Cécile

Ogni tanto fa bene alla mente e al cuore leggere romanzi classici dell’Ottocento. Ci trasportano in una dimensione temporale e fisica totalmente differente da quella dei nostri tempi. In primis, ci fanno notare la nostra mancanza di lentezza, il rapporto con la natura e l’ambiente circostante; e quanto tutto questo abbia favorito l’introspezione, l’auto-analisi e la spiccata consapevolezza dell’interiorità.

Non conoscevo Theodor Fontane fino a qualche settimana fa. È stata una piacevole scoperta grazie al gruppo di lettura al quale partecipo da settembre.
È sicuramente un autore capace, con il quale ho curiosamente scoperto di avere alcuni punti in comune: la permanenza a Londra per quattro anni (nel suo caso tra il 1855 e 1859); l’attività letteraria più intensa dai cinquant’anni in poi e, nel caso del romanzo Cécile, il medesimo finale di Sogno amaranto. Certamente però, il pensiero maggiormente condivisibile, è la sua convinzione che

quel che conta è l’essere e non il parere.

Valore totalmente controcorrente rispetto ai modelli di vita moderni, che andrebbe al più presto recuperato.
Ritengo che questo romanzo sia eccessivamente lento in tutta la prima parte e con troppi riferimenti storici e sociali, tanto che è ben rifornito di note a piè di pagina. Ma, per spezzare una lancia in suo favore, posso affermare che questo testo ci induca alla riflessione sull’inutilità del giudizio umano. Già allora, e da sempre, si preferisce etichettare anziché conoscere veramente le persone. Meglio non avventurarsi nell’esplorazione onesta e faticosa dei sentimenti e dell’animo altrui.

Ad una prima superficiale lettura, questa storia sembrerebbe una intricata situazione sentimentale, con una WP_20151101_17_26_59_Proprotagonista fragile, giocoforza sottomessa alla morale del suo tempo.

In verità, io credo che si tratti piuttosto di un sondaggio psicologico, molto accurato, sulla difficoltà di essere autenticamente se stessi. Peccato che il ritmo sia davvero molto lento e che l’intreccio inizi a dipanarsi solo al capitolo diciannovesimo, ben oltre metà libro.

Nonostante ciò ne ho apprezzato la lettura, ritrovandovi delle affermazioni intramontabili, così come nella sua essenza è immutabile la vera natura dell’animo umano. Concludo quindi con le parole dell’autore:

È infatti la superbia che rappresenta il male vero e proprio, la fonte di tutti i mali, quasi ancor più dell’avarizia, ed è quella che ha portato anche gli angeli alla rovina. Ma tra la superbia e l’umiltà c’è una terza possibilità, che fa parte della vita: il semplice coraggio.

 

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