Un libro amico per l’inverno

Sogno-AmarantoNei giorni scorsi sono stata informata dalla Giuria del Premio Letterario Nazionale “Un libro amico per l’inverno” di aver ricevuto una Menzione d’onore con Medaglia GueCi per il mio romanzo Sogno amaranto.

Già sapevo di essere giunta in finale, quindi di essere stata selezionata nella rosa dei 36 autori finalisti scelti tra i 678 partecipanti.

Un ringraziamento sincero alla Giuria Lettori e alla Giuria Critici di questo premio – patrocinato dall’Unesco – che hanno speso il loro tempo e le loro energie alla lettura dei libri. Aggiungo inoltre le mie congratulazioni agli scrittori vincitori e finalisti, e un incoraggiamento a tutti gli altri affinché non demordano mai.

Se volete conoscere l’Associazione Culturale GueCi, presieduta dalla scrittrice e poetessa Anna Laura Cittadino, le varie attività e leggere il verbale di giuria, non dovete fare altro che fare clic qui.

Essere uno col tutto

Ascoltare questo brano tratto da Iperione di Friedrich Hölderlin recitato a voce alta è stata un’esperienza unica, che mi ha convinta a rileggerlo e meditarlo.

paceSaggio è ricordarci che nulla ci appartiene veramente e che tutto dovremo lasciare. La realtà che vive è di tutti e di nessuno. Questo pensiero ci allenerebbe ad un’assunzione di responsabilità totale del bene comune in ogni sua forma; in particolar modo delle altre persone, mettendo in pratica l’amore per noi stessi traslandolo nell’altrui realtà.

Saggio è silenziarci per contemplare il creato, la natura in ogni sua forma e contemplarla per amarla, e dunque rispettarla profondamente e concretamente.

Essere uno col tutto, questa è la vita degli dei, è il cielo dell’uomo! […] essere uno con tutto ciò che vive!

Saggio è questo modo di essere perché capiremmo meglio le luci e le ombre delle vite nostre e altrui. E perciò del mondo. Per cambiarlo. In meglio.

In questo momento storico così denso e pesante proviamo a dare valore all’arte, al rispetto, alla poesia, al sogno.

Oh! Un dio è l’uomo allorché sogna, un mendicante quando riflette; e quando l’entusiasmo è scomparso, egli è là come un figlio fuorviato, che il padre cacciò di casa, e contempla i miseri centesimi che la pietà gli diede pel suo cammino.

Allargare gli orizzonti per capire la nostra caducità e divinità ci fa sopportare il peggio. Ma soprattutto, come un piccolo seme sotto una coltre di neve, può trasformarci in encomiabili esseri consapevoli e senzienti .

Resta anche domani

if-i-stay-chloe-moretz-jamie-blackley-399x600Apparentemente Resta anche domani è un film solo per giovani ma è invece ricco di spunti di riflessione e di momenti densi di commozione per tutti. Una bella iniezione di fiducia in se stessi e il percorso verso la consapevolezza delle proprie capacità, sentimenti e desideri.

In me la visione ha scatenato un forte pianto e un’irrefrenabile tempesta di ricordi, perché mi ha costretto a riflettere sulla mia caducità, sulla nostra necessità di trascendenza ma anche sul valore dell’immanenza. Molte domande possono sorgere: che cos’è davvero una famiglia? Cosa è disposto a fare e a rinunciare un padre per i propri figli? Quanto è importante la disponibilità e il dialogo con una madre per un’adolescente? Quanto è difficile andare controcorrente? E quanto ci costa essere noi stessi fino in fondo?

Come in Tutto può cambiare la musica è nuovamente il collante e il background perché ha molta presa sui giovani, ma sottende un messaggio di ben altro spessore. Se ben visto e compreso da un pubblico adolescente, può rappresentare uno spunto di riflessione su come dare fiducia solo alle persone significative: in famiglia e fra gli amici e gli affetti più cari; quindi avere il coraggio di essere se stessi e di non seguire pedissequamente la massa. E ripensando alla mia gioventù, mi rendo conto che si tratta di una questione ricorrente in questa fase della vita (e non solo). Mi chiedo come Gayle Forman, l’autrice dell’omonimo romanzo di formazione dal quale il film è evidentemente tratto, abbia sviluppato e scansionato questo messaggio nel suo libro, e mi toglierò la curiosità leggendolo quanto prima.

Last, but not least: la provvisorietà e l’importanza dei sentimenti. Mi sovviene il versetto del Vangelo di Matteo: Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13). Ma attenzione: a mio parere il messaggio insito in questo film non è un semplice Carpe diem. È piuttosto un rispetto assoluto per la sacralità della vita e  una presa di coscienza della nostra unicità, avendo il coraggio di scegliere solo ciò che ci corrisponde profondamente, sia seguendo le nostre inclinazioni, che previlegiando il nostro valore di persone uniche ed irripetibili.

Niente spoiler, come sempre. Ma una cosa è certa: spesso Dio (per chi ci crede) o comunque la vita, decidono per noi. E se Mia, la protagonista, non fosse partita, non avrebbe verosimilmente potuto salvare, con piena consapevolezza, tutto ciò che le stava più a cuore: se stessa, Adam e violoncello.

