Dire, Fare, Essere Poesia

Il titolo di questo post si riferisce ad un Laboratorio esperienziale di scrittura al quale ho partecipato quest’oggi; si è tenuto al MUDEC nell’ambito del Festival Internazionale di Poesia di Milano.

Quasi due ore molto intense e gratificanti. Ringrazio Milton Fernandez, direttore artistico del Festival, per averlo condotto con maestria e coinvolgimanto, così come gli altri nove compagni di viaggio.

Segue la poesia dedicata a questa esperienza.

Guardo la mia realtà
illuminante ed infuocata
cerco strade rincuoranti
mentre fuori e dentro
il nubifragio incombe.
 
Ad ogni respiro comprendo che io sono
spirituale e carnale
troppo poco immediata
troppo spesso meditativa.
 
Ricordo i passi di quest’oggi
il respiro, il corpo che mi parlava
gli occhi incrociati, le mani strette
un cerchio silenzioso e
anche un poco doloroso.
 
Abbraccerò ogni giorno
l’io bambino, ferito ma
lo ringrazio per avermi cercata
e ritrovata
determinata e folle
a cercar parole nuove
quotidiane e solo mie.
 
Nonostante le lacrime
sono felice
e l’anima canta
una melodia nuova.

Emicrania e guerra

Un’emicrania mattutina
insignificante
non paralizza
una giornata di Liberazione
il ricordo
dei racconti materni
nonne incanutite
che descrivono
la paura e il dolore
scolpite nella mente
indelebili segni
di ingiustizia, assurdo
patire e morire.

Sono morti
non dimentichiamolo
per una libertà
ormai scontata.
Quasi dovuta.
Non è così
lo sappiamo bene
ce lo ricorda
la storia
né antica né moderna
ce lo ricorda
l’assurdo
odio umano
il delirio di onnipotenza
la fame di potere cieco
l’ottusità del cuore
la mente offuscata
da un ego incandescente.

Un’emicrania mattutina
in una giornata
calda e solare
e che sarà mai
in confronto
al terrore, al dolore
di bambini
che sono andati avanti e oltre
generando noi.
Non possiamo
permetterci l’idiozia
ingiusta e sciocca
dell’oblio.

Un’emicrania mattutina
che esplode come una
bomba a tradimento
peggiora il ricordo
di tutti i nomi
e cognomi
occhi mani sorrisi
speranze, intenzioni
finite sotto terra
senza colpa
senza infamia.

E fa ancora più male.

Poetry for a change

While I was in London last week to visit the London Book Fair, I decided to attend the meeting Poetry for a Change which was held at the Poets’ Corner, introduced and moderated by Ali Richardson.

It was an hour of sheer delight in which I discovered a new way to use poetry for the wellbeing of people who are neither experts nor able to write and appreciate poetry.

A quote by Hafiz of Shiraz summarizes the main message of the meeting held by William Sieghart (founder of the National Poetry Day) and Jane Davis (creator of The Reader)

I wish I could show you, when you are lonely or in darkness, the Astonishing Light of your own Being!

How can it be done? I already knew that poetry can enlighten both our souls and lives, but I found out that there are some shared reading groups which can help the participants, after listening to poems read aloud, together with literature properly chosen, to express their deepest feelings, either joyful or sad. In addition, all the members of the group can share their own feelings with others so to be understood and cheered up, if necessary. In any case feel better, gradually recovered and innerly healed. Shared reading has been proven to promote better health and well-being, together with increasing social inclusion.

Of course, the poems must be chosen carefully and, for this purpose, it can be used the book The Poetry Pharmacy by William Sieghart.

I am considering of organizing such a group where I live and I will propose that experience at the library committee which I am a member of.

I also wondered which was the poem that I consider powerfully healing for me and I had no doubt in choosing it:

This lonely hill was always dear to me,

and this hedgerow, which cuts off the view

of so much of the last horizon.

But sitting here and gazing, I can see

beyond, in my mind’s eye, unending spaces,

and superhuman silences, and depthless calm,

till what I feel

is almost fear. And when I hear

the wind stir in these branches, I begin

comparing that endless stillness with this noise:

and the eternal comes to mind,

and the dead seasons, and the present

living one, and how it sounds.

So my mind sinks in this immensity:

and foundering is sweet in such a sea.

[L’infinito by Giacomo Leopardi]

(translated by Jonathan Galassi)

Quante cose?

Quante cose ci insegna una giornata come quella di Pasqua? Ad alcuni nulla, se non insegnamenti d’infanzia ormai dimenticati, oppure rifiutati. Ad altri poco o niente perché è una festa che a loro non appartiene per cultura o per scelta. Ad altri ancora qualcosa che si lega molto con un momento di ritrovo con amici e/o partenti, oppure l’occasione per staccare, o per andare al mare come succedeva negli anni settanta, nella mia infanzia, per farsi un giro e prenotare già l’albergo per le vacanze estive.

Eppure potremmo cogliere molti spunti di riflessione dai giorni della Pasqua, se li leggessimo come un romanzo, se guardassimo agli accadimenti così come sono; anche senza metterci troppa spiritualità credo che sia una storia che ci colpisce e ci interpella.

Questa mattina mi sono svegliata con questo pensiero e soprattutto con questa parola in testa: perdono. Quanto è difficile arrivare a dire in punto di morte, e di una morte così:

perdona loro perché non sanno quello che fanno.

Commovente. Ammirevole. Decisamente impegnativo per me che, certo non posso paragonarmi a Gesù che comunque in cuor suo sapeva che sarebbe risorto. Una bella speranza, direi quasi certezza. Soprattutto in questo tempo storico così costellato di tragedie e nella mia vita personale ultimamente ancor più toccata da lutti famigliari indiretti ma molto significativi.

E allora in questa Pasqua voglio tanto silenzio, ma sereno. E seppur nelle fatiche la ricerca del perdono, anche verso sé stessi. Ma questa è tutta un’altra storia.

Auguri a tutti. Di cuore.