuttosto, lui conosceva molto bene le zone d’ombra della vita e le sapeva descrivere con grande maestria.  È una scrittura, la sua, che ti travolge; e mentre leggi non ti rendi neppure conto di come racconta la storia, a meno che non si sia costretti ad un’analisi testuale come quella che feci per esigenze di studio.

E meno male, perché una cosa l’ho capita, allora così come nelle ormai passate settimane di vacanze estive nelle quali l’ho riletto a tratti: lui era davvero un Autore, dunque uno scrittore con stile cristallino, unico e profondo. L’altra cosa è che, leggendo con attenzione un testo simile, arrivati alla fine si capisce di avere tra le mani un Romanzo vero, appunto anch’esso con la lettera maiuscola. Memorabile. E utile per chi scrive. Se capisci e apprezzi un libro così, ti è ben chiaro com’è strutturata e narrata al meglio una storia e perché si scrive:

It is no worse, because I write of it. It would be no better, if I stopped my most unwilling hand. It is done. Nothing can undo it; nothing can make it otherwise than as it was. [vol. 3; pag. 21]

Io e Virginia Woolf

Ricorrendo domani il compleanno di Virginia Woolf, mi piace postare un articolo per ricordarla. E voglio per prima cosa collocarla in un punto preciso della mia vita, epoca della foto che mi ritrae in compagnia di un’altra estimatrice della scrittrice sicuramente molto seguita negli anni ’80.

In questa foto non sto sfogliando un libro suo, ma era l’epoca in cui lessi molti suoi libri per riprenderli poi in lingua originale a Londra qualche anno dopo. I libri a me più cari della scrittrice sono Una stanza tutta per me così come Il diario di una scrittrice. Sono testi senza tempo perché sempre sono rintracciabili le dinamiche della scrittura per una donna. Ribadisco: per una donna. Cambiano i contesti, ma pare che queste restino invariate nel tempo. E’ certo ben nota per il suo femminismo,  ma il suo è più esplicito nei saggi e nel diario, dove si esprime come preoccupazione per gli effetti psicologici provocati dalle strutture sociali, con un’interiorizzazione della autorità patriarcale che sussiste anche quando tale autorità reale è indebolita. E’ particolarmente sensibile agli oscuri tabù ed ai fantasmi affettivi, come quello che immagina dietro di sé scrivendo la sua prima recensione, che le consiglia di non essere severa giudicando un libro scritto da un uomo.

A quel punto la Woolf cessò di essere nella mia mente un’impersonale creatrice di raffinate opere di narrativa, e divenne una figura più ampia e interessante: praticante di un’arte che cela l’arte, scrittrice elegante, senza dubbio, ma che, ciò che più importa, era in grado di scrivere con passionalità riuscendo a non farsi sopraffare da essa ed anzi a volte cercando di nasconderla. Anche se i suoi romanzi possono funzionare da soli, la loro piena risonanza interiore emerge quando sono  visti in un contesto più ampio, quello della sua esperienza e delle sue idee. Il talento di Virginia si irradia da un nucleo centrale fatto di forza e di vulnerabilità, di autoconsapevolezza e risentimento, di fascino e di rabbia, e si esprime in forme così varie che considerarla grande solo come autrice di romanzi non è abbastanza; e perciò, volendo significare l’ampiezza di respiro della sua opera (e in seguito della mia ammirazione), la definisco una donna di lettere.

Certo, la sua biografia è un’allegoria di come non vivere: periodicamente impazziva ed alla fine si annegò. Ma il fatto che Van Gogh si tagliò un orecchio o che la Woolf si gettò nell’Ouse, anche se elementi innegabili del dramma, non ne sono il dato più determinante, nella misura in cui non lo è il fatto che Amleto muoia in un duello alla fine del dramma di Shakespeare. In effetti la grande tentazione della nostra epoca è prendere il suicidio come prova del genio e esaltare come “più creativi” gli scrittori più nevrotici. Io invece penso sia una disgrazia in più di un senso il fatto che alcune tra le più grandi scrittrici di questo secolo ― si pensi alla Plath e alla Sexton, oltre che alla Woolf ― si siano uccise. Propenderei a riflettere meno sulla disperazione e più sul recupero di una storia letteraria femminile.

Nonostante i suoi limiti dovuti alla malattia, fu una scrittrice molto produttiva. Era come tutti, ma diversa da tutti. Una donna che anelava alla normalità pur combattendola nelle sue iniquità. Una donna di lettere dall’animo sensibilissimo e dalla perspicacia e acutezza di pensiero, Adeline Virginia Stephen in Woolf, il cui primo ricordo fu un vestito della madre. Dalle biografie ne esce una donna che spendeva tutte le sue energie ad occuparsi degli altri, possedeva d’istinto l’arte alla dolcezza, sapeva intuire anche senza parole quando il suo aiuto era necessario, e non c’è da stupirsi che tutti s’innamorassero di lei. Poliedrica dunque, e questa consapevolezza esce bene nel suo romanzo più ambizioso, The Waves dove mira a ritrarre sei individui come aspetti di un unico essere. La ricerca della continuità è insomma il suo marchio di fabbrica come scrittrice.

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