Cinzia Cavallaro presenterà il suo nuovo romanzo “Sogno Amaranto” al salone del libro di Torino

Michele Bruccheri intervista la scrittrice e poetessa lombarda che pubblicherà anche una raccolta poetica. Tra i suoi progetti, c’è anche quello di scrivere una raccolta di racconti.

Vigorosa e poetica, toccante senza mai cedere al patetismo. Una scrittura elegante, raffinata ed impeccabile, d’inesauribile fascino. Cinzia Luigia Cavallaro, è una brava scrittrice e poetessa lombarda. Traduttrice ed interprete, si è dedicata indefessamente allo studio approfondito della lingua inglese. Ha, inoltre, seguito diversi ed interessanti corsi di formazione nell’ambito della scrittura professionale, sia letteraria sia poetica. Conseguendo, poi, importanti e prestigiosi riconoscimenti. Insomma, un’artista di notevole calibro e di straordinario talento. Il suo nuovo romanzo “Sogno amaranto” verrà presentato, a maggio, al Salone del Libro di Torino. E in quella storica occasione, emetterà i suoi vagiti anche una pregevole raccolta poetica che contiene ben trentasette perle. Probabilmente lavorerà pure ad una raccolta di racconti. Ma ecco l’intervista integrale rilasciata a “La Voce del Nisseno”.

Nel maggio di due anni addietro hai pubblicato la silloge poetica intitolata “Kairos”. Me ne parli?

“Sì. Con l’editore Giraldi di Bologna ho pubblicato questa piccola ma significativa ed intensa raccolta il cui titolo è stato volutamente scelto per indicare un tempo poetico e di vita peculiare”.

Come è stata accolta dalla critica e dal pubblico? “Da un piccolo pubblico, ma con sincero interessamento; forse anche perché, essendo liriche il cui soggetto principale sono i sentimenti d’amore, è una lettura molto condivisibile. Riguardo alla critica ci sono  un paio di recensioni positive. Inoltre, non ho partecipato a molti premi letterari, senza dunque favorire un ritorno in questo senso, in quanto sono stata impegnata nella scrittura del mio romanzo”.

Dove l’hai presentata?

“Tu forse non ci crederai ma non c’è stata una presentazione ufficiale. E questa è un po’ la spina nel fianco per gli scrittori esordienti. Va benissimo pubblicare, ma c’è poi tutto un percorso successivo nel quale accompagnare l’autore che spesso manca, oppure è molto carente. Sono stata gentilmente accolta come ospite d’onore ad una presentazione di Quaderno di poesie del mio amico di blog e nella vita Cornelius Mine-Haha nel luglio 2008, una bella e intensa serata che ricordo con affetto”.

So che è già pronto il tuo romanzo “Sogno amaranto”. Qual è la trama? “E’ un romanzo scritto con una struttura binaria. C’è nella trama l’antico binomio di invenzione romantica di amore e morte, anche se i termini e le proporzioni sono totalmente modernizzati e attualizzati. E’ una vicenda bella, delicata, toccante. Non manca neppure di qualche parte intensa su piani diversi e nelle giuste proporzioni rispetto a tutta la storia narrata. Non dirò di più ora, ma lo potrete scoprire presto se lo vorrete leggere, in quanto è di prossima pubblicazione e sarà presente  tra le novità della Joker Edizioni a maggio, al prossimo Salone del Libro di Torino”.

Attendi di pubblicare anche una raccolta poetica, “Dies Natalis”. Di cosa si tratta? “Anche questa è in fase di pubblicazione e sarà al Salone tra le novità delle ‘Edizioni Il foglio letterario’  nella collana Plaquette. Come si può evincere dal titolo è una raccolta eterogenea che ha come tema la morte, ma non nel suo aspetto lugubre, bensì l’esatto contrario”.

Quante sono le liriche del volume? “Sono esattamente trentasette poesie”.

Complessivamente, quante poesie hai scritto? “Siamo nell’ordine del migliaio, ho colto l’occasione della tua domanda per fare l’inventario, ma temo che ci siano ancora un po’ di fogli sparsi qua e là, prima o poi salteranno fuori”.