Stop. Non aggiungo altro. E concludo in stile adolescenziale: Bello raga, ti stimo!

Roma, Antico Caffè Greco

Questo pomeriggio, sorseggiando un tè mentre leggevo un libro, ho ripensato al mio ultimo viaggio a Roma. Era aprile ed entrai in questo storico caffè letterario con molta 3f6291764bcbc2f22b1bf10dbe02e0f8emozione.

Avevo appena visitato la casa del poeta John Keats, a me caro e del quale conservo il ricordo della sua casa londinese a Hampstead. Ho ripensato a quell’epoca in cui gli scrittori, i poeti e gli artisti in generale erano soliti incontrarsi in un caffè e trascorrere insieme del tempo. Discutere e condividere pensieri e parole sull’arte propria e altrui.

Condividere. Parola molto attuale. Il pensiero corre giocoforza ai blog, ai social network e ai forum. Condividere. Così semplice e così immediato nel villaggio globale. Ma, spesso mi chiedo, dov’è finita la profondità, la qualità del messaggio? Il poter guardare in faccia le persone con le quali si condivide e si discorre. Scambiarsi un libro, leggere un proprio componimento. Avere dal vivo un riscontro immediato.

Ci sono momenti in cui vorrei tornare alla lentezza di quei tempi e alla loro autenticità.

Per un solo verso

Ho aspettato qualche giorno, dopo la notizia della morte improvvisa di Gianmario Lucini, per scrivere un pensiero di commiato.gianmario-lucini-10308361_10202989126080584_2658143461675411149_n1

Interdetta e basita, consapevole che in una situazione così qualsiasi pensiero e parola sembra stonata e fuori luogo, voglio ricordarlo. Solo un paio di giorni prima aveva inviato una mail commovente nella quale invitava a riflettere sulle ultime parole di Reyhaneh Jabbari.

Ci mancherà la sua poesia, la sua voce letteraria e non solo, la sua disponibilità, le sue iniziative, il suo impegno, la sua lucidità. Io voglio ringraziarlo pubblicamente per le opportunità che mi ha dato e per la fiducia che ha riposto in me e nella mia scrittura.

Voglio dedicargli un brano di Rilke, avendo nel cuore il dispiacere che si prova per un uomo speciale che ha lasciato un grande vuoto.

Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lontano, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo, a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si schiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Da “I quaderni di Malte Laurids Brigge” di R. M. Rilke

Jesus Christ Superstar

jesus-christ-superstarQuarant’anni. Tanto ho dovuto aspettare affinché il mio sogno di vedere Jesus Christ Superstar a teatro si potesse avverare. All’epoca ascoltavo il vinile, LP 33 giri. Preistoria.

Forse è stato meglio così. Ho avuto modo di rendermi conto meglio dell’attualità e della bellezza di questo musical.

È intramontabile la potenza della musica rock, alternata a pezzi di pura poesia, con le note e le parole:

The end…
Is just a little harder when brought about by friends
For all you care this wine could be my blood
For all you care this bread could be my body
The end! […]

In questa particolare edizione, sono state saggiamente e sapientemente utilizzate le moderne tecnologie per attualizzare e contestualizzare la storia. È stata di forte impatto, emotivo e morale, la galleria di fotografie che scorreva in background nella scena della flagellazione. In ugual misura, sebbene di diverso tenore, la girandola di giullare con il contorno di mascherine, ha reso sempre (e purtroppo) attuale l’esperienza della beffa e dell’immoralità. La satanica assurdità dell’inganno è espressa pienamente da Giuda. Non nella scena dell’impiccagione, ma in quell’urlo devastante, che scuote dentro, mentre lui si trova solo nel Getsemani.

Riguardo al Superstar, Maria Maddalena e Pilato, al di là dell’emozione di vederli sul palco in carne ed ossa come quarant’anni fa, penso che le voci di Ted Neeley, Yvonne Elliman e Barry Dennen siano addirittura migliorate negli anni. Non hanno perso il carisma e lo smalto, regalandoci un’interpretazione magistrale, alla faccia dell’età. Pleonastico aggiungere che altrettanto meritevoli sono tutti gli altri cantanti, orchestrali e ballerini. In particolare questi ultimi, indossavano abiti di scena in perfetto stile anni ’70, e mi hanno fatto pensare e ricordare la mia adolescenza.

Inevitabile il parallelo, e quindi anche il confronto, con una generazione in un tempo storico ricco di contraddizioni ma anche di fermenti positivi di ogni genere, che è stata comunque capace di sviluppare progetti creativi e propositivi in ogni ambito. E gli adolescenti di oggi, nativi digitali, un po’ allo sbando, in un’epoca ugualmente piena di contraddizioni, ma il loro atteggiamento è decisamente più passivo. Si muovono in un contesto storico-sociale peggiore, che li bombarda di modelli opinabili. Malati di tecnologia e non solo, sfuggono occasioni di crescita, creatività e sana socialità. Anche per colpa nostra.

Festeggiano Halloween senza neppure capirne l’inutilità e la connotazione negativa, mentre ieri sera, 31 ottobre appunto, il Teatro degli Arcimboldi, principalmente gremito di over 50, in una standing ovation finale di dieci minuti, applaudiva, cantava, ballava, si emozionava. Esattamente come quarant’anni fa.