Intervista su Dies Natalis e non solo…

Dopo aver recensito il mio libro di poesie Dies Natalis, ringrazio Lorenzo Spurio che mi ha invitato a rispondere ad un’intervista che trovate qui di seguito. È stata pubblicata su Blogletteratura e Cultura   e mi auguro vi possa interessare.

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

CC: Il titolo si rifà all’idea cristiana della nascita nella Luce, in Cristo, il giorno della morte; per i santi, ma anche per tutti i credenti che morendo lasciano sulla terra il corpo (con cui si ricongiungerà alla fine dei tempi) mentre l’anima nasce a vita nuova nel Cielo, con Dio. E’ per questo che viene scelto il giorno della morte per ricordare i santi riferiti nel calendario.  In verità, le mie liriche spaziano in modo molto libero sul tema della morte, ma l’idea centrale di essa come resurrezione nella luce è il filo conduttore di tutta la raccolta poetica.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CC: Inizio dalla fine, dunque dalla seconda domanda, confermando di essere della tua stessa idea anche perché negherei l’ovvio, nel senso che anche se uno scrittore raccontasse una storia a lui totalmente estranea e completamente inventata metterebbe comunque il suo vissuto inconscio, pertanto autore e storia non si possono mai scindere completamente. In poesia le cose funzionano un po’ diversamente in quanto, non essendo uno scritto lungo e con un impianto narrativo ben preciso, è la totale osmosi con il mondo visto attraverso lo sguardo del poeta che parla, perciò è pleonastico dire che c’è tutto del poeta nei suoi versi. Riguardo a Dies Natalis c’è tutto di autobiografico perché le poesie ricordano persone scomparse a me care oppure i versi parl ano totalmente di me.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CC: Sono tanti, svariati ed antichi. Sono cresciuta con gli autori del novecento e la mia prima e fondamentale formazione sì rifà all’adolescenza e alla gioventù, perciò i poeti che ha dato l’imprinting in poesia sono stati gli ermetici Ungaretti e Quasimodo piuttosto che Montale e Cardarelli. Poi ho proseguito con altri generi e spaziato in letterature straniere ma tutto è iniziato da lì. Ho amato Dante come Shakespeare anche perché è stato materia di studio all’università. E negli ultimi anni mi sono sentita molto attratta dai versi di Alda Merini e di Wislawa Szymborska.  Lo stesso in modo speculare vale per la narrativa: ho divorato Cassola, Pavese e Buzzati da quindicenne per poi seguire man mano i maggiori autori dei decenni successivi. Ugualmente ho dovuto e voluto leggere letteratura inglese e qui, a parte Oscar Wilde, David Lawrence e William Golding amo di più la letteratura femminile partendo dalle sorelle Brontë per finire con Doris Lessing, con tutto quello che ci sta in mezzo.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual’è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CC: È piuttosto curioso dirti che, quasi come segno del destino, il libro che ho amato di più è Cime tempestose di Emily Brontë che scoprii e divorai a quattordici anni di nascosto dai miei genitori. La copia del libro era in casa ma la scoprii solo a quell’età; i miei genitori non ritenevano che io la potessi ancora leggere ed evidentemente il senso del proibito ha acuito ancor di più la curiosità. Di fatto è stata un’assoluta folgorazione che mi ha fatto capire cos’era un romanzo dalla struttura complessa con una storia così unica. Mi ha affascinato il fatto che i sentimenti descritti fossero così forti e reali tanto che la natura umana è stata completamente eviscerata esattamente così com’è con una narrazione poetica ed intensa; assolutame nte realistica sebbene intrisa di sogno e di mistero. Insomma, lo ritengo un capolavoro che ha avuto la capacità di far nascere in me il desiderio di scrivere. Sul versante poetico è un po’ difficile fare una scelta assoluta, ma se proprio lo devo fare opto sicuramente per Alda Merini.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CC: Non sei il primo che mi pone questa domanda e posso dirti che essendo una lettrice onnivora e versatile non riesco davvero ad identificare uno o più autori che possono aver contribuito in modo reale a formare il mio stile. Quando scrivo non ho in mente il libro di un altro che ho già letto, ho in mente un lettore ideale al quale voglio raccontare una storia unica narrata con parole completamente mie. Quindi io credo che bisogna distinguere il proprio stile dagli autori più amati: se scrivi veramente gli autori che hai più amato sono presenti nella tua formazione ma non come autori da emulare.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CC: Non ho mai collaborato con nessuno ed è un’esperienza che mi manca. Avevo un progetto di questo tipo ma è rimasto in fase embrionale anche perché c’è una distanza fisica piuttosto importante con l’altro autore e poi perché sono molto impegnata con la scrittura di un mio testo che voglio concludere quanto prima. Devo dire che la cosa mi affascina molto ma la lascio tranquilla, almeno per ora.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CC: Penso che le poesie di Dies Natalis siano adatte a tutti i lettori adulti amanti della poesia contemporanea. Diverso è il romanzo che ha avuto maggiori riscontri dalle lettrici, anche se alcuni lettori maschi mi hanno inviato feedback del tutto positivi. 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovata con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

CC: Niente da dire con l’editore che mi ha proposto di pubblicare le poesie nella collana Plaquette diretta da Giulio Maffii. Ricordo ancora la mia felicità mista a stupore quando lessi la sua proposta via mail. Il Foglio Letterario è un editore che, insieme a molti altri sulla stessa linea, non possono che essere considerati una benedizione per gli autori che vogliono dare alle stampe le loro opere.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

CC: Tutto concorre a formare e arricchire il percorso di un autore. Peccato che i premi non siano tutti così trasparenti, le opere concorrenti tante e non tutte forse lette con la dovuta calma e attenzione, le tasse di scrittura quasi sempre richieste e non so quanto realmente necessarie. Sullo stesso binario i corsi di scrittura dei quali esistono molte forme e che bisogna poi scegliere con attenzione. Una base è importante ma, alla fine, è la necessità quasi compulsiva della scrittura e la scoperta della propria personale voce che devono avere la meglio e, in questo senso, non c’è corso di scrittura creativa che tenga.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CC: Importantissimo e per me vitale. Mi dispiace che io riesca a gestirli solo in modo virtuale per mancanza di tempo ed anche che, alcune volte, raccolgo deludenti esperienze di infantile invidia che francamente non concepisco. Se si è tranquilli nella propria arte non può che esserci dialettica, scambio e vicendevole arricchimento.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

CC: È noto che scrivere è sempre un po’ riscrivere, non nel senso che si rimaneggiano testi altrui già noti, ma piuttosto perché tutto quanto è stato letto rimane nella mente e in qualche modo si ricollega a quello che si andrà a scrivere. Questo non è un pensiero nuovo ma che ritengo del tutto condivisibile, tant’è che, per citarne uno solamente, l’amato Cesare Pavese della mia gioventù, ha affermato: “Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma”. Il passo successivo può diventare la nostra scrittura.

LS: Hai in cantiere nuovi lavori e progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

CC: Sto lavorando al mio nuovo romanzo intervallato da racconti quando sento l’esigenza di scriverne. Nel frattempo mi tiene compagnia la mia quasi quotidiana scrittura poetica che mi piacerebbe proporre per una nuova raccolta. Il tutto non sarà nell’immediato.

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