Sonetto di Capodanno

Solo per oggi continuo sul tema del tempo e, non contenta, giro ancor più il dito nella piaga. Ma poi dai prossimi articoli cambierò registro, anche perché nella quotidianità tempus-fugitdell’anno si attivano altri temi e pensieri.

Godetevi questo sonetto del maggior poeta spagnolo, eguagliabile al nostro Dante per liricità, e unico nel suo genere per la vena satirica che lo contraddistingue in alcune sue poesie.

Va riletto Quevedo di questi tempi, e sarà una mia lettura del 2014, per il senso della corruzione morale che accompagnava anche il suo tempo.

Tutto questo sonetto è costruito su un crescendo di versi desolati che riflettono sulla brevità. Un monito e uno sprone per non lasciarci andare, ma mettere a frutto al meglio il nostro tempo.

RAPPRESENTA LA BREVITÀ DI QUANTO SI VIVE

Ehi della vita! Nessuno mi risponde?

Qui del passato, che ho vissuto:

la fortuna il mio tempo ha morsicato,

l’ore la mia stoltezza le nasconde.

 

Senza poter saper come né donde

la salute e l’età sono fuggite!

Fugge la vita, vissuto è il presente,

né v’è calamità che non mi sfiori.

 

Ieri è passato, Domani non è giunto,

l’Oggi sen va senza fermarsi un punto;

sono un fu, un sarà ed un è stanco.

 

Nell’Oggi, nel Doman, in Ieri unisco

fasce e sudario e così rimango

presente successione di defunto.

 

(Francisco Gomez de Quevedo y Villegas, Traduzione di G. Bellini)

 

 

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