Preferisci di più la prosa o la poesia? E perché? “Mi piacciono e mi sono necessarie entrambe e per ragioni diverse. La poesia è una chiamata e risponde nell’immediato con liriche strutturate in modo da rendere la scrittura più rapida, sebbene vi sia poi un lavoro di cesello e limatura che comporta una riflessione attenta e stilisticamente impegnativa del proprio scritto. La prosa, per contro, è un utile lavoro dell’inconscio e come tale risponde ad un’esigenza più profonda e articolata. Inoltre è senza dubbio maggiormente fruibile e non ha quindi lettori di nicchia come la poesia, anche se ho notato che ultimamente sta anch’essa interessando sempre più persone, e le più disparate”.

Quali scrittori o poeti hanno maggiormente influito nella tua arte? “Nell’infanzia e adolescenza i classici e un po’ tutta la letteratura italiana del ‘900. A seguire, anche per ragioni di studio, la letteratura inglese classica e moderna, diciamo tra Shakespeare e Doris Lessing, in lingua originale. Ma la mia prediletta è Emily Bronte anche se ha scritto un solo romanzo, Cime tempestose, per me un capolavoro. Lo divorai a sedici anni e lo rilessi più volte in lingua originale”.

Hai collaborato con il comitato editoriale della casa editrice Parole Sparse. Di cosa ti sei occupata? “Ho fatto parte per un anno del comitato editoriale, ma solo per la narrativa. Esperienza interessante e molto formativa della quale ringrazio Matteo Pugliares con il quale ho stretto una significativa amicizia, sebbene virtuale”.

Intensa è stata la tua attività come traduttrice-interprete. Concretamente, cosa hai fatto? “Nel campo letterario nulla, anche perché era la mia unica occupazione e fonte di reddito. Dunque ho seguito progetti più commerciali e ho svolto una normale attività di interpretariato. Ho avuto modo per un breve periodo di stare anche dall’altra parte della barricata come project manager in una grande agenzia di traduzioni di Milano”.

Nel 1999 hai tradotto parzialmente alcuni libri. Quali? “Ti stupirò, due libri di informatica editi da Apogeo: Open Sources Voci dalla rivoluzione Open Source a cura di Chris Di Bona, Sam Ockman e Mark Stone e Linux Maximum Security  La guida scritta dagli hacker per proteggere i  server e la workstation Linux”.

Mi hai davvero stupito! Senti Cinzia, so che hai soggiornato, negli anni scorsi, per lungo tempo a Londra. Quali sono state le tue esperienze formative e lavorative in quella città? “Riguardo al lavoro mi mantenevo gli studi e il soggiorno, e sono stati i più diversi. Quelli che ricordo con maggiore affetto sono quelli come infermiera ausiliaria nel reparto di oncologia cerebrale dell’Italian Hospital in Queen Square; successivamente come commessa nel grande magazzino Salisburys nella sempre affollatissima Oxford Street. E poi ci siamo divertiti da matti nella pizzeria Deep Pan adiacente al teatro St Martin in the Fields, vicino a Trafalgar Square. Una vera pizzeria internazionale, eravamo tutti studenti stranieri e lavoravamo come camerieri in compagnia di altrettanti clienti stranieri di giorno, in quanto turisti; invece inglesi e amanti della musica classica, che gradivano cibo italiano dopo il teatro, alla sera. Finivi il lavoro tra le 22 e la una di notte e alle sette del mattino eri già in piedi perché le lezioni iniziavano alle 8.30 spaccate. Oppure lavoravi dalle 11 alle 15 e poi correvi ai corsi pomeridiani. Altri tempi davvero. Per il resto, ero perfettamente integrata nel tessuto sociale londinese e ho avuto una lunga ed importante relazione con un ragazzo originario dello Yorkshire, e questo va specificato perché gli inglesi del Nord ci tengono a non venir confusi con i Londinesi, non sia mai! Peraltro lo capisci subito dal loro accento inconfondibile e dal modo di fare apparentemente duro ma cordiale”.

