Pier Vittorio Tondelli

A mo’ dei santi quest’oggi, anniversario della sua morte, voglio dedicare qualche riga a Pier Vittorio Tondelli, autore degli anni ’80, dunque della mia giovinezza.

Mi hanno sempre affascinato i suoi racconti e un libro al quale sono molto affezionata è “L’abbandono”, con sottotitolo “racconti dagli anni ottanta”. E’ un libro poliedrico come io credo fosse lui, un misto di sacro e profano, di elevazione dello spirito e carnalità. Come poi, in fondo, siamo tutti noi.

Potrei scrivere tante cose su di lui, e contribuire nel mio piccolo con l’ennesima critica al tal libro, o commento al tal scritto. Io credo che lui, oltre che con i suoi scritti letterari, abbia contribuito molto anche con le sue riflessioni sul mondo degli scrittori e sulla scrittura creativa in quanto tale, nascente e fiorente in quel periodo sopra citato. E’ nella mia biblioteca, un po’ ingiallito e vissuto, un libro edito da TRANSEUROPA dal titolo “Il mestiere di scrittore”. Per lui, un po’ come per tutti quanti ― chi più, chi meno ― la sua maturazione artistica è stata sofferta e difficoltosa. E per questo molte sue considerazioni mi hanno aiutato nei miei anni passati

Voglio qui trascrivere alcune riflessioni sulla scrittura che mi sembrano particolarmente illuminanti e vi rimando invece ad un link per gli approfondimenti di carattere più letterario.

Come saluto quest’oggi, nell’anniversario della sua morte, trascrivo solo le ultime parole scritte da Tondelli con mano evidentemente tremante di notte in ospedale nel retro della propria copia di Traduzione della prima lettera ai Corinzi di Giovanni Testori.

 

 

La letteratura non salva, mai. Tantomeno l’innocente. L’unica cosa che salva è la AMORE fede e la ricaduta (che è come il temporale) della Grazia.

Racconti dagli anni Ottanta


 

Ed ora riporto qui alcuni passaggi tratti da “L’abbandono”

La mia letteratura è emotiva, le mie storie sono emotive; l’unico spazio che ha il testo per durare è quello emozionale; se dopo due pagine il lettore non avverte il crescendo e si chiede: “Che cazzo sto a leggere?”, quello che capisce niente mica è lui, cari miei, è lo scrittore. Dopo due righe, il lettore deve essere schiavizzato, incapace di liberarsi dalla pagina; deve trovarsi coinvolto fino al parossismo, deve sudare e prendere cazzotti, e ridere, e guaire, e provare estremo godimento. Questa è letteratura.
“La letteratura emotiva è una letteratura di potenza.” Questo lo diceva un grande sballato di centocinquant’anni fa, Thomas de Quincey, che soleva distinguere in literature of knowledge e literature of power: la prima, la “letteratura di conoscenza”, che insegna; la seconda, “la letteratura di potenza”, che commuove.
E sembra che aggiungesse che il più piccolo e insignificante scrittore che commuove è superiore al più grande scrittore che insegna, perché questo con il passare del tempo diventa vecchio e si spegne, mentre l’altro esiste finché dura la lingua. E’ vero. Il nodo è tutto qui. La letteratura emotiva è quella più intimamente connessa alla lingua; la letteratura emotiva esprime le intensità intime ed emozionali del linguaggio; la letteratura emotiva è “scrittura emotiva”.

 


Speriamo di essere una piccola e insignificante scrittrice che commuove…
Grazie Pier Vittorio!

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