Qual è stato, in definitiva, il tuo percorso d’istruzione? “Ho seguito corsi di lingua e letteratura inglese, strutturati dall’università di Cambridge appositamente per studenti stranieri, fino al conseguimento del Diploma of English Studies con una specializzazione in traduzione”.

Hai ottenuto numerosi riconoscimenti letterari. Quali ricordi con più soddisfazione? “Alcune mie composizioni poetiche sono state pubblicate rispettivamente nelle antologie Poeti e Muse, Edizioni Lineacultura, nel 1992 e Città di La Spezia nel 1994. Nel giugno 1995 sono stata segnalata con la composizione poetica Drosera al Concorso Nazionale di Poesia Carnatese e a dicembre del medesimo anno ho ottenuto una segnalazione, al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “La clessidra”, con la silloge Primissimo Piano”.

Un premio importante e prestigioso è quello del 1994, allorquando hai presentato il racconto inedito “Gita al porto”. E’ vero? “Sì, mi sono aggiudicata il quarto premio, su 178 concorrenti, nella sezione narrativa della XVIª edizione del Premio Internazionale di Poesia e Narrativa della città di La Spezia”.

Che tipo di esperienza è stata quella di presidente della biblioteca civica di Bernareggio, in provincia di Milano? “Una esperienza significativa dove ho avuto modo di coordinare e collaborare con la commissione di gestione della biblioteca stessa organizzando incontri, eventi diversi, mostre, teatro, cineforum (nel 1983 erano seguiti), nonché il fondamentale compito della scelta dei libri da inserire nel patrimonio librario”.

Quali sono i tuoi migliori pregi, caratterialmente? E quali sono i tuoi peggiori difetti, se ci sono? “Vuoi che non ci siano? Iniziamo proprio da questi: è probabilmente un difetto la permalosità e la testardaggine, per citare solo i principali. I pregi? Immagino d’averne, ma dovresti chiederlo a quelli che mi conoscono. So solo che tendo a parlare poco o affatto su o di cose e persone, in generale, ma se mi chiedi espressamente un’opinione ti dico esattamente quello che penso. Questo mi ha fatto pagare prezzi altissimi nella vita, ma non è mia intenzione cambiare, anche perché non ci riuscirei”.

Cosa pensi dei giovani di oggi? “I giovani di oggi sono uguali a quelli di ieri e dell’altro ieri, alla fine è solo una ruota che gira. Certo ogni epoca ha i suoi pro e i suoi contro. Nell’ambito culturale, scolastico, sportivo e di scambi internazionali hanno molte più opportunità oggi che non quando ero giovane io, negli anni Settanta, per esempio. Ma faccio fatica a riconoscere nelle nuove generazioni quegli ideali e quei fermenti intellettuali, sociali e politici che mi facevano impegnare e infervorare. Il nostro naufragio generazionale è stato principalmente la tossicodipendenza, loro avranno da affrontare i demoni tipici dell’era della comunicazione, per dirne una. Anche la famiglia è molto cambiata nel tempo, e dunque anche gli equilibri famigliari e i punti di riferimento affettivi. Il lavoro rende difficile per loro programmare qualsiasi cosa. In effetti, non è facile crescere tra i video-games, le chat e i reality show, in famiglie più che allargate con un lavoro, precario se ti va bene. Li capisco”.

Quali sono i tuoi ideali irrinunciabili? “La libertà, l’amore, la pace, la dignità, il rispetto. Accompagnati dalla fede, fondamentale”.

Concludiamo con cinque aggettivi per l’Italia. Quali e perché?  “Cinque aggettivi non li ho da dirti. Faccio mie le parole di un altro e t’invito ad ascoltare Io non mi sento italiano di Giorgio Gaber. Io lo seguivo regolarmente al teatro Carcano di Milano. Io amo il mio paese e il mio popolo, sia ben chiaro, ma a volte mi prende la malinconia e la delusione. Lo sai che mi hai dato uno spunto interessante per una raccolta di racconti? Ci penserò. Se e quando sarà pronta te la farò leggere per primo. Promesso. E grazie”.

Michele Bruccheri